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Il verdetto di un’epoca

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Io mi preoccupo della mia epoca. Fino a qualche secolo fa, una simile affermazione avrebbe potuto apparire scontata. Ma oggi, ora, in questo momento, non più. E’ l’errore fondamentale dell’essere umano, il dare troppe cose come sicure, assolute e naturali. Poi arriva il diverso, l’elemento destabilizzante che ci mette in crisi. Con un gesto distratto ma ugualmente devastante, in un attimo frantuma il fragile e imperfetto castello di sabbia delle nostre convinzioni. E mentre noi arranchiamo e boccheggiamo storditi, troppo confusi per dare ascolto alla ragione, in assenza di altri punti di riferimento ci lasciamo sedurre dalla paura. E senza che ce ne rendiamo conto, il diverso è già diventato il nemico. Il nostro nemico. Perché mi tormento con pensieri del genere? Non dovrei permettere a dubbi irrazionali di influenzare le mie decisioni. L’incertezza fine a se stessa è la peggior malattia di un buon giudice. Ormai, che mi piaccia o no, sono vecchia, e ho portato avanti la mia esistenza seguendo punti di riferimento che sarebbe pericoloso e assurdo rimettere in discussione proprio adesso.

Ma in quanto presidente della Commissione di Giudizio, non posso neanche agire con superficialità. Mi sono materializzata all’interno dell’aula di tribunale in perfetto orario, come hanno fatto anche i giurati, i legali, gli uomini della scorta e naturalmente lui. L’imputato. Sospeso al centro dell’aula, non appena apre gli occhi accelera il respiro, sa che questa è l’udienza finale. Ogni secondo di attesa in più aumenta la sua angoscia. Muove il capo incerto e tremante nella malinconica ricerca di uno sguardo, un gesto, un cenno che possano fargli intuire il verdetto dei giurati. Si volta verso di me e china la testa, con una riverenza che mi mette a disagio. La guardia accanto a lui sorveglia ogni suo movimento, entrambi sono circondati dal sottile campo di forza che ammanta di una lieve sfumatura bluastra le loro figure. Rivolgo lo sguardo ai giurati. Sono tutti perfetti quanto anonimi cittadini del quinto millennio. Donne e uomini altruisti, coscienziosi, rispettosi della legge. Eppure in qualche modo freddi, impenetrabili. Non li avevo mai sentiti così estranei a me. Scruto nuovamente l’imputato. Cosa lo rende diverso dagli altri? Da noi? L’altezza è nettamente inferiore alla media dei presenti, certo, ma non è solo questo. C’è qualcosa nel suo portamento, un’inquietudine ancestrale che trascende le circostanze del momento, un’agitazione palese e sconcertante come un terzo occhio sulla fronte. Rabbrividisco se penso a come fosse la vita nella sua epoca. Guerre, malattie, problemi a noi sconosciuti. Una quotidianità che ci apparirebbe insopportabile, dominata dai rumori e dal caos dei primitivi mezzi di locomozione. Eppure c’è anche qualcos’altro in lui. Come la determinazione, forse egoistica, forse isterica, ma comunque inestinguibile, a non arrendersi ai propri drammi, a cercare una speranza anche quando somiglia fin troppo a un’illusione. Un’energia che probabilmente noi esseri umani del cinquemila abbiamo sepolto sotto secoli di evoluzione. Un’energia che dimostra anche adesso.
Non sono io che decido la legge, quindi non dovrei pormi certi problemi. Ma… perché quest’uomo si trova qui? Come se fosse un’anomalia da risolvere, un’imperfezione da cancellare. E’ vero, proviene da una società in cui sentimenti ostili che oggi abbiamo superato erano il pane quotidiano. So per esempio che nella sua epoca molte persone usavano colpevolizzare un individuo per il proprio luogo di nascita, per la propria religione, per la propria cultura. Spesso anche molti governi fomentavano queste assurde intolleranze, a volte per celare la loro stessa incapacità di provvedere al bisogno e all’integrazione di una minoranza con caratteristiche vagamente diverse da quelle della comunità dominante. Ecco che torna quella parola. Diverso. Ma noi siamo così diversi dagli uomini di quell’epoca, come ci piacerebbe credere? E’ vero, l’uomo di fronte a me rischia di diffondere nuovamente fenomeni odiosi come furti, omicidi, atrocità cui non sapremmo far fronte e che devasterebbero tutti i progressi così faticosamente compiuti. E di certo i nostri provvedimenti, anche in caso di colpevolezza, non sfiorano minimamente la crudeltà degli antenati. L’imputato verrebbe trasferito in una colonia di riabilitazione, strutturata appositamente per ospitare persone come lui. Ma, in fin dei conti,  non siamo noi stessi intolleranti a rifiutare un essere umano solo in virtù della sua epoca di provenienza? Ci sentiamo davvero così superiori a lui da negargli la possibilità di insegnarci qualcosa? Non è forse venuto qui con la sua rudimentale macchina del tempo perché non riusciva a vivere con dignità nella sua epoca? Se siamo tanto progrediti, perché non possiamo condividere anche con lui il frutto dei nostri sforzi? Quest’uomo ha rischiato la vita, ha abbandonato tutto ciò che conosceva per lanciarsi verso un futuro di cui ignorava anche il più piccolo particolare, e l’ha fatto per necessità. Per disperazione. E’ forse un crimine? Forse la verità è che non ci piace perché ci ricorda come eravamo. Ci riporta alla mente una parte di noi che vorremmo dimenticare come un brutto sogno. Ma in quest’aula stiamo solo dimostrando che quella parte di noi non se ne è mai andata. E’ la paura, radicata troppo in profondità nella nostra anima perché la compassione, il buonsenso o il benessere possano davvero intaccarla.
L’udienza ha inizio. Adesso non riconosco più neanche quest’aula, dove ho celebrato decine di processi. Se prima mi appariva come un monumento alla grandiosità dell’architettura moderna, adesso pare più una di quelle spaventose arene dove i nemici della Roma imperiale venivano gettati e fatti sbranare dalle bestie feroci sotto gli occhi del pubblico. Io sono l’imperatore. Apparentemente il mio pollice ha potere di vita e di morte, ma in realtà il mio stesso arbitrio è condizionato dal volere del popolo, che mi inciterà all’indulgenza o alla condanna del martire che ancora non ha il coraggio di guardarmi. Con un gesto fermo e controllato della mano, il presidente della giuria fa muovere leggermente verso l’alto la propria piattaforma, si schiarisce leggermente la voce e si prepara a scandire le sillabe che determineranno il destino di un altro essere umano.
“Vostro onore, noi dichiariamo l’imputato Helmut Stern, appartenete al Ventunesimo Secolo…” per un istante ascolto solamente il sibilo del mio respiro che risuona nel petto.
“… Colpevole di immigrazione temporale.”
Che risate. Come se quel poveretto avesse potuto sapere, prima di arrivare qui, che nella nostra epoca viaggiare nel tempo è illegale. Non ci è permesso mandare qualcuno nel passato ad avvertirli, come sarebbe possibile? Rischieremmo di alterare il naturale corso della storia e di provocare un disastro. Non possiamo neanche rimandare nella propria epoca i “clandestini”, dopo che hanno visto così tanto del futuro che li attende. Questa recente legge emanata dal governo, che punisce gli immigrati temporali in quanto tali, ha qualcosa di grottesco. Ma fino ad ora, forse perché sono il primo giudice a dover istituire un processo per questo nuovo tipo di reato, non me ne ero mai resa conto. E se continuasse ad arrivare altra gente dal passato, sempre di più? Come si regolerebbero i nostri sensibili ed evoluti legislatori del quinto millennio? Solo immaginarlo mi fa sentire inquieta. Ma ora non posso lasciarmi andare a simili speculazioni, devo pensare alla mia epoca. Al presente. Pronunciare il verdetto, quello che tutti, compreso quel poveretto che ora trema e ha quasi le lacrime agli occhi, aspettano con trepidazione. Ma preoccuparsi del presente non significa anche preoccuparsi del passato? E del futuro?
Non ho nemmeno formulato quest’ultimo pensiero, che davanti ai nostri volti attoniti si manifesta improvvisamente un nuovo visitatore. Non è il consueto teletrasporto a introdurlo nell’aula, ma il vortice fosforescente di un passaggio temporale. Non avendo una piattaforma a sostenere il peso del suo corpo, precipita verso il pavimento, tre metri sotto di noi, fino a che il raggio antigravità di emergenza non lo salva provvidenzialmente dalla caduta libera. Fluttua di fronte a noi stordito. I presenti lo fissano, lo additano, gridano e discutono fra di loro in preda alla confusione. Solo io faccio quel gesto tanto apparentemente spontaneo quanto di fatto così incredibilmente difficile. Mi avvicino allo straniero. E’ vestito con una strana uniforme monocromatica, il suo fisico è straziato da percosse recenti e da un’evidente denutrizione. Non riesco a capire fino a che punto sia cosciente. Muove davanti a sé il braccio destro con una certa insistenza, al punto che riesco ad accorgermi di un dettaglio alquanto singolare. Una sorta di tatuaggio, o per meglio dire un marchio, impresso sul polso. La lingua è sorprendentemente simile alla nostra, per cui, una volta avvicinati gli occhi, non mi è difficile leggere: “IMMIGRATO TEMPORALE 764”, e poi una data. Solo un paio di cifre, ma sufficienti a farmi gelare il sangue. D’un tratto capisco qual era il motivo della mia agitazione. Sono giudice da così tanti anni che ho sviluppato una sorta di istinto. Ho capito che, mentre noi stavamo processando un uomo, era in corso un altro processo, il cui esito sarebbe dipeso dal medesimo verdetto. Il processo era alla nostra epoca. Quei perfetti quanto anonimi signori del quinto millennio continuano a cercarsi l’uno con l’altro smarriti, non hanno idea di come gestire questo nuovo immigrato temporale. Ma loro non sanno quello che io ho appena scoperto. Quest’uomo di fronte a me non è venuto per salvare sé stesso, ma per salvarci da noi stessi. Perché quest’uomo non viene dal passato. Viene dal futuro.

Emanuele Bucci

 

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