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Il bacio di Selene

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in Fantascienzaonline

 

ATENE, IV SECOLO A.C.

“Guardala. Guarda quanto è bella.”

“Sì, maestro, anche se… c’è qualcosa che mi inquieta, nella luna piena. Come se qualcuno ci osservasse. Una donna.”

“Una donna, dici?”

“Una grassa donna dai seni enormi e cadenti. Con le braccia tese verso di noi, un sorriso affettuoso e invitante, e gli occhi… occhi così chiari da risplendere nel cielo oscuro, occhi in cui i mortali rischiano costantemente di perdersi fino a dimenticare tutto il resto.”

“Potrebbe essere Selene, la donna a cui alludi. Quando la luna è piena, Selene si fa un po’ più vicina a noi. Una regina che è forse più autentica di tanti monarchi del nostro tempo, non trovi?”

“Non… non capisco.”

“Non fa mistero del suo scopo. Lasciarsi contemplare dai suoi servi devoti. Nasconde il mondo intero sotto la nera marea della notte solo perché noi possiamo meglio rimirarla e adorarla.”

“Maestro… perdonatemi, ma… voi ci credete, agli dei?”

“Che razza di domanda è questa?! Tutti credono negli dei! Nelle loro idee. Tu forse non hai mai visto Zeus aggirarsi per i campi e trasformarsi in qualche animale per possedere la mortale prescelta… ma quando la potenza del fulmine ci compare dinanzi in una carezza rapida come uno schiaffo, per poi infrangersi urlante sulla nuda terra, allora tu, nella tua mente, non puoi avere che Zeus, l’irrinunciabile idea di Zeus. E questo avverrebbe anche se non sapessi nulla di Zeus, anche se tu fossi cresciuto sotto la guida di uno scriba egiziano o persiano, e la tua mente formata da quei loro miti. L’idea di un dio che governa quei fulmini rimarrebbe la stessa, e i nostri Zeus, o Seth, solo vaghe immagini per cercare di comprenderla, molto diverse o quasi simili alla verità.”

“Voi siete saggio, maestro. Ma mi chiedo se il mondo sia pronto ad accogliere la vostra sapienza. Se il benefico seme delle vostre parole germoglierà nei cuori dei re e farà fiorire quella società più giusta che voi… che noi auspichiamo. O se invece, annebbiati dalla loro stoltezza, gli uomini non fraintenderanno i vostri insegnamenti e li tradurranno nel loro opposto, in una società di tiranni anziché di filosofi? Cosa ne pensate, maestro?

“… E io… io sarei saggio?”

“Non lo siete, forse? I vostri insegnamenti non hanno eguali per vastità e profondità, e…”

“AH! AH! AH! AH! AH! AH! AH! AH! AH!”

“Maestro, cosa c’è da ridere? Maestro? Maestro… Maestro, cosa avete?! Vi sentite male?”

“E perché? Perché dovrei sentirmi male?”

“State… state danzando?”

“Sì, esatto, lo vedi con i tuoi occhi! Sto danzando! E fra un po’ credo… credo che mi accascerò per terra! Ah, ah, ah, ah!”

“Voi… vi state prendendo gioco di me, maestro…”

“Oh, no, ti prego, non credere questo! Gli altri, sono gli altri che ho sempre preso in giro! Ma non tu… Tu hai quella capacità di vedere oltre la barriera sottile che separa un uomo dall’altro, l’ho capito subito… sei sempre stato il mio migliore allievo…”

“Io… il vostro miglior allievo?!”

“Certo! Sei il solo di cui mi possa fidare… l’unico che meriti di sapere la verità!”

“Quale verità?”

“Io sono un bugiardo. Ho mentito a tutti, anche a me stesso.”

“Maestro, ciò che dite non ha senso… sembrate folle!”

“Folle? No, no, purtroppo, anche se mi sarebbe piaciuto. Socrate, lui sì, che era folle. E’ una strana sensazione la follia, sai? Io ho sempre preferito chiamarla chiarezza. Quando l’auriga perde il controllo dei due cavalli, quando l’intelletto cede alla pressione dei sensi e dell’orgoglio, allora l’umanità ti si apre davanti come gli spicchi di un frutto. Come osservare dall’alto del monte Olimpo ciò che accade qui sotto, scrutare la società fin nelle sue viscere, e poi, e poi… Socrate è riuscito a rimanere sul monte, è stato questo che l’ha salvato. Io invece… sono ricaduto giù, nel mondo che i miei ragionamenti avevano spremuto troppo a fondo perché lo trovassi di nuovo ospitale. E allora, perché non mi inghiottisse, perché non mi fagocitasse nel suo cieco vortice… ho cominciato a mentire. A inventare favole.”

“Favole? Ma maestro, come… che cosa fate, adesso?! Lasciate quel fango, state sporcando la vostra veste!”

“E allora? Tanto è questa la fine che avrei fatto, se voi tutti aveste capito la verità. Fango, mi avreste tirato addosso solo fango! Ma ti rendi conto? Una società in cui i filosofi sono i re! Come credi che ci sia arrivato? Attraverso un lungo e meditato ragionamento? No! Semplicemente, ho pensato a quale categoria di persone avrei voluto sempre al potere. E naturalmente era la mia! Ah, come poteva essere diversamente? Un aristocratico può essere un saggio, un poeta, o un pervertito imbecille! Ma un filosofo… fra di loro saprei sempre come muovermi. Come un maestro.”

“Maestro, voi non state bene, è evidente…”

“No, non fermarti alle apparenze! Scava a fondo, tu sei in grado di farlo! Credi che il mio modello di società sia realizzabile? Rispondi! Rispondi sinceramente!”

“Io… no, non lo penso.”

“Esatto. E io non ho mai preteso niente di meglio. Ma allora perché dovrebbe essere la verità, se non potrà mai realizzarsi su questa terra?”

“Perché… perché voi avete scelto di partire dai massimi sistemi che reggono il nostro essere, non dai meschini e imperfetti riflessi di questo mondo. Avete dipinto la società come dovrebbe essere, e non come è.”

“E’ proprio questo, il punto! Non sono partito dai massimi sistemi, come ho sempre fatto credere a tutti voi! Tutti i miei ragionamenti, le mie dotte meditazioni… nient’altro che elaborati artifici per celare la cruda realtà… Che sono partito da me stesso, per arrivare a me stesso! Capisci? E’ un circolo chiuso che parte dalle mie esperienze, dalle mie piccole malizie, dai miei rancori… e non giunge a capo di niente. Tutto per farvi credere che io sapessi qualcosa in più di voi.”

“State parlando come un sofista! Ciò che mi avete insegnato sono teorie ragionevoli, non vuoti vaneggiamenti!”

“Sai, è nella mia critica all’arte che avresti dovuto intuire tutto.”

“Che dite?”

“Rifletti. Il lavoro dell’artista non è degno di lode, perché egli non produce che una copia della realtà. Può anche illudersi che la sua copia sia la più perfetta esistente, ma rimarrà in ogni caso un’imitazione dell’originale, quindi qualcosa di meno autentico, di meno bello. E se l’oggetto reale a sua volta è la proiezione altrettanto imprecisa di un’unica, purissima e separata idea, allora la dignità nel lavoro dell’artista si riduce a meno di niente. Ma se ciò vale per l’artista, perché non dovrebbe valere per il filosofo? Il suo procedimento è identico a quello dell’artista. Egli osserva la realtà, a lungo e dal basso della sua misera condizione, per poi tentare goffamente e vanamente di riprodurla in tutte le sue sfumature. Inganna se stesso e si ripete che il parto dei suoi ragionamenti siano la verità. Ma sta mentendo. Rammenti l’aneddoto della caverna?”

“Naturalmente, maestro.”

“Ho sempre desiderato sentirmi l’unico depositario del sapere. Colui che ha visto la luce, colui che tenta di convincere i suoi compagni, incatenati fin dalla nascita nella caverna, che fuori, oltre le ombre, esiste un mondo immenso, inimmaginabile. Ma, prova a chiederti… e se nel vedere quel regno nuovo e pieno di luce non avesse compreso nulla di nuovo?”

“Maestro, non… non saprei… e adesso, che vi prende?”

“Cosa… cosa mi è capitato? Sono sporco di fango, io… chi ha macchiato la mia veste di fango?”

“Ma, ma come… Siete stato voi, poco fa!”

“Stai scherzando? Ho davvero commesso un gesto così assurdo?”

“Io… non so più cosa credere, maestro…”

“Ti prego, dimmi cos’è accaduto! Stavamo parlando degli dei, e poi… è come se mi fossi addormentato. Ricordo di aver detto delle cose, ma… non saprei…”

“Solo pochi secondi fa eravate… trasformato. Avete detto cose terribili, parole di biasimo verso voi stesso e la vostra filosofia. Sembrava che una misteriosa energia si fosse impadronita di voi. Davvero, avete scordato tutto?”

“Quanto affermi mi sconcerta. Cosa può essere stato? Forse… il bacio di Selene?”

“Il bacio di Selene?”

“Non ti hanno mai raccontato nulla del bacio di Selene?”

“Mai, maestro.”

“E’ una storia che i Greci non raccontano molto volentieri. Te ne parlerò. Ma non ora. Ciò che è successo oggi mi ha turbato, ho bisogno di riposare. Ti prego, non fare parola con nessuno di quello che è successo stanotte.”

“Va… va bene, maestro.”

“Ci vediamo domani, dunque.”

“A domani, maestro.”

“A domani, Aristotele.”

 

EUROPA, 1350 D.C.

Stanotte si muoveranno. C’è la luna piena, e le streghe adorano la luna piena. Tutte quelle donne riunite a sgozzare capre e bambini per far scendere il Demonio sulla Terra. Mi vengono i brividi. E’ giusto che mi vengano i brividi? Certo, che è giusto. I miei genitori me lo hanno insegnato. Non basta che una cosa non ti piaccia, no, non basta convincersi che è sbagliata. Deve farti sentire quel disgusto, quell’orrore dentro, altrimenti significa che in realtà, in fondo in fondo, ti piace. A me le streghe non piacciono. Io lo sento, l’orrore dentro, quando penso alle streghe. E come potrei non sentirlo? Sono state loro a portare la peste nel villaggio. Si sono accoppiate col Demonio, e a Dio questo non è piaciuto. Che vergogna… Pensare che lui da lassù ci guarda, vede ogni cosa che facciamo… come fa a non odiarci? Tutto il male, la rabbia e le tentazioni che ci teniamo dentro, che ci sforziamo di non fare uscire allo scoperto, Lui le sente. Come fa a sopportarle? Come fa ad amarci ancora? Forse adesso non ci ama più. Perché nel nostro villaggio c’è una strega. Sì, sì, è stata lei a provocare l’ira del nostro Signore, l’hanno detto tutti, anche il sacerdote. Tutta la gente morta, le madri in lacrime, le piaghe sulle carni dei malati, il medico ingabbiato in quel ridicolo costume col becco di corvo, che poi è morto lo stesso. Tutto quel dolore, tutti quei lamenti, sono stati la punizione per aver ospitato una strega. Ma non durerà ancora a lungo. Dopo stanotte, quando questa grossa luna piena sarà finalmente sparita, la strega morirà. La bruceranno sul rogo, di fronte alla chiesa. E Dio tornerà ad amarci.

Non mi piace veder morire la gente. E’ una di quelle cose che mi fanno provare l’orrore dentro. Ma questa volta non dovrei, visto che sarà una cosa giusta. Sarà come una grande preghiera collettiva, come recitare un rosario. Appiccheranno il fuoco, e la fiamma salirà su, fino a toccare quel corpo posseduto dal diavolo. Le fiamme la faranno contorcere e urlare, ed ogni grido sarà come un salmo che implora salvezza, perdono per chi è senza peccato. Allora bisogna essere contenti, di vederla soffrire così. Ma io non lo sono. Forse è colpa mia. Alcuni dicono che è come con i bambini. Quando mio padre mi batteva, ricordo che piangevo, ma lui non era contento quando mi colpiva, lo faceva per il mio bene, per farmi imparare. Ora ho imparato. Ci sono delle cose che ancora non so, ma ciò che mi serve l’ho imparato, e il resto posso impararlo da solo. Sarebbe bello se la strega potesse imparare da sola. E’ strano, conosco la strega fin da quando eravamo piccoli. Una volta abbiamo anche giocato insieme. Poi siamo cresciuti, e lei è diventata una strega. Ricordo, quel giorno che la incontrai, dopo tanti anni che non la vedevo. All’epoca non potevo saperlo, ma adesso capisco che mi lanciò un maleficio. Aveva quella bellezza strana, quella che hanno le donne disoneste, quella bellezza che ti parla dentro e ti sussurra idee striscianti e confuse, quelle che bisogna scacciare, perché quando ti compaiono dentro non se ne vanno più via. E tu vorresti provare disgusto, ma non ci riesci. Non ci riesci. E quando fui da solo, sdraiato in mezzo ai campi, il colore dei suoi occhi mi entrò nella testa e lei si impadronì nel mio corpo. Pensavo a lei, e intanto mi muovevo, in un modo in cui non mi ero mai mosso prima, che sembrava stupido, ma non gli davo peso, perché non era la mia testa a decidere, ma un fuoco che cresceva dentro di me, e la testa si lasciava andare e obbediva a quel fuoco, e c’era sempre lei, che mi sorrideva, e non aveva più quel vestito chiaro che portava sempre indosso, non aveva più alcun vestito, e il fuoco continuava e mi avvolgeva tutto, e… e poi successe quella cosa. Il respiro si era calmato, il cuore aveva smesso di battere forte. Non capivo più perché mi trovassi lì, e sentivo che qualcosa… qualcosa dentro di me se ne era andato, ero debole e stanco, non avevo neanche la forza di alzarmi. Ma dovevo alzarmi, non volevo che gli altri mi vedessero in quello stato, provavo tanta vergogna, e ancora mi vergogno ogni volta che mi torna in mente. Non ho mai parlato a nessuno del maleficio.

Fra poche ore la strega morirà, e io le sto portando da mangiare. Le sto portando la sua ultima cena. Hanno scelto me perché sanno che sono un ragazzo devoto, che farò esattamente come mi hanno ordinato, niente di più, niente di meno. Entrerò nel capannone dove è stata chiusa, poserò il cibo a terra e me ne andrò, senza neanche fermarmi a guardarla. Il capannone è quello usato per le provviste degli animali. Davanti alla porta c’è un artigiano grosso e tarchiato che si è offerto di fare la guardia. Sollevo la lanterna e mi riconosce. Mi fa cenno di avvicinarmi. E’ un uomo curioso, porta sempre un buffo cappello verde e un pugnale dal manico olivastro appeso alla cintura. Strappa metà della pagnotta che avevo sottomano e la addenta, mentre mi apre la porta. Aspetto che mi esorti con un cenno a oltrepassare l’uscio ed entro. Lui richiude e continua a mangiare la pagnotta. La strega sta dormendo, l’hanno legata a un palo. Per mangiare non potrà usare le mani, dovrà sporgersi con la bocca verso il basso, come un cane. Appoggio a terra la lanterna e il cibo, non voglio guardarla, ho paura che mi faccia un altro maleficio, anche se sta dormendo. Sto per andarmene quando il mio sguardo cade sul cielo oltre la finestra. Vedo la luna piena. E’ grande, grandissima, sembra… sembra il volto di una donna… ed è triste. Io… io… devo guardarla. Devo guardare la strega. Prendo la lanterna e mi avvicino a lei. Sto ansimando. La luce mi restituisce la forma di quel volto. E’ meraviglioso. Sposto la lanterna per osservare il suo corpo. Mi sento nervoso e mi gira la testa, come se avessi la febbre. La strega indossa ancora quel vestito chiaro che le vidi indosso anni fa. Il petto è un rigoglioso albero dai frutti proibiti, le gambe e i piedi incantevoli serpenti affusolati uno sull’altro. La mia mente sembra impazzita, mi suggerisce di fare cose che so essere sbagliate. Sì, è per questo che voglio farle. Perché sono sbagliate. Sento di nuovo quel fuoco che mi agitava quando ero sdraiato nei campi, ma adesso è molto più forte, è come fossi io a bruciare sul rogo, e voglio fare cose che normalmente non farei, cose che gli altri giudicherebbero peccato. Forse è un altro maleficio, ma non mi importa. Non riesco a fermarmi, come quella volta. Allungo la mano verso la strega e le carezzo il viso. Lei si sveglia, la mia mano sulla sua bocca la trattiene dal gridare. I suoi occhi mi fissano spaventati, il loro colore mescola con forza ancora maggiore le sensazioni che mi turbano. L’artigiano bussa, domanda se qualcosa non va. Mi sposto accanto alla porta, mentre faccio cenno alla strega di fare silenzio. Mi metto una mano sulla pancia e comincio a lamentarmi che mi sento male. L’artigiano entra. Per un attimo si blocca di fronte agli occhi svegli e vivi della strega. Subito lo colpisco in testa con la lanterna. L’artigiano cade svenuto. La strega mi guarda e non riesce a capire. Risistemo il cappello verde sulla testa sanguinante dell’artigiano e lo rimetto seduto sulla sedia fuori dalla porta, come se stesse ancora facendo la guardia. Prendo il suo coltello dalla cintura e lo uso per liberare la strega. Prima che lei possa chiedermi spiegazioni, le svelo quello che ho intenzione di fare, l’azione più sbagliata e che adesso desidero di più. La voglio salvare. Lei è sorpresa, ma mi segue mentre esco da una porticina che dà direttamente sui campi. Corriamo a lungo, la sento muoversi accanto a me e questo mi fa sentire felice, felice come non sono mai stato da quella volta che da bambini avevamo giocato assieme a rincorrerci,  noi due, in quegli stessi campi. Non ho paura, è come se una voce dentro di me mi suggerisse cosa fare affinché non accada nulla di brutto. Ho solo una grande voglia di stare insieme a lei. Per sempre. Io e una strega. Ma le streghe si accoppiano con il Demonio, mi hanno sempre detto. Allora, io sono il Demonio? Non lo so, e non mi interessa. Tutto quello in cui ho sempre creduto adesso sono regole malvagie che voglio infrangere con il suo aiuto. E’ come se un nuovo mondo mi si fosse aperto davanti, e tutte le parole che ho ascoltato fin da bambino, accompagnate dalle botte di mio padre o dalla voce gentile di mia madre, sono solo buche da superare con un salto.

Quando siamo abbastanza lontani e stanchi di correre, ci sediamo. Non abbiamo più fiato, eppure siamo carichi di energia. Io le dico che adesso è al sicuro e che non ha più niente da temere. Nessuno le farà più del male. Lei mi ringrazia, la sua voce è come il soffice miagolio di una gatta. Mi guarda nello stesso modo in cui mi guardò anni fa, quando mi lanciò il maleficio. Ma questa volta non mi volto da un’altra parte, non rifiuto il sortilegio. Di nuovo, quella strana febbre che durante la corsa si era attenuata ritorna a scorrermi dentro, ancora più forte, fino a farmi tremare. I nostri corpi si avvicinano. Le nostre bocche si chiudono una sull’altra e io posso sentire la sua lingua danzare sulla mia. Lo rifacciamo una volta, e un’altra ancora, sento il suo respiro caldo fra un tocco e l’altro. Afferro la veste chiara e gliela sfilo con impazienza, lei fa lo stesso con i miei vestiti. Il suo corpo è sensibile al mio tocco come una scultura di morbida argilla, la febbre che mi invade preme per entrare dentro di lei, per donarle una parte di quella dolce ansia  e ricevere in cambio una parte della sua. Ci stringiamo abbracciati e una scossa rapida mi attraversa la schiena. Istintivamente sollevo lo sguardo verso la luna, un lungo sospiro della strega sale nella stessa direzione. Continuiamo a muoverci uno sull’altra, i nostri sensi ci trasportano sempre più in alto, sempre più vicini a quella bianca, luminosa pace. Un pensiero improvviso squarcia la sicurezza della nostra scalata, serro i denti e mi fermo. Lei mi guarda preoccupata. La stringo più forte. “Dimmi, ti prego… quello che stiamo facendo… è peccato?” Sorride, gocce di sudore le rigano il volto come pioggia. “Sì.” La bacio e insieme ricominciamo, ormai non siamo più due persone diverse, ma un unico corpo che vola fino al cielo, tende il braccio verso la luna, sempre più vicino, sempre di più, finché, in un magico, appassionato coro, la sfiora. E… cade.

Ma… ma dove sono?! Non sono nel capannone. Che è successo, dove sono i miei vestiti, dove… Oh, mio Dio! Oh, mio Dio, non ci credo! E’ lei… è stata lei, cosa… cosa mi ha fatto?! E’ come se avessi fatto un sogno, un lungo sogno. No! No, no, no, no, no! Maledetta strega, perché? Perché l’hai fatto? Mi guarda e non si muove, fa finta di non capire, mi chiede cosa c’è che non va. Io grido, grido forte e piango, chiudo gli occhi e mi tappo le orecchie. Mi alzo, scuoto la testa e mi metto a correre. Lei mi richiama, sembra triste, triste… come la luna… Non voglio ascoltarla! Devo fuggire da lei, fuggire dalla sua stregoneria infernale! Dio mio, Dio mio, che posso fare? I campi non finiscono mai, non so neanche dove sto andando… Al villaggio? No, non posso tornare al villaggio, adesso sono un dannato, non devo attirare su di loro le ire del Signore! Mio Dio, perché? Perché proprio a me? Deve essere stata la luna… Mio padre una volta mi ha raccontato che alcuni uomini si trasformano in lupi durante le notti di luna piena. Si comportano come animali e fanno cose orribili… e quando ritornano normali, è come se avessero avuto un incubo. Deve essere stata la strega. Non stanotte, ma la prima volta che mi incantò con i suoi trucchi. Mi ha trasformato in un lupo mannaro! Oh, Dio… oh, Dio, no! Che posso fare, adesso? Anche gli angeli e i santi mi hanno abbandonato… Non ho più niente, non ho più nessuno, tranne… tranne la luna… Sì, la luna piena…

 

FRANCIA, 1792 D.C.

La terra gemeva inascoltata sotto gli zoccoli dei due cavalli. La nube di polvere provocata da quella disperata corsa contro la Storia era pervasa dallo stesso furore che ardeva nel resto della nazione. In groppa agli inconsapevoli animali, tre fuggitivi guardavano in lontananza un orizzonte che il chiarore della luna e delle stelle non bastava a illuminare di speranza.

“Non ce la faremo mai!” Fino a pochi mesi prima, avrebbe pronunciato quelle parole per commentare una battuta di caccia andata male, o il vano tentativo di ottenere un favore dal sovrano. Ma in pochi giorni tutto era mutato. Si sentì molto sfortunato, perché mai era accaduto che i cambiamenti si introducessero con tanta irriverenza nelle case di chi ha continuato colpevolmente a rimanere indietro. Si sentì molto stupido, per non aver voluto cogliere i segni inconfondibili di quegli sconvolgimenti, i disordini che si moltiplicavano, le tensioni che crescevano. Aveva ignorato gli eventi al di fuori della sua gabbia dorata, troppo ignavo per soffermarsi sulle loro implicazioni e troppo codardo per prendere i provvedimenti necessari. E quando si era reso conto che non avrebbe più potuto nascondersi dietro possedimenti illegittimi e privilegi vetusti, la Rivoluzione era già scoppiata, rapida e spietata come il più violento dei temporali. Ora colui che un tempo era salutato come un duca indossava un sudicio impermeabile con un cappuccio che lo copriva fino alla metà degli occhi. Un sacchetto di monete legato all’altezza del torace gli premeva sullo stomaco ad ogni scalpito del cavallo. Seduto alla guida dello stesso animale, René, il suo servitore di sempre, troppo fedele per inseguire le farfalle sgargianti della libertà e dell’uguaglianza, troppo mite per entusiasmarsi alla vendetta di un popolo contro i suoi parassiti. Dividevano la strada con un altro residuo di un’epoca spazzata via, un marchese ospite fisso della corte, che si era unito a loro nella fuga. A lui era rivolto il monito di sconforto del duca. “Eppure”, riconosceva nel suo intimo, “Eppure lui forse avrebbe qualche possibilità.” Sì, il marchese era diverso. Giovane, pieno di vigore. Avrebbe potuto affrontare gli scogli e le frane del tempo che passa, e uscirne a testa alta. Mentre il duca era così vecchio, abbruttito, sfinito dagli anni. Il marchese rispose all’esclamazione del duca aumentando la velocità e la distanza fra i due, fino a prendere il comando della frenetica galoppata.

“René, René, ascoltami! Quanto manca?”

“Non molto, signore. Ormai siamo distanti da Parigi, presto raggiungeremo un luogo sicuro dove potrete riposare.”

“Riposare…” Una volta la semplice idea di stendersi su qualcosa di meno accogliente delle sue lenzuola e meno confortevole dei suoi cuscini gli avrebbe procurato un fremito di repulsione. Ma adesso avrebbe volentieri ceduto i suoi ultimi denari anche solo per sdraiarsi sul nudo pavimento, sì da mettere da parte almeno per un poco il misero abisso in cui gli pareva di star precipitando.

Il marchese arrestò improvvisamente il cavallo nel mezzo della strada. René lo seguì, il duca scorse un moto di perplessità balenare sulla fronte del servitore.

“Abbiamo un problema!” annunciò a gran voce il marchese mentre montava giù da cavallo. René fece altrettanto e si avvicinò all’aristocratico. Fu tutto istantaneo e atroce. Il marchese estraeva la pistola, la puntava a uno sbigottito René e sparava due colpi, il rumore si esauriva da una parte all’altra del sentiero deserto, René stramazzava a terra rantolante. Un attimo dopo quella lineare e terribile sequenza di avvenimenti riecheggiava nella mente sconvolta del duca come si fosse svolta nel medesimo secondo. L’inizio di una nuova, più piccola, ma per lui altrettanto devastante insurrezione. E, anche questa volta, non aveva saputo anticipare gli eventi, se ne era distaccato e questi lo avevano prepotentemente raggiunto sulla via della fuga. Prima che il duca potesse opporre una qualsiasi reazione, l’arma che aveva dato la morte a René oscillava implacabile di fronte a lui. Il marchese gli comandò di scendere da cavallo. Un passo dopo l’altro, il duca vide i lunghi, folti baffi e lo sguardo carico di enigmatica insofferenza dell’altro nobile avanzare verso di lui come il ritratto beffardo di un destino infallibile.

“Marchese, voi, voi… Era una trappola! Non verrà nessun vostro amico tedesco a prelevarci nel luogo dove ci stava portando René, non è così?”

“René era troppo leale, e voi troppo ingenuo. Non vi permetterò di passare la frontiera.”

“Ma perché, marchese? Perché?”

Quando ormai era sufficiente una mano tesa a colmare la distanza fra le due figure, il marchese rinfoderò la pistola, afferrò il duca e lo scaraventò a terra, il disprezzo e la brutalità che trasparivano da quei gesti contrastavano con la freddezza con cui aveva eliminato René. Un’altra ondata di polvere si alzò dal suolo e la gola del duca esplose in convulse e straziate richieste di pietà.

“Io non sono come voi, duca.”

“Voi siete un aristocratico! Avete vissuto senza pagare le tasse, vi siete saziato del mio stesso cibo mentre i pezzenti all’esterno pativano la fame! Cosa vi fa credere di essere migliore di me?”

“La mia nascita. Vi ricordate di mia madre?”

“Vostra… madre?” Il marchese prese nuovamente in pugno la pistola.

“No… Come potreste? Quando mai un aristocratico si ricorda dei propri servi? Li sfruttate e, quando ne avete abbastanza, li gettate via come un torsolo d’uva! E così avete fatto con mia madre. Buttata fuori dalla corte, mentre un marchese che non poteva avere figli mi allevava come un fantoccio che perpetrasse il suo titolo nobiliare.”

Il duca non comprendeva e in parte non ascoltava le parole del marchese, troppo concentrato ad osservare il riflesso quasi azzurro della luna piena sulla sagoma del suo assassino.

“Da quando la moglie del marchese mi confessò sul suo letto di morte l’identità della mia vera madre, ho dovuto penare a lungo. Prima di scoprire che era troppo tardi. Morta di fame e di stenti da anni, perché alcuni insetti troppo egoisti e ingordi le avevano negato ospitalità. Però quel viaggio nel vero cuore di Parigi non è stato inutile. Anzi, mi ha aperto gli occhi.”

Il marchese si chinò sul duca movendo la pistola rasente al suo volto, con la diabolica lentezza di una fiera che si prepara ad assalire la preda, consapevole del fatto che è inerme e che soccomberà solo al momento opportuno.

“D’ora in poi cambierà tutto. Quelli come te saranno processati e giustiziati per aver impedito che questa nazione prosperasse nella giustizia, nella concordia. La nuova Francia sarà una nutrice molto più generosa di quella che avete cercato di proteggere. Non riserverà cure e attenzioni a una ristretta cerchia di figli che tiranneggiano i meno fortunati. Dispenserà equamente il suo affetto ai suoi bambini e alle sue bambine. Consapevole che il sangue ha un colore, e uno soltanto. Anche tu meriteresti di essere processato con gli altri. Ma io non potevo permetterlo. Dovevo affrontarti di persona, soltanto così il mio viaggio avrebbe avuto un senso.”

Il marchese rivolse un’occhiata soddisfatta alla luna, quasi che quel globo distante fosse un terzo, determinante interlocutore. D’un tratto il duca notò distintamente mutare qualcosa, nell’espressione del marchese. Come se fissare quella pallida sfera avesse fatto scattare in lui un inedito e insospettabile convincimento. Riprese a parlare, ma la rabbia e l’esaltazione che animavano il suo precedente monologo erano sparite.

“Nel 1609 Galilei ha rivelato al mondo che la luna è un corpo, come la Terra. Con il suo telescopio ha scoperto che aveva monti, crateri, non era quella superficie liscia che noi vediamo con i nostri minuscoli occhi. Come si saranno sentiti gli uomini, duecento anni fa, quando l’hanno saputo? Per molti di loro non sarà cambiato nulla. Era infinitamente distante prima di allora e continuerà ad esserlo. La loro vita di tutti i giorni non ha subito scossoni. Ma la presa di coscienza della verità, la necessità di rimettere in discussione alcune certezze su qualcosa di tanto scontato e tanto misterioso, credi che non li abbia toccati nemmeno un po’?”

Il marchese chinò il capo e si lasciò sfuggire un sogghigno che sembrava carico di amarezza. Non appena il duca tentò di spostarsi l’altro ricominciò a tenerlo sotto tiro con inesorabile costanza, ma più che intenzionato a sparargli pareva volersi assicurare che lo stesse a sentire.

“Buffo, anch’io ho avuto una presa di coscienza. Avevo sempre avuto la sensazione di non appartenere all’ambiente vacuo e opulento della corte di Francia. Vagare per i sobborghi di Parigi mi ha fatto conoscere i crateri e i monti di questa città. Anche lei nasconde un universo che neanche immagini. Non è liscia, piatta, banale come avete sempre creduto voi. Ho visto derelitti più vivi e ladri più caritatevoli di quelle marionette che mangiano sulle loro sofferenze. Ho visto la lotta quotidiana per la sopravvivenza, mentre nei palazzi nobili e nobildonne giocavano a farsi la guerra se uno non voleva inchinarsi all’altro. Odio il vostro mondo. Voglio che muoia, voglio che sia distrutto.”

Il marchese cominciò a passeggiare intorno al corpo raggomitolato del duca. Volgeva occasionalmente il capo in direzione della luna.

“La cosa più ironica, è che sarà proprio questo odio che vi permetterà di continuare a esistere. Sì, forse l’ho sempre saputo, ma solo adesso me ne rendo conto. Vedi, io voglio ucciderti, ma se lo faccio non te ne sarai andato, continuerai a esistere. In me. Io sarò diventato come te. Non c’è nessuna risposta a questa tirannia, non sarà abolito nessun sistema di potere che soffoca i più umili. E’ stato forse il popolo a volere la Rivoluzione? No, loro volevano solo mangiare! Sono stati altri, gente assetata di potere, gente che ha finto di interessarsi alla causa delle grandi masse, e in realtà le ha usate come arieti, come bestie da soma. Sarà questa gente senza scrupoli ad assumere il potere, perché è ciò che voleva fin dall’inizio. Gente come me.”

Tese una mano al duca. Questi lo assecondò senza sapere cosa aspettarsi, le sue percezioni erano intorpidite dal violento torrente di emozioni che lo atterriva ad ogni cambio di inflessione, ad ogni gesto brusco, ad ogni passo accelerato del marchese. Questi non aveva smesso di puntargli la pistola contro, ma ora si trovavano sullo stesso piano.

“Non cogli il sottile dramma? Vivere in questo mondo mi ha assuefatto ai suoi valori distorti! Anche se ho preso coscienza di quale debba essere la società giusta, non riuscirò mai a realizzarla. Perché tenterò di costruirla utilizzando le vostre stesse fondamenta, le fondamenta consunte del potere. Quindi, finché non me ne sarò andato io… non ve ne andrete mai neanche voi.”

Avvicinò a sé l’arma, fino a che il bordo della canna gli sfiorò la tempia.

“Addio… padre.” E sparò.

Come il proiettile segnò una ferita mortale nel marchese, così le sue ultime parole si impressero altrettanto devastanti nell’anima del duca. Questi ripercorse con la memoria il discorso del marchese, quel discorso che prima aveva troppa paura per ascoltare, e ne comprese il tragico significato, mentre afferrava balbettante il corpo esanime di suo figlio. Serrato in un dolore insostenibile per un uomo vecchio e superato come lui, si lasciò trasfigurare in una smorfia di rimorso, mentre osservava la luna perfetta e immutabile sopra di sé, e cominciava a pensare. A immaginare un mondo nuovo.

 

ROMA, 2009 D.C.

Dicono che il cinema sia morto da quando gli sceneggiatori hanno smesso di salire sugli autobus. Sarà vero? Sarà così determinante, per farsi un’idea chiara e concreta dell’umanità metropolitana, sedersi e osservare quello che accade in questa angusta zattera? Forse che il recipiente in cui conversano stipati i profughi della nostra società nichilista e massificata abbia il potere di stimolare insospettabili slanci creativi? Non lo sai, e francamente non ne sei granché persuaso, ma ormai le hai provate tutte. Se ti dicessero che i ghiacci del polo nord sono il luogo adatto per trovare un’idea decente, ti ci catapulteresti anche in costume da bagno. Qualsiasi cosa, ripeti ossessivamente a te stesso, qualsiasi cosa purché tu possa ricominciare a scrivere. Eva scoppierebbe a ridere se sapesse che sei all’apice di una crisi di ispirazione a poche ore dalla tua premiazione. Oltretutto è buio pesto, e l’autobus su cui sei seduto è deserto, fatta eccezione per un venditore di cd pirata rannicchiato a qualche posto di distanza da te, una taciturna coppia di pensionati e un barbone stravaccato sui sedili in fondo. L’unico elemento che ti stuzzica è il cielo fuori dal finestrino. Nero, avvolgente, con quella immensa luna piena al centro. Il capolinea di quest’autobus è vicinissimo alla sede della premiazione, Eva ha insistito perché venisse a prenderti con la macchina, hai dovuto impegnarti sinceramente per dissuaderla. Tiri fuori il block notes e lo appoggi sulle ginocchia. La penna barcolla nervosa a un millimetro dal foglio. Vorresti scrivere mille cose, vorresti far uscire tutto ciò che hai dentro, dalla più ancestrale emozione alla più vaga riflessione, incanalarle nella forma compatta della penna e sfogarle come inchiostro sulla carta. Ma non ci riesci. Non sai né da dove partire, né quale direzione prendere, né come concludere. Ti manca un’idea. L’autobus cammina come se avesse il singhiozzo, ogni volta che sta accelerando rallenta di colpo e apre le porte davanti a una nuova fermata. In questo momento dovresti essere più felice, se non altro più soddisfatto di te stesso. Sei eccitato, questo sì, ma non per la ragione che vorresti. Ti piacerebbe convincerti che una premiazione è la celebrazione del tuo talento, la dimostrazione che le tue opere trasmettono qualcosa a chi le legge, qualcosa che forse non è ciò che avevi in mente al principio, ma resta comunque tuo. In realtà sai bene che non c’è nulla di tutto questo dietro l’evento di stasera. E’ una giuria che ogni anno decide in anticipo chi dovrà arrivare primo, chi secondo e chi terzo, e tu chissà per quale insondabile capriccio di qualche critico letterario, ti sei trovato ad essere il prescelto. Prescelto, per un romanzo che hai completato un anno fa. E da allora non sei più riuscito a scrivere niente. Niente! Pensare a quante belle idee avevi, sempre nuove, sempre diverse, prima che l’editore accettasse il tuo romanzo. Prima che arrivasse il successo. La fama, il denaro. Okay, nessuno ti ha definito il nuovo Stephen King e tanto meno sei diventato miliardario. Ma è stata ugualmente una grande sorpresa. E’ proprio questo il nocciolo del problema, è questo che ti infastidisce nella cerimonia che ti aspetta. E allo stesso tempo ti attrae. Essere acclamato, incensato. Forse è questo che hai sempre cercato fin dal tuo primo racconto, il momento in cui sali su un palco e tutti applaudono, e qualcuno fra il pubblico si vanta di conoscerti personalmente, di essere un amico del grande scrittore. Sì, forse non è mai stata che questa la tua ambizione, e tutto il resto, il piacere di scrivere, il messaggio rivolto ai lettori, l’arte, la passione, tutte bugie accuratamente somministrate come un anticorpo allo squallore della grigia realtà. In fondo, non c’è niente di strano, la maggioranza delle imprese umane non partono forse dagli istinti meno elevati? Non dovresti rimuginarci troppo sopra. Allora perché ti fa così male? Forse il successo è come una droga, un vortice da cui è impossibile uscire. E tu infatti non vuoi uscirne, niente al mondo ti spingerebbe a farlo. Eppure sei consapevole che è stato proprio il successo a privare la tua prosa di uno scopo, a trasformare il tuo arbitrio da interprete indipendente e originale della condizione umana a un giocattolo per il divertimento dei tuoi ammiratori. Ciò che scrivi o tenti di scrivere non nasce più da uno spontaneo desiderio di costruire il tuo universo e condividerlo con gioia, ma dalla necessità morbosa di conservare quel personaggio, quella figura di scrittore giovane e anticonformista che ha fatto breccia nei gusti di alcuni. Presto o tardi quella gente che ti esalta capirà che stai fingendo, che stai nuotando all’impazzata per tenerti a galla mentre l’onda della gloria ti ha privato da tempo dell’imbarcazione. E nel frattempo avrai perso quel sentimento, quell’entusiasmo che rendeva la tua vita speciale e le tue idee fresche e leggiadre. E’ un vicolo cieco. Ma come puoi sottrarti? Non puoi! Perché è ciò che, in realtà, hai sempre voluto. Oppure no?

L’ennesima fermata. Ma questa volta avviene qualcosa di imprevisto. Una donna sale sull’autobus e si siede accanto a te. Una grassa donna dai seni enormi e cadenti. La pelle martoriata dalle rughe è così chiara da sembrare latte denso, l’odore simile agli aromi della terra di campagna. L’autobus riparte e lei inizia a parlare. Nessuno l’ha interpellata, eppure dalla sua bocca fuoriesce come da un rubinetto aperto un getto di frasi, un flusso inarrestabile che risuona nell’autobus traballante. I due pensionati la squadrano con malcelato interesse, poi cambiano in fretta l’oggetto delle loro attenzioni, per non rischiare di divenire il bersaglio di quella che è chiaramente una vecchia matta. Le cose che dice sono assolutamente sconnesse, il tono monocorde, forse se ti impegnassi ad ascoltarla potresti cogliere qualche filo conduttore. Sì, magari è la fonte di ispirazione che stavi cercando. Ma i tuoi buoni propositi sono ben presto destinati a infrangersi contro l’impenetrabilità dei ragionamenti e degli eventuali collegamenti di quella donna. Non che sia del tutto colpa sua. E’ da molto tempo che hai difficoltà a concentrarti, a volte ti sembra impossibile anche solo ascoltare qualcuno per più di qualche secondo senza perderti nelle tue fantasie. Ti succede fin da piccolo, ma adesso ancora più spesso. Da quando hanno pubblicato il tuo libro. Lei ti scruta ripetutamente, con un’ostinazione che rende molto difficile simulare indifferenza senza risultare maleducato. Guardi di nuovo fuori dal finestrino e ti auguri che la strada fino al capolinea sia breve. Ritrovi una parvenza di serenità nella vista della luna, un’ombra sottile sembra incresparla a tre quarti di altezza, come due labbra. Come se dalla luna stessa provenissero quelle parole che senti accanto a te.

D’improvviso, avverti uno strano formicolio nella testa. I dubbi e le meditazioni che ti coinvolgevano fino a un istante fa sono sostituite da un irrefrenabile desiderio di stare a sentire quella vecchia. Ti volti verso di lei e cerchi di assorbire ogni sillaba del suo discorso. Lei sembra apprezzare questo tua inversione di tendenza e non ti stacca più gli occhi di dosso. Gli occhi. Malgrado sia tutt’altro che una donna attraente, gli occhi hanno qualcosa di magnetico. Con tuo immediato stupore ti realizzi che il filo conduttore nelle parole della vecchia c’è, la sua evidenza è quasi imbarazzante. Si tratta proprio della luna.

“Per questo ti dico la luna è una strana cosa la luna la luna è una di quelle cose che cambia il modo in cui tu la guardi ma non il modo in cui lei ti guarda e quindi se penso che per esempio due filosofi passeggiano assieme in un tempo remoto e uno è il maestro e l’altro l’allievo e a un certo punto il maestro impazzisce e dice che tutti i suoi insegnamenti sono bugie e poi se penso a un ragazzo semplice al tempo della pestilenza che ha sempre vissuto per le sue regole senza sapere bene neanche quali sono queste regole e poi impazzisce anche lui e si innamora di una strega che ha tutti i motivi per temere e se un padre e un figlio si incontrano durante la rivoluzione ma il padre non sa che è suo figlio e il figlio odia il padre e lo vuole uccidere e anche il figlio impazzisce e capisce che se ucciderà il padre diventerà lui stesso il padre allora il figlio sceglie di uccidersi per non diventare il padre allora penso che tutte queste cose hanno per forza un dettaglio in comune e questo è sempre la luna piena e cioè il bacio di selene tu lo sai cos’è il bacio di selene?”

A questa inattesa domanda, si blocca di fronte a te. Non sei pronto a rispondere. Ti ha chiesto se sai cos’è il bacio di Selene. No, non lo sai, e lo ammetti di fronte al suo sguardo interrogativo. Le porte si aprono e lei si alza, sta per scendere come era salita, in silenzio. Sai che questa non è la tua fermata, ma non ti importa più, devi andare con lei. Devi scoprire cos’è il bacio di Selene. Senti gli sportelli richiudersi dietro di te, mentre avanzi verso la vecchia a pochi passi da te, che ti dà le spalle e si muove con una fermezza che mal si abbina al suo aspetto dimesso. Le strade sono una selva di lampioni austeri e ricurvi, macchine che sfrecciano aggressive e rumori spettrali. Percorri pedissequamente il cammino della donna come se fosse il tuo faro. Lei non sembra sorpresa nel constatare che l’hai seguita, e tuttavia non ha ancora ripreso a parlare.

“Dimmi ti prego”, la implori, “Che cos’è il bacio di Selene?”

La donna si ferma e ti prende per una mano.

“Vuoi saperlo davvero?”

“Sì, sì, voglio saperlo! Devo saperlo!” Lei ti sorride e volge lo sguardo al cielo.

“Da questo pianeta possiamo vedere un solo lato della luna, sempre lo stesso. L’altro rimane costantemente nell’ombra. Anche gli esseri umani hanno un lato nascosto nei meandri del loro essere, che di solito non viene mai allo scoperto. Selene è la dea della luna, e quando la luna è piena il suo bacio può svelare a pochi eletti quell’angolo nascosto di se stessi. Un bacio che si consuma fugace come un sogno, ma lascia una traccia indelebile.”

E prima che possa accorgertene, ti bacia. Poi la sua pelle candida diventa trasparente, perde qualsiasi tonalità fino a confondersi con la città circostante. Sta scomparendo.

“Aspetta, aspetta! Perché io? Perché hai scelto me?”

“Perché tu possa scrivere di me. Sono secoli che nessuno narra più il mio mito. Raccontalo agli altri, racc…”, e il suono sempre più flebile si confonde con il rombo dei clacson, con le voci lontane, con il fischio del vento.

Sei nel tuo appartamento. Non sai come ci sei arrivato, ti senti come se avessi dormito, eri seduto sull’autobus, ricordi… ricordi Selene. Sì, ricordi tutto. E’ stato il suo dono, ti ha permesso di conservare l’immagine del tuo contatto con lei, affinché tu potessi ricomporlo, immortalarlo in un’unica storia, in un unico mito. Sì, devi farlo subito. Presto Eva ti chiamerà sul cellulare allarmata, pretenderà spiegazioni, non capirà perché sei mancato alla premiazione. E neanche tu sei sicuro di capire fino in fondo. Ma grazie al bacio di Selene finalmente ce l’hai fatta, sei uscito dal vortice. I tuoi ammiratori saranno delusi, la tua assenza susciterà irritazione, scandalo, esecrazione. Diventerai lo zimbello di tutta la letteratura contemporanea. E, cosa ancora più straordinaria, non te ne importa nulla. Ti condannino pure, o ti inchiodino a un piedistallo più alto, non è per questo che scrivi. Scrivi per riconoscenza. Scrivi per ricompensare il regalo insostituibile di un’amica. E per la prima volta da tanti, troppi mesi, sai esattamente come iniziare:

ATENE, IV SECOLO A.C.

 

“Guardala. Guarda quanto è bella.”

 

 

Emanuele Bucci 

 

 

 

 

 

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