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La lunga notte

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in Fantascienzaonline

Fu uno scatto rigido, improvviso, molto sgradevole, quello con cui si fermò l’autotrasporto clandestino alle otto e mezza di una grigia e stagnante sera d’estate. Era un veicolo enorme, decadente, traballante, vecchio come l’emarginazione e il pregiudizio. La brusca frenata faceva da degna coronazione a un viaggio interminabile e atroce per chi era costretto a percorrerlo. Gli autotrasporti clandestini seguivano sempre strade tortuose, pericolanti e desolate abbastanza da non correre il rischio di essere intercettati dalle squadre di polizia o da qualsivoglia genere di occhio indiscreto.

Arrivare a destinazione rappresentava, più che una probabilità, una speranza. Le porte automatiche, logore all’esterno ma ancora funzionanti, si aprirono con il consueto, penetrante fischio metallico, e in un attimo un groviglio di carni schiacciate fra loro all’inverosimile cadde riverso al suolo. In breve tempo il carro vomitò dal suo angusto stomaco tutti i rifiuti della società, gli scarti del sistema, dell’ordine costituito. Coloro che non potevano permettersi un trasporto legale autorizzato dallo Stato. Quasi avesse avuto una coscienza propria, il veicolo emanò un singulto dalla cappa del motore e, finalmente libero dal suo carico, ripartì verso la fitta selva ad ovest. La prima cosa che fecero gli ex passeggeri fu di staccarsi completamente l’uno dall’altro, sfruttando la vuota vastità della steppa dove erano stati scaricati, ritagliarsi un piccolo spazio, e respirare a pieni polmoni. Una boccata d’aria fresca e mezzo metro di libertà per sé apparivano, più che una necessità, un privilegio da troppo tempo negato. Ognuno di loro era separato fisicamente dai propri compagni, eppure, in quei pochi minuti di totale abbandono, forse non erano mai stati tanto uniti, tutti accomunati dalla stessa, disperata sensazione. Quella di essere ancora vivi. Quando la moltitudine riprese ad acquistare coscienza di sé e delle rispettive identità, cominciarono a formarsi i consueti gruppetti. Immigrati, zingari delle regioni dell’est, barboni, senzatetto, prostitute, dissidenti religiosi, si radunarono nei rispettivi assembramenti. Per molti di loro la parte più difficile, superare il viaggio fino alla zona teletrasporto, era passata. Altrettanto faticoso era stato per ogni gruppo procurarsi i dispositivi per teletrasportarsi nei rifugi. Ora, in quell’arida steppa attraversata dalle onde elettromagnetiche dei mille satelliti in orbita attorno al pianeta, ogni rifugio avrebbe potuto localizzare i propri compagni e farli materializzare direttamente nel nascondiglio. Al sicuro. I capigruppo tirarono fuori i dispositivi, che durante il tragitto avevano nascosto e custodito gelosamente, e li attivarono. Un immediato segnale di risposta, e ogni gruppo si dissolse in una nuvola fosforescente. Sembrava davvero che anche per i più emarginati esistesse almeno un remoto anfratto, nascosto negli imperscrutabili meandri della società, disposto ad accoglierli.


Soltanto due persone rimasero escluse, come voci stonate, dal meraviglioso concerto visivo circostante. Due donne giovani, ma che nei loro pochi anni di vita avevano già conosciuto molto (forse troppo) sull’amore, sul dolore, sull’ingiustizia. Quasi come per ritrovare l’ingenuo entusiasmo di un’infanzia troppo breve, rimasero fisse a rimirare l’ipnotico spettacolo di luci che si facevano via via più rade, fino a lasciare le due ragazze sole con il crepuscolo all’orizzonte. Come risvegliatesi da un sogno, si prepararono a mettersi in marcia verso sud, in direzione della città.
I rispettivi genitori avevano dato loro due bei nomi, due nomi eleganti e discreti, forse appartenenti a qualche loro vecchia zia. Se avessero accettato fin dai nomi tutto ciò che era stato prefissato per loro, comportamenti, gusti, progetti, forse avrebbero avuto una vita più facile. Ma di certo non sarebbero state più felici. Avevano deciso i loro nuovi nomi la prima volta che si erano incontrate. Gianna e Lina. Due nomi che non avevano niente di speciale, se non quello di essere graditi a chi li aveva scelti, di avere un suono piacevole da sentire sulle proprie labbra, o pronunciato da altri. La prima volta che si videro avevano forse una sola cosa in comune. Erano entrambe diverse. Non una diversità che si scopre fin dalla nascita, né che si manifesta esteriormente, attraverso il colore della pelle o i tratti del volto. Piuttosto uno stato d’animo, un desiderio di essere, una commistione tra le tendenze del corpo e quelle dell’anima, che non corrispondevano a ciò che molti chiamavano normalità. Normalità. La più crudele bugia della società umana, il credere che sia necessario plasmare la propria identità seguendo uno stereotipo, ignorando di essere tutti unici. Ma ciò che rendeva infelici Gianna e Lina non era l’essere diverse. Era l’essere sole. Sarebbe bastata una sola persona con cui condividere ciò che tutti gli altri avevano rifiutato di loro, e la foresta di rovi dell’esistenza sarebbe diventata abbastanza simile al giardino dell’Eden. Per questo, da quando si erano conosciute, si erano capite. Si erano amate.


Ma era passato tanto tempo dal loro primo incontro. Ora sembravano tenute assieme da un filo, forte ma allo stesso tempo estremamente sottile, così simili eppure così diverse, come due elementi opposti e complementari. Gianna, con il suo viso fresco di una bellezza soave e sincera, il corpo leggiadro anche sotto i sudici e dimessi stracci che era costretta a portare, eppure offuscata nel volto da un’espressione amareggiata, ancora forte e determinata ma carica di un grande dolore, o forse di un grande rancore. Lina, con le sue membra precocemente sfatte, le pelle consumata, ogni centimetro della sua carne deturpato da troppi anni di conformismo imposto, di eccessivi trattamenti chimici per tentare di farsi accettare in un mondo che l’aveva già condannata dal giorno in cui era nata donna. Eppure nei suoi occhi sembrava conservare le speranze, il desidero di ricevere amore e di condividerlo, la voglia di vivere che l’avevano accompagnata fin dalla nascita.
Gianna constatò in che stato pietoso era ridotta la compagna, con i rotoli di pelle che si afflosciavano sempre di più e il senso di affanno che le rendeva impossibile reggersi in piedi, quindi tirò fuori la boccetta della lozione curativa che avevano preso prima di partire. Gliene spalmò addosso più del solito, anche se ne era rimasta poca, poiché Lina stava chiaramente per avere una crisi. Subito dopo il trattamento la pelle di Lina sembrò ritrarsi e rassodarsi ritornando a una condizione di parziale e temporanea stabilità.


Gianna posò a terra il carrettino a quattro ruote che fino ad allora aveva tenuto sempre sottobraccio e aiutò Lina a sedersi. Poi prese in mano la corda in testa al carrettino e iniziò a camminare trascinandosi dietro la compagna con una sorta di seria e malinconica rassegnazione. Mentre avanzavano perseveranti verso la loro destinazione, la sera si trasformò rapidamente in notte.
“Sei stanca, Gian?”
“Tu cosa dici?” Gianna come al solito si sentì in colpa per il tono brusco e aggressivo nella sua risposta, ma era anche consapevole che non sarebbe mai riuscita a replicare con più gentilezza.
“Mi spiace, Gian, ma lo sai il mio problema qual è...”
“Va bene, ma fra un po’ facciamo una sosta. E’ quasi un’ora che ti sto portando e non ci vedo più dalla fame.”
“La lozione curativa è quasi finita, vero, Gian? Ho paura… ho paura che mi venga un’altra crisi… Che facciamo se mi viene un’altra crisi?”
“Te la tieni. Ti avevo detto di scegliere, no? O la lozione curativa, o il dispositivo per il teletrasporto. Adesso, però, non ti agitare. Fra un po’ tanto saremo arrivate al rifugio in città.”
Le incertezze e i timori di Lina non erano certo una novità per Gianna. Ma c’era stato un tempo in cui Gianna, invece che bofonchiare nervosamente, avrebbe sorriso affettuosamente a Lina, l’avrebbe abbracciata, sussurrandole all’orecchio parole dolci e rassicuranti per confortarla. Ma tutto questo prima. Prima che lei la tradisse.
Si fermarono poco dopo, sedendosi in prossimità di una collina al di là della quale sarebbe stato visibile il panorama della città. Per bloccarsi lo stomaco fagocitarono con avido, incontenibile appetito alcune briciole che custodivano in un sacchetto legato assieme alla boccetta della lozione.
“Gian, ma… Non sarà pericoloso fermarci qui? Ormai è buio…”
“Nessuno è così pazzo da passare di qua a quest’ora. Saranno tutti già rintanati in casa. All’alba, comincerà ad essere davvero pericoloso.”


“I Razziatori arriveranno all’alba?”
Gianna annuì. Lina ebbe un fremito, dovuto più al pensiero dei Razziatori che al freddo.
“Ma, Gian, perché? Ho capito che siamo in guerra, ma… Perché i Razziatori se la prendono con noi? Con la popolazione civile?”
“Proprio perché siamo in guerra. Passa un esercito, si prende quello che trova, oppure lo distrugge.”
 “Ma queste cose un tempo non succedevano in Europa. Squadre di Razziatori che invadono i paesi…”
“Succedeva nel Medioevo.”
“E quindi noi siamo tornati come nel Medioevo?”
“Beh, adesso abbiamo i sistemi di comunicazione più veloci, possiamo prevedere gli attacchi. Le case trifamiliari delle città hanno i campi di forza per proteggersi. Ma per il resto, a conti fatti…” Gianna si lasciò sfuggire un sospiro di amara ironia. Poi, come per fare coraggio a Lina, oltre che a sé stessa, si alzò in piedi decisa.
“All’alba noi saremo già nel rifugio. E ci staremo anche facendo delle belle, lunghe dormite.”
Trascorse un’altra mezz’ora di cammino alla luce argentea della luna e finalmente si trovarono di fronte alle porte della città. Il cartello stagliato dinanzi a loro riportava la scritta “Benvenuti a…” e poi aveva un grosso strappo che rendeva impossibile leggere il nome. Doveva essere stata una grande metropoli, una volta, quando esistevano ancora le metropoli, prima che la Grande Epidemia del 2263 spazzasse via tre quarti della popolazione in tutto l’Occidente. Le strade erano silenziose e solitarie quanto la steppa che Gianna e Lina avevano appena attraversato. C’erano tante case tutte uguali, a tre piani, uno per famiglia, intervallate dai magazzini e dalle botteghe dei negozianti, queste ultime già chiuse e circondate dai campi di forza. Le case trifamiliari invece non avevano ancora attivato i dispositivi di sicurezza, pertanto era possibile notare parecchie finestre aperte dalle quali si scorgevano bambini in caduta libera davanti alla televisione, donne che lavavano i piatti in cucina, uomini che lavoravano con palmari e computer di vario genere. Le ultime squadre di polizia erano passate pochi minuti prima ad accertarsi che ogni singolo cittadino fosse rientrato nella propria abitazione. Presto i capifamiglia avrebbero chiuso anche le ultime finestre. Gianna tirò fuori dal sacchetto delle briciole l’ultimo, indispensabile oggetto di viaggio. Un foglio dalla carta consumata e ingiallita, ripiegato su sé stesso almeno una ventina di volte. La mappa per raggiungere il rifugio. Si mossero cautamente facendo attenzione alle indicazioni scritte, con la sola compagnia del cigolio del carretto di Lina e degli onnipresenti schermi televisivi di propaganda politica. Ce n’erano uno ogni palazzo. Trasmettevano ventiquattro ore su ventiquattro. Naturalmente erano repliche di qualche discorso del Numero 1 dell’Alleanza Governativa, il partito politico che aveva vinto le elezioni quasi trent’anni prima e che proprio non ne voleva sapere di andarsene. Non perché avesse abolito le elezioni o controllato il diritto di voto tramite la polizia. Erano i cittadini che lo riconfermavano sempre. La maggioranza dei cittadini. Le ultime votazioni si erano svolte pochi mesi prima che Nuova Italia entrasse in guerra, e per l’occasione in ogni centro abitato avevano adottato la politica della “Propaganda Costante” attraverso l’utilizzo degli schermi televisivi pubblici. Schermi regolarmente dominati dal sorriso irritante e artefatto del candidato n. 1 e dai suoi slogan. Uno, in particolare, quello che stava pronunciando adesso, era “La natura dell’uomo è la tradizione. La tradizione è la famiglia.” Un altro a cui ricorreva molto spesso era “Se trovi famiglia, trovi la casa.”.
“Mamma mia… Certo che la faccia di questo dell’Alleanza è dappertutto, neanche ci stesse sorvegliando. Come in quel libro di Orwell, te lo ricordi, Gian? Gian? Cosa c’è?”
Gianna si era fermata di colpo.


“Ci siamo, Lin. E’ questo qui.” A pochi metri da loro c’era solo l’ennesima bottega da negoziante serrata dal campo di forza, eppure la mappa parlava chiaro. Le finestre delle case tutt’intorno erano già state chiuse. Gianna e Lina si gettarono a capofitto sull’asfalto all’affannosa ricerca del tombino che doveva condurre ai sotterranei. Ogni ombra disegnata dalla notte sembrava proiettare quella meravigliosa ancora di salvezza, quella porta per evadere dalla paura e dalla sofferenza.
“Gian! L’ho trovato, Gian!” Lina cercò di frenare il più possibile il suo entusiasmo, altrimenti le grida di gioia avrebbero attraversato anche le pareti insonorizzate delle case trifamiliari.
Gianna raggiunse Lina in un lampo e insieme cominciarono a ruotare il tombino, facendogli fare tre giri a sinistra e due a destra (come indicato dalla mappa), poi una bella strattonata verso l’alto, e finalmente…
“Lin… Che cosa…?!”
Gianna e Lina erano scioccate. Sotto il tombino l’accesso era bloccato da una spessa lastra di cemento armato con un cartello incollato sopra: “ZONA SIGILLATA PER PROBABILE PRESENZA DI RIFUGIO CLANDESTINO. INDAGINE IN CORSO.”
Gianna e Lina rimasero immobili come due statue alle quali è stato distrutto il sostegno, in procinto di crollare.
“Ma non avevi detto che era un posto sicuro?! Lin? Sto parlando con te!”
Lina tremava e manteneva gli occhi fissi sul tombino.
“Io… credevo… mi avevano venduto la mappa…pensavo che…”
“Pensavi?! Tu dovevi essere certa! Mi avevi detto che ne eri certa!”
“Mi ero fidata.”


Gianna guardò Lina con la stessa ostilità che si potrebbe rivolgere al proprio carnefice.
“Ah, tu ti eri fidata? TU?! Io mi ero fidata di te! Ti ho accompagnata, ho fatto tutto quello che mi avevi chiesto, speravo che tu non mi avresti delusa di nuovo!”
Lina singhiozzava, mentre il suo corpo ricominciava a sfaldarsi. Le lacrime confluivano nelle rughe del viso come fragili e confusi disegni. Gianna batté furiosamente un pugno contro la lastra di cemento.
“Sai cosa ci faranno, Lin? Sai cosa fanno i Razziatori alle donne? A quelli non gliene frega niente se ti stai sciogliendo per colpa di quei fottuti prodotti di bellezza! Anche se hai il cervello di una bambina idiota, e il corpo di una vecchia obesa, loro non faranno differenza, ti prenderanno e ti…”
“Zitta! STAI ZITTA!!”
Lina fu presa da un attacco di convulsioni, la sua pelle si spargeva al suolo come una pozzanghera, il volto trasfigurato in una maschera di dolore. Dopo quel rabbioso e disperato grido, dalla sua bocca uscivano solo straziati mugugni. Gianna non l’aveva mai vista ridotta in quello stato. Si rese conto di ciò che aveva detto e odiò sé stessa per aver ridotto la donna che un tempo amava in quelle condizioni. Prese la boccetta di lozione curativa e gliela gettò addosso fino all’ultimo milligrammo, la spalmò muovendosi con un frenesia dettata dall’apprensione. Cominciò a piangere anche lei.
“Oddio… oddio, Lin… Scusami, non volevo…”
Gianna era terrorizzata. Solo ora si rendeva conto di quanto Lina fosse ancora importante per lei.
La lozione era poca, ma Lina si era un po’ calmata rispetto a prima, e questo la aiutò a riprendersi. Gianna la strinse forte, si sentì come se avesse riacquistato un arto perduto. Lina singhiozzava ancora, ma i suoi respiri si erano fatti più rilassati e aveva smesso di tremare. Una pungente brezza ondulava lievemente i loro capelli, mentre si tenevano strette come se fossero state un solo corpo, una sola essenza.


“Gian… Che facciamo, adesso?”
“Stai tranquilla, ce la caveremo.”
“Ho paura. Stanotte… Sai cosa deve succedere stanotte, te lo ricordi, vero?”
“Certo, Lin, certo. Me lo hai detto.”
“Non voglio che succeda qui, al freddo, con i Razziatori che stanno per arrivare. Ho bisogno di stare al sicuro. Abbiamo bisogno di stare al sicuro.”
Gianna le diede un lungo bacio sulla fronte e la aiutò a rimettersi sul carretto.
“Che cosa hai in mente, Gian?”
“Dobbiamo chiedere aiuto. Le case trifamiliari non hanno ancora attivato i campi di forza.”
“Ma… è pericoloso. Se ci perquisiscono e scoprono i…”
“Non lo faranno. Non siamo straniere e non abbiamo l’aspetto di delinquenti.”
 La prima porta alla quale suonarono era un emblema del nuovo ordine sociale portato avanti dall’Alleanza Governativa. Grigia, enorme, di un metallo spesso e gelido. Al centro c’era un microfono esterno per comunicare senza dover aprire. Ogni piano delle case trifamiliari aveva un pannello che indicava il nome del capofamiglia e il numero di figli. Accanto al pannello, una bandiera e un crocifisso. Al primo tentativo nessuno rispose. Con la caparbietà che le aveva permesso di sopravvivere, Gianna ritentò.
“Aprite, per piacere!” fece Lina rivolta al microfono, “Abbiamo bisogno di aiuto, per favore!”
“Andate via!” La voce era maschile, rauca, aspra. “Non vogliamo guai, tornate alla vostra famiglia!”
“Noi non abbiamo una famiglia…”, replicò Gianna, “Vi prego, siate caritatevoli.”
La voce all’interno tacque. Le autorità religiose associate all’Alleanza Governativa fornivano sempre lauti premi a chi compiesse un atto di carità verso il prossimo. Nel caso in cui, ovviamente, questo “prossimo” corrispondesse agli schemi del Prototipo Familiare Ufficiale dell’Alleanza Governativa.
Un impercettibile spioncino si aprì sulla porta. Gli occhi torvi del capofamiglia squadrarono le due giovani. Ci fu un’altra silenziosa attesa.


“Perché non avete una vostra famiglia? I Centri di Accoppiamento hanno una soluzione per tutte le persone sole.”
“Noi… noi avevamo una famiglia, ma le case sono state distrutte in un incendio, i nostri genitori sono morti.”
“Lo Stato ha soluzioni anche per questo.”
“Ma noi non abbiamo avuto tempo di rivolgerci allo Stato! Vi prego… ci siamo perse, abbiamo paura per via dei Razziatori…” Gianna doveva fingere un tono docile e supplichevole, malgrado la cosa che desiderava più fare in quel momento fosse di dare un pugno a quell’ individuo dall’altro lato della porta.
“Non avete guardato il pannello? Abbiamo sei figli da mantenere. Non c’è abbastanza spazio!”
“Possiamo dormire dovunque, basta che ci fate entrare. Vi scongiuro!”
“Andate da qualcun altro, qui siamo troppi!”
Lo spioncino si richiuse. Gianna continuò per un po’ a suonare e a chiamare, invano.
“Stronzo!” Gianna diede un violento calcio alla porta, col solo risultato di farsi molto male al piede. Si voltò indietro e si accorse che Lina era sparita. Gianna ebbe una stretta al cuore, si guardò intorno confusa e angosciata. Tirò un sospiro di sollievo sentendosi chiamare per nome.
“Ehi, Gian! Proviamo questa!” Lin si era spostata con il carretto vicino a una porta poco distante. “Questi qui non hanno ancora avuto figli, che fortuna!” Gianna raggiunse Lina e tirò il campanello.
“Se mi fai ancora uno scherzo del genere, Lin, giuro che ti lascio ai Razziatori!” Lina si voltò preoccupata che Gianna potesse essersi offesa, ma si tranquillizzò vedendo che le sorrideva.
Improvvisamente, la porta si aprì. Gianna e Lina restarono immobili e sbalordite. Di fronte all’uscio c’era una donna. L’espressione era serena e un po’ svampita. Portava una vestaglia da sera della marca “Family Life”, quella che andava tanto nelle pubblicità in televisione. La porta si apriva su uno splendido e luminoso salone, con l’ampia parete di fronte interamente occupata da un televisore maxischermo alzato a tutto volume. Trasmettevano una delle tante soap opera con protagoniste famiglie simili a quelle sostenute dall’Alleanza Governativa. A destra si intravedeva un uomo stravaccato su un comodo divano azzurro con il telecomando in mano e il volto teso a seguire il programma in tv.
“Salve, che posso fare per voi?”, domandò la donna in tono meccanico e assente.
Fu Gianna a rispondere:
“Beh, ecco noi siamo…”
“Oh, accidenti! Sapevo che sarebbe successo!” La donna parlava rivolta in direzione del maxischermo, commentando gli eventi della soap. Effettivamente, salvo una fugace occhiata iniziale alle due donne, la giovane signora aveva continuato a tenere gli occhi incollati allo schermo, per non perdere neanche un frammento della trasmissione. Gianna e Lina provavano un senso di forte disagio.


“Noi, vede, noi… Avremmo bisogno che lei ci ospitasse per questa notte. Se non è…”
“Oh, mio Dio! Oh, mio Dio! Questo proprio non me l’aspettavo!”
Lina guardò lo schermo incuriosita e si domandò come potesse quel flusso di immagini audiovisive provocare reazioni tanto intense in una persona da farle dimenticare i suoi interlocutori in carne ed ossa. Gianna cominciava a perdere la pazienza.
“Insomma, possiamo entrare, per favore? Signora, mi sta ascoltando?”
“Oh, accidenti! Dimenticavo che non dovrei aprire la porta in questo modo! Non posso perdere tempo con voi, adesso viene il momento forte!”
“Ma…”
La donna chiuse la porta in faccia a Gianna. Lina la guardò piuttosto imbarazzata.
“Okay… Questa è andata male.”
Il terzo tentativo lo fecero davanti a un edificio di parecchi passi più lontano rispetto al precedente. Sul pannello il capofamiglia era indicato come deceduto, e a quanto pare la vedova non era ancora stata affidata a nessun giovane interessato a “signore mature in vantaggiose condizioni economiche”. Fu proprio la vedova ad aprire la porta, senza neanche sporgersi dallo spioncino. Era una vecchietta bassa e minuta, i capelli grigi legati indietro, la bocca al centro della quale risaltava l’unico dente non ancora caduto, le ossa che sporgevano dalle mani. Aveva un sorriso incredibilmente solare e gioioso e, malgrado gli occhi fossero piccoli e incavati, alle due visitatrici parve lo sguardo più onesto e accogliente che avessero mai ricevuto.
“Uhmmm…” Le labbra semi sdentate della vecchietta sembravano tentare di masticare le parole prima di pronunciarle.
“Che posso fare per voi, mie care?”
“Oh, noi…” Gianna si bloccò per un attimo, come se quella insolita cordialità, quella disponibilità la intimidissero in quanto nuove e inattese. Fu Lina a proseguire:
“Noi ci chiedevamo se ci fosse un posticino per noi nella sua bella casetta.”
“Oh, certo, sarà un piacere potervi aiutare. Sembrate davvero affaticate, povere ragazze. Vi preparo un bel letto caldo dove riposare, e anche una tisana dolce.”
La vecchina fece qualche breve passo indietro e invitò le ragazze a entrare. Gianna e Lina si guardarono a vicenda, sorridendo meravigliate.
“Dio la benedica, signora”, proruppe Lina, “E’ una gioia sapere che esistono persone come lei!”.
“Già”, aggiunse sottovoce Gianna con un mezzo sorriso, “Fosse stata così anche mia madre.”
Stavano per mettere piede nell’ingresso, quando una voce acuta e aggressiva le fece improvvisamente ritrarre.
“Mamma! Cosa diavolo stai facendo? Dovresti essere a letto!”
Da una porta era sbucato un giovane alto, aitante, con il volto magro e i medesimi occhi incavati dell’anziana madre, ma senza la stessa limpidezza nello sguardo.


“E’ proprio fuori di testa…”, commentò fra sé e sé, ma abbastanza forte da farsi udire anche da Lina e Gianna, “Aprire così a qualcuno nel bel mezzo della notte…”
La vecchina si lamentava e si dimenava debolmente , ma in pochi secondi il giovane la trascinò verso la stanza da cui era uscito e la chiuse dentro. Da una porta sul lato opposto uscì una ragazza che si avvicinò perplessa e contrariata al ragazzo.
“Ma che fai, la chiudi dentro?!”
“Dovrei chiuderla in un ospizio, quella vecchia pazza!”
“E’ nostra madre, e non stava facendo niente di male.”
Il giovane afferrò la sorella per il braccio e la tirò verso di sé scoccandole un’occhiata furente e autoritaria. Da un movimento brusco della mano sembrò che lui stesse per picchiarla, ma si trattenne. L’energia della ragazza crollò come un castello di carte e quella che era una donna si trasformò in una ragazzina spaventata. Il fratello continuò a fissarla.
“Non contraddirmi, hai capito? Non farlo. MAI. Ora torna nella tua stanza o ti ci trascinerò dentro.” Lei obbedì timidamente e tenendo la testa bassa. L’uomo si avvicinò a Gianna e Lina, che si sentivano come se avessero assistito a un film dell’orrore. Gianna aprì la bocca cercando qualcosa da dire. Come se si fosse trovato davanti a due mosche ronzanti e insignificanti anziché a due persone, il giovane chiuse la porta lasciandole fuori.
Le due ragazze si allontanarono estremamente scosse.
“Gian, le cose non sono andate sempre così, vero? Sapevo di un tempo in cui la gente di questo paese voleva cambiare… Avevano messo leggi per la parità tra l’uomo e la donna, anche all’interno della famiglia. Anche… anche quelli come noi potevano vivere con tutti gli altri senza doversi sentire… sbagliati. Si diceva che volessero addirittura rendere legali i matrimoni fra omosessuali…”


“Sì. C’è stato un tempo in cui era veramente così.”
“E perché è finito tutto così male? Come hanno potuto lasciare che finisse così?”
“Non so, ci sono tante teorie, penso, alla fine, tutte giuste. Forse, semplicemente, quando si è trattato di andare avanti e cambiare fino in fondo, hanno avuto paura… ed hanno preferito tornare indietro.”
“Io spero che cambi, un giorno. Lo spero davvero.”
“Ehi! Ehi, voi due!” Una voce cavernosa, profonda ma erosa dagli anni fece voltare le due donne.
In fondo alla strada qualcuno aveva aperto la porta della sua casa. Era un uomo anziano che dal vestito si sarebbe detto assai ricco.
“Io ce l’ho un posto per voi!”
“Gian…”, Lina sembrava inquieta.
“Vado io, Lin, non preoccuparti.”
Gianna si avvicinò all’uomo. Aveva un volto grassoccio e una corporatura robusta, le gote rigonfie e due lunghi baffi, i capelli ordinati e tenuti insieme da un sottile strato di brillantina. Fece un lungo sorriso alla ragazza.
“Vi ho viste dallo spioncino. Cercate un posto dove dormire?”
“Ah… Sì, a dire il vero. Lei può aiutarci?”
“Certo. La mia casa è parecchio vuota da quando mia moglie è morta e i miei figli hanno tutti la loro casa e la loro famiglia. Avrei davvero un bel bisogno di compagnia.”
L’uomo era talmente vicino a Gianna che lei poteva sentirsi addosso il suo fiato. I muscoli le si irrigidirono istintivamente. L’uomo le sfiorò un capello.


“E’ un vero piacere poter aiutare qualcuno… ed essere ricambiati.”
L’uomo allungò le dita tozze e umide verso il seno di Gianna. Come lei si sentì sfiorare, gli tirò un pugno nello stomaco e uno schiaffo sulla faccia. Indietreggiò disgustata più in fretta che poté, ma inciampò e cadde per terra graffiandosi le mani. L’uomo le si avvicinò con gli occhi iniettati d’ira. Stava per afferrarla, quando fu colpito in testa da un pesante oggetto di legno. Il carrettino di Lina. Mentre il vecchio arrancava stordito, Lina aiutò Gianna a rialzarsi. Insieme scapparono correndo con tutte le loro forze. Appena si fu riavuto dal colpo, l’uomo anziano e ricco le vide allontanarsi. Per un attimo ebbe l’impulso di inseguirle, ma quasi subito rinunciò limitandosi a inveire contro di loro e rientrò dentro.
Lina e Gianna si fermarono solo quando furono sicure di essere sufficientemente distanti. Lina si stese a terra sfinita tenendosi la pelle della faccia con le mani per paura che ricominciasse a sfaldarsi. Gianna si sedette appoggiandosi con la schiena alle mura di un palazzo. Ci vollero almeno un paio di minuti prima che i loro cuori tornassero a battere regolarmente. Si misero appoggiate su un muretto in fondo alla strada principale della città, aspettando di essersi riprese del tutto.
“Ah, che schifo…Se penso che mi ha quasi toccata, quel porco…”
“Abbiamo anche perso il carretto per colpa sua.”
“E come puzzava! Sembrava il primo ragazzo che ha tentato di baciarmi.”
“Cosa?! Vuoi dire che un ragazzo ti ha baciata? E non me l’hai mai raccontato?”
“Ehi, ero solo una ragazzina! E poi, ti ho detto, ha fatto tutto lui. Io mi ci arrabbiai molto. Lui si giustificò dicendo che aveva “percepito alcune allusioni da parte mia” nei nostri discorsi. Io gli risposi che non sapevo proprio quali. Stavamo parlando della Corazzata Potemkin, prima che lui mi baciasse.”
“La… che?!”


“E’ la stessa cosa che mi ha risposto lui.”
“Oddio, Gian… Guarda!”
Gianna e Lina constatarono inorridite che ogni casa trifamiliare, in perfetta sintonia reciproca, attivava i campi di forza. In un secondo, le loro ultime preghiere erano state spazzate via da una singola, fatale folata di vento.
“Ma… Ma non li attivavano due ore prima dell’alba?”
“Avranno deciso di anticipare.”
Gianna si scostò dal muretto. Sembrava che quell’ultima beffa le avesse tolto perfino la forza di parlare. Rivolse a Lina uno sguardo accigliato, accusatorio, carico di rimpianto.
“E insomma, alla fine ci sei riuscita, Lin, cara. Siamo condannate. Contenta?”
“Gian, mi dispiace di averti coinvolta in questa storia. Ma non sapevo a chi altro rivolgermi…”
“Ah, potevi rivolgerti a uno dei tuoi spasimanti!”, il tono di voce di Gianna mutò rapidamente di intensità, “Ma forse ti avranno già mollata, sapendo che tipo sei! Già, immagino che siano stati tutti più furbi di me!”
“Gian!”
L’improvvisa veemenza nel richiamo di Lina impressionò profondamente Gianna, facendola quasi sobbalzare.
“Gian, so che non ne vuoi sentir parlare ma te lo dirò lo stesso. Io non merito il tuo disprezzo.”
“Ah, no?”
“No! Ti ho sempre amata! Non ho mai fatto niente per farti del male!”
“Tu mi hai fatto più male di qualsiasi altra persona. Come credi che mi sia sentita quando l’ho scoperto? Ci eravamo appena sposate! Matrimonio clandestino, cerimonia nascosta, ma per me contava. Avevo trovato una persona in cui potermi rispecchiare, con cui sarei potuta essere me stessa. Con cui avrei voluto passare il resto della mia vita. E lo sai perché? Perché credevo di conoscerti!”
Gianna stava sfogando in pochi minuti il dolore che l’aveva attanagliata per mesi, indurendole il cuore e facendole rabbuiare il volto.


“Ah, Dio, che umiliazione… Non solo scoprire che mi tradivi… Ma che mi tradivi con un uomo!”
“Io non ti ho mai tradita con nessuno!”
“La vuoi smettere? Se ci tieni a saperlo, io non credo a quella stronzata del sogno che mi hai raccontato!”
“Ma… guardami, Gian! Non ci vedi? Come potrei essere in questo stato e…”
“Non lo so e non mi interessa! Mi hai solo ferita ancora di più, con le tue bugie! Sei sempre stata un’eterosessuale, almeno ammettilo! Prima di conoscermi ti sei rovinata truccandoti con tutte quelle porcherie per piacere ai ragazzi.”
“Perché credevo che, prima o poi, mi sarei dovuta integrare. Che non avrei mai incontrato una come te! Ma non mi piaceva essere così. Dover sempre fingere! Con te era diverso, con te stavo bene… Gian, lo vuoi capire che ti amo ancora? Che non ho mai smesso di amarti?”
Gianna tacque. Si teneva la testa fra le mani, sconfortata, disperata. D’un tratto una goccia. Poi un’altra. E un’altra ancora. Una pioggia fitta e sottile prese a scrosciare dal cielo inzuppando i corpi delle due donne in pochi secondi. Lina si alzò muovendosi fiaccamente, ancora spossata per il precedente sforzo. Gianna si era messa sdraiata a terra, come morta, con la bocca aperta. Cominciò a ridere. Una risata strozzata, ruvida.
“Che cos’hai da ridere, Gian? Forza, cerchiamo un posto dove ripararci, ci stiamo bagnando tutte!”
“Ah, che cosa terribile! Quando arriveranno i Razziatori, glielo potrai raccontare! Ah, ah!”
“Gian, su, smetti di ridere e alzati!”
“Ci credi… Ci credi se ti dico che ho pensato che niente sarebbe potuto andare peggio di così?”
Lina dovette insistere ancora, prima di convincere Gianna a rialzarsi. I campi di forza dei negozi fortunatamente non erano elettrificati come quelli delle case, e formavano delle tettoie sotto le quali era possibile ripararsi. Si strinsero fra loro cercando di scaldarsi a vicenda. Gianna aveva cominciato a starnutire. Teneva la testa appoggiata delicatamente sul ventre di Lina. La disperazione e l’angoscia ormai stavano facendo posto a un vago senso di malinconica ineluttabilità, ed alla ferma consapevolezza che qualsiasi cosa fosse successa l’avrebbero affrontata insieme.
“Ehi, Gian… Ti posso chiedere una cosa?”
“Atciù! Lo stai già facendo…”
“Se non hai mai creduto alla storia che ti ho raccontato… Perché mi hai voluta seguire?”
“Beh… Prima o poi dovevamo pur farlo, questo viaggio di nozze…”
“Gian?”


“Che c’è?”
“Ti voglio bene”.
Gianna carezzò dolcemente la guancia di Lina.
Fu allora che lo videro. Curiosamente in groppa ad un asino stava una figura avvolta in un lungo impermeabile, il cappuccio che gli copriva la testa. Gianna e Lina si distolsero dal loro torpore. Non sapevano cosa pensare. Come era possibile che qualcuno fosse ancora fuori dopo l’ora di accensione dei campi di forza, per di più con quel tempo infernale?
Scorgendo le due ragazze, l’individuo incappucciato si fermò. Sollevò una lanterna dall’aspetto insolito e un po’antiquato. Il suo volto si illuminò. Era un uomo dal viso rotondo, di circa cinquant’anni. Fece cenno alle donne di avvicinarsi. Gianna e Lina si sentirono improvvisamente rassicurate, il portamento misurato e pacato dell’uomo aveva qualcosa di sorprendentemente invitante.
“Ragazze, non dovreste essere qui a quest’ora. Lo sapete che all’alba verranno i Razziatori? Dovreste essere a casa.”
“Noi… Non abbiamo una casa.”
L’uomo strinse i suoi grandi occhi marroni i un’espressione di sentita compassione.
“Salite sul mio somarello. Vi porterò nella cattedrale della città.”
Gianna e Lina montarono su non senza qualche difficoltà. L’uomo diede loro due mantelli impermeabili che teneva attaccati all’asino. Poi dando un lieve colpetto all’animale, lo incitò a ripartire.
Lina era seduta al centro, fra Gianna e l’uomo incappucciato. Gianna continuava a starnutire.
“Voi… Atciù!… Voi siete un uomo di chiesa?”
“Sì…”, l’ometto aveva una voce flebile ma calorosa, “Io sono un frate. Faccio qualche servizio nella cattedrale. E’ una fortuna che sia venuto a fare questo giro di perlustrazione. In effetti, avevo la sensazione che qualcuno fosse rimasto fuori.”
“Nella vostra chiesa c’è posto per chi è stanco e solo?”
“Vuoi scherzare, figliola? E’ fatta apposta.”
“E’ veramente una gioia sentirglielo dire…”
“Lo immagino. Deve essere stata una lunga notte, per voi…”
“Oh, sì. Molto lunga…”


“E’ non è ancora finita…”, sussurrò Lina.
Durante il tragitto fino alla cattedrale aveva smesso di piovere, quasi a rappresentare il cambiamento di umore nelle due ragazze. Eppure, c’era qualcosa che non convinceva fino in fondo né Gianna né Lina. Forse dopo tante esperienze negative avevano ormai imparato a non dare nulla per scontato, ad aspettarsi di tutto. In effetti, sembrava davvero troppo bello per essere vero.
L’edificio sacro aveva sembianze grandiose e imponenti, le mura di liscio e pregiato marmo, un’architettura perfettamente regolare. La luna dipingeva sulle finestre e sulle colonne ombre inestricabili e misteriose, quasi sinistre. Lina e Gianna provarono una certa soggezione pensando che uomini piccoli come quel frate erano riusciti a costruire qualcosa di tanto maestoso.
Appena furono di fronte al portone , il frate fece cenno di fermarsi.
“Aspettatemi qui.”
“C’è qualche problema? La chiesa è così grande, penso… che staremo comode.”
“Oh, noi non ci rifugiamo nella chiesa. I campi di forza non sono abbastanza potenti. Abbiamo i sotterranei, ci nascondiamo lì. Ora, però, devo chiedere il permesso a Sua Eminenza, il Cardinale.”
“Ma… che bisogno, c’è, insomma? E’ proprio necessario?” Gianna sembrava preoccupata. Il frate sbatté le palpebre, leggermente turbato dalle parole della donna.
“Ma… certo che è necessario. Deve decidere il Cardinale, io non ho il diritto di assumermi questa responsabilità. Ora aspettate qui, fra breve arriverà Sua Eminenza.”
Il frate scomparve dietro l’ampio portone. Passarono alcuni minuti, e l’entrata si riaprì. Lina e Gianna si trovarono di fronte un uomo dal viso piuttosto anonimo e insignificante. Ad attirare l’attenzione era più il vestito, ricamato con cura sopraffina su stoffe che intrecciavano superbamente le tonalità del rosso, dell’oro e del verde. Aveva un’espressione accigliata e un poco stizzita.
“Ah, siete voi le due viandanti, dunque. Il frate avrebbe dovuto chiedere la mia conferma, prima di uscire. Non va affatto bene. Avevamo mandato un bando oggi pomeriggio in giro per la città. Perché non siete venute prima?”
“Siamo… Arrivate tardi.”


“Ah, beh. Comunque è un problema. Lo spazio nei sotterranei è poco.”
Gianna sentì come se un campanello d’allarme si fosse improvvisamente attivato nella sua mente.
“No, non importa dove! Qualunque posto è meglio di qui fuori!”
“Sì, sì, certo… Questo lo capisco…”, il Cardinale fece due volte finta di tossire, “Beh, l’unico spazio libero è il ripostiglio delle provviste, ma…”
“Il ripostiglio, dice? Ma sarà perfetto! Vero, Lin? Diglielo anche tu!”
“Sì, sì… sarà… perfetto…”
“Ah, d’accordo, allora. Starete lì…”
“Ma… Dice sul serio? Va bene, quindi? Non ci sono problemi?”
“No, no. Forza, sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere.”
Gianna e Lina credevano di stare sognando. Improvvisamente si sentirono libere da ogni tensione, da ogni angoscia. Si abbracciarono con passione, dimenticandosi di tutto, dei loro conflitti, dei loro guai. Di tutto. Anche del Cardinale. Quando ebbero ripreso coscienza della realtà circostante, si accorsero che l’uomo le stava guardando. Erano sul punto di baciarsi. Si separarono immediatamente, condannandosi interiormente per quell’attimo di folle, irrazionale entusiasmo. Il Cardinale strabuzzò gli occhi, senza dire una parola. Sembrava che una freccia avvelenata l’avesse colpito al centro del petto.
“Aspettate. Un momento.” Gianna e Lina cercarono di sembrare tranquille. Il Cardinale gli si avvicinò con sguardo severo e inquisitorio.


“Fate vedere il braccio.”
Lina ebbe un sussulto. Gianna tentò di sbiascicare qualche parola.
“Fate vedere il braccio o vi lascio fuori!”
Lina voltò la testa da un’altra parte. Non riusciva a fare ciò che il Cardinale le aveva comandato. Gianna tirò un respiro profondo e cominciò a scoprirsi il braccio sinistro. Prima sollevò la manica umida del consunto vestito, poi un morbido fazzoletto di stoffa legato al centro dell’avambraccio. Fu immediatamente visibile la cicatrice. Indelebile, inconfondibile. Il simbolo con cui era stata marchiata la maggioranza della popolazione omosessuale, prima che una metà di loro riuscisse a evadere dai centri di raccolta istituiti nel 2346. Quel marchio rappresentava l’umiliazione e l’ingiustizia, il rifiuto e l’odio da parte della società. Ma Gianna aveva imparato a considerarlo il prezzo e allo stesso tempo il riconoscimento della propria unicità. Pertanto, forse sentendosi troppo violentemente provocata, non si limitò a mostrare la cicatrice. La ostentò di fronte agli occhi sconvolti e disgustati del Cardinale, ricambiando il suo sguardo con un volto fiero, sprezzante, orgoglioso, carico di una dignità che nessun sopruso avrebbe potuto spezzare.
Lo schiaffo del Cardinale la colpì senza alcun preavviso, con la forza di chi è stato educato a temere e a disprezzare ciò che non è conforme, e che aveva fatto di questo timore il suo modo di essere. Gianna cadde a terra intontita dal colpo.
Lina fu colta da un’inedita ferocia. Si avventò contro il Cardinale insultandolo, tentando di strappargli il vestito di dosso, mentre le lacrime le sgorgavano a lenti, inesorabili fiotti. Il Cardinale la allontanò da sé, scuotendola in malo modo. Il corpo di Lina prese a sciogliersi in un’ennesima, inarrestabile crisi. Continuò a gridare, a delirare con la testa rivolta verso il cielo, ormai persa nella sua stessa disperazione. Mentre il Cardinale si accingeva a richiudere la porta, Gianna, ancora a terra semi stordita, allungò la mano come per fermare il prelato, cercando di farsi sentire da lui.
“Aspetti, mi ascolti, la prego… Lasci me qui, ma prenda Lin, la scongiuro… Questa è una notte importante per lei… Lei deve capire, lei ha letto quella storia, lei deve credere a Lin! Lin ha fatto dei sogni… Me l’ha raccontato una volta, che le è apparso l’angelo, le ha parlato, ha detto… ha detto che deve nascere stanotte!”

 

Emanuele Bucci

 

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