Per la definizione più usata, un’ondata di calore marina comincia quando la temperatura dell’acqua supera per almeno cinque giorni di fila il 90° percentile dei valori attesi in quel giorno dell’anno, e finisce quando torna sotto. Dentro quella finestra si misura tutto: durata, picco, calore accumulato. Fuori, per le statistiche, l’ondata non esiste.
Ricardo Nardi e Piero Mazzini, del Virginia Institute of Marine Science, con due colleghi, hanno guardato fuori dalla finestra. Hanno usato le temperature di 54 stazioni in 20 estuari della rete di riserve estuarine della NOAA, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, ognuna con almeno vent’anni di dati fra il 1995 e il 2023. Su 3097 ondate di calore, 2587 avevano misure complete prima e dopo l’evento. Il lavoro è uscito su Communications Earth & Environment il 10 giugno 2026; il comunicato che lo rilancia è del 30 settembre, quasi quattro mesi dopo.
La fase che precede l’ondata comincia, nella loro definizione, il primo giorno in cui l’acqua torna sopra la media dopo almeno tre giorni sotto. Quella che segue finisce l’ultimo giorno sopra la media prima di tre giorni sotto. Il calore accumulato si conta in gradi-giorno: un grado sopra la media per un giorno vale un grado-giorno.
Le fasi di contorno durano più dell’ondata. In mediana l’ondata dura 7 giorni, la fase precedente 11, quella successiva 9. Sono meno intense, circa 1,2 gradi sopra la media contro 2,91 durante l’ondata, ma il tempo compensa. L’ondata accumula in mediana 20,6 gradi-giorno, la fase precedente 11,8, quella successiva 10. In circa sei eventi su dieci il calore fuori dall’ondata supera quello dentro.
Da qui viene la cifra del comunicato. Gli autori sommano la mediana dell’ondata, 20,6 gradi-giorno, alla mediana del calore prima e dopo, 31,6, e ottengono un totale più alto del 153 per cento. È un confronto fra mediane, non una media. Preso evento per evento, il calore di contorno vale in mediana 1,4 volte quello dell’ondata, ma la dispersione è larga: in un quarto degli eventi vale meno di 0,6 volte, in un altro quarto più di 2,9. Nella discussione compare anche un terzo numero, 37 per cento. La direzione è sempre la stessa; la grandezza dipende da come si conta, e non vale per ogni evento.
La differenza vera sta fra due tipi di ondata. Due su tre sono isolate: l’anomalia comincia una trentina di giorni prima e si spegne una ventina dopo, e il caldo di contorno si ferma in mediana all’87 per cento di quello dell’ondata. Una su tre, 843 eventi, è composta, con un’altra ondata dentro la fase precedente o successiva. In questi casi l’acqua resta calda fino a novanta giorni per parte, e il calore di contorno è 3,6 volte quello dell’ondata.
Gli autori misurano temperature, non danni. Lo scrivono: tradurre il calore in effetti su una specie è un’altra domanda, che dipende dall’organismo, dallo stadio di vita, dalla stagione. Ricordano però che acqua calda più a lungo vuol dire meno ossigeno disciolto, più acidificazione e condizioni favorevoli alle fioriture di alghe tossiche. E citano esperimenti sul mitilo californiano, Mytilus californianus, in cui un riscaldamento lento e moderato induce acclimatazione e migliora la sopravvivenza a un caldo estremo successivo, mentre un riscaldamento brusco porta al collasso cardiaco. Conta la forma della curva, non solo il picco. Molti esperimenti di laboratorio simulano un’ondata con pochi giorni o settimane di caldo, senza il prima e il dopo.
I limiti sono dichiarati. Le stazioni della rete NOAA stanno soprattutto in acque basse e ben rimescolate, che rispondono in modo diverso dai canali profondi, dalla costa aperta e dal largo. Le serie sono state depurate dalla tendenza al riscaldamento di lungo periodo, una scelta che, secondo gli stessi autori, può sottostimare il rischio per gli organismi che si adattano lentamente.
I dati riguardano solo gli Stati Uniti. Le lagune e gli estuari italiani sono sistemi bassi come quelli studiati, ma con maree, salinità e circolazione diverse, e il risultato non si trasferisce così com’è. Il metodo invece sì: il codice è pubblico su GitHub e i dati riassuntivi sono depositati nell’archivio del College of William & Mary.
Un’ondata di calore ha un inizio e una fine sulla carta. Nell’acqua, spesso, comincia prima e finisce dopo.
Bibliografia
Nardi R.U., Mazzini P.L.F., Walter R.K., Shen J., «Persistent warm water anomalies before and after marine heatwaves amplify heat exposure and associated risks», Communications Earth & Environment, 7, 1, 776, 10 giugno 2026, accesso aperto. doi: 10.1038/s43247-026-03739-x
Nardi R.U., Mazzini P.L.F., Walter R.K., Shen J., «A foundational summary dataset for “Persistent warm water anomalies before and after marine heatwaves amplify heat exposure and associated risks”», WMScholarWorks, 2026. doi: 10.21220/300
Virginia Institute of Marine Science, comunicato stampa, ripreso da ScienceDaily il 30 settembre 2026 con il titolo «Ocean heatwaves are hiding months of extra warming».

