Sessantatré studi, 265.079 persone. Giulia Trotta e nove colleghi del King’s College di Londra e del South London and Maudsley, il servizio sanitario psichiatrico del sud di Londra, li hanno messi insieme per una domanda antica: chi usa cannabis è più violento? La meta-analisi, cioè l’analisi che somma i risultati di studi diversi, è uscita su Psychological Medicine il 24 settembre 2026, ad accesso aperto.
Gli autori hanno tenuto separati due gruppi, la popolazione generale e i pazienti psichiatrici, e due ruoli, chi commette violenza e chi la subisce. Per violenza intendono quella fisica, sessuale o psicologica contro un’altra persona, come la definiva ciascuno studio. Dove uno studio ne misurava più forme, hanno preso la più grave.
Il risultato è espresso in odds ratio, il rapporto fra le probabilità di un evento in due gruppi. Un valore di 1 significa nessuna differenza. Nella popolazione generale chi usa cannabis ha un odds ratio di 2,05 per aver commesso violenza, con un intervallo di confidenza al 95 per cento da 1,74 a 2,41. Fra i pazienti psichiatrici sale a 2,49, da 1,72 a 3,61. Per la violenza finita in una condanna penale arriva a 3,75 nella popolazione generale e a 4,21 fra i pazienti psichiatrici, ma ciascuna di queste due stime poggia su tre studi soltanto. Chi usa cannabis ha anche un odds ratio di 1,49 di subire violenza, più marcato fra le donne che fra gli uomini.
I comunicati traducono 2,05 con «due volte più probabile». Non è la stessa cosa. L’odds ratio si avvicina al rapporto fra i rischi solo quando l’evento è raro; quando l’evento è frequente lo ingrandisce.
Il dato che pesa di più è un altro. Negli studi trasversali, che fotografano uso e violenza nello stesso momento, l’odds ratio della violenza commessa è 2,37. Negli studi longitudinali, che misurano l’uso prima e la violenza dopo, scende a 1,17, da 1,07 a 1,28. Per la violenza subita il calo è più netto: 1,49 sull’insieme degli studi, 1,05 in quelli longitudinali, da 1,01 a 1,10, un valore appena sopra l’uno. Il disegno longitudinale è quello che può stabilire che cosa viene prima. È anche quello in cui l’effetto si fa piccolo.
Gli studi sono molto diversi fra loro. L’indice I², che misura quanto i risultati divergono oltre il caso, vale 98,6 per cento per la violenza commessa nella popolazione generale. I grafici a imbuto sono asimmetrici e il test di Egger è significativo: è il segno possibile di una distorsione da pubblicazione, cioè di studi con risultati nulli rimasti nel cassetto. Corretta con il metodo trim-and-fill, la stima per la popolazione generale resta simile, 2,12; quella per i pazienti psichiatrici scende a 1,85.
Gli autori lo scrivono chiaro: l’associazione non dimostra che sia la cannabis a causare la violenza. L’uso di cannabis va spesso insieme ad alcol, altre droghe, impulsività, tratti antisociali, povertà, ambienti violenti. Il confondente più ovvio è l’alcol, e la maggior parte degli studi inclusi non teneva conto del consumo di altre sostanze. Pochi studi misuravano quanta cannabis si usasse e con quale frequenza, e quasi tutti sono anteriori alla diffusione dei prodotti ad alto contenuto di THC, il principio psicoattivo. La ricerca, poi, ha considerato solo articoli in inglese.
Fra i lavori inclusi ce n’è uno italiano. Carabellese e colleghi, nel 2013, avevano seguito 1582 pazienti psichiatrici nel Sud Italia; nella meta-analisi il loro studio dà un odds ratio di 3,70, con un intervallo largo, da 1,48 a 9,26.
Le indicazioni pratiche degli autori sono due. I servizi di salute mentale dovrebbero chiedere sempre dell’uso di cannabis quando valutano il rischio di violenza di un paziente. L’informazione pubblica sulla cannabis dovrebbe includere anche la violenza, commessa e subita, accanto ai danni per chi la usa.
Lo studio è finanziato dal National Institute for Health and Care Research britannico e dal Medical Research Council; gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse. Dichiarano anche di aver usato ChatGPT 4.0 e Gemini per migliorare la lingua del testo, che poi hanno rivisto assumendosene la responsabilità.
Quello che regge è questo. Dove c’è cannabis c’è più violenza, commessa e subita. Quanta di quella violenza venga dalla cannabis, e quanta da ciò che la accompagna, gli studi raccolti non lo dicono.
Bibliografia
Trotta G., Rodriguez V., Marino P., Gurmesa M., Spinazzola E., Li Z., Alameda L., Di Forti M., Murray R., Vassos E., «Cannabis use is associated with increased risk of violence: A systematic review and meta-analysis», Psychological Medicine, 56, e296, pubblicato online il 24 settembre 2026, accesso aperto con licenza CC BY 4.0. doi: 10.1017/S0033291726105856
Carabellese F., Candelli C., Martinelli D., La Tegola D., Catanesi R., «Cannabis use and violent behaviour: A psychiatric patients cohort study in Southern Italy», Rivista di psichiatria, 48, 1, 43–50, 2013. doi: 10.1708/1228.13614 (citato come incluso nella meta-analisi; non letto direttamente).
King’s College London, comunicato stampa, ripreso da ScienceDaily il 30 settembre 2026 con il titolo «Cannabis users were twice as likely to commit violence, review finds».

