Il problema dell' "invecchiamento" marino
La datazione al carbonio-14 è lo strumento principe dell'archeologia: misurando il decadimento di questo isotopo dopo la morte di un organismo, è possibile calcolare quanto tempo sia trascorso. Tuttavia, mentre per ossa umane o resti vegetali la procedura è lineare, i resti marini (pesci, mammiferi marini o gusci) presentano un'insidia nota come "effetto riserva marina".Poiché gli oceani contengono carbonio parzialmente "vecchio" e già impoverito di carbonio-14, gli organismi che vi abitano appaiono, ai test di laboratorio, molto più antichi di quanto non siano in realtà. Senza una correzione adeguata, le date ottenute possono risultare falsate di diversi secoli.
Una calibrazione locale più precisa
"Definire con precisione questi valori è vitale per ottenere cronologie attendibili, specialmente in siti costieri o dove le popolazioni preistoriche basavano la propria dieta su risorse marine", sottolinea Asier García-Escárzaga, ricercatore presso il Dipartimento di Preistoria della UAB.
La grotta di Tito Bustillo come punto di riferimento
I risultati, pubblicati sulla rivista Radiocarbon, si basano sul confronto incrociato tra resti terrestri e marini recuperati nella celebre grotta di Tito Bustillo (Ribadesella), sito noto in tutto il mondo per le sue incisioni e pitture rupestri paleolitiche."Questa scoperta non cambia l'età assoluta dei siti, ma ci permette di datare le occupazioni umane con una nitidezza mai raggiunta prima", conclude García-Escárzaga. In sostanza, i ricercatori hanno "messo a punto" le lancette dell'orologio che utilizziamo per narrare la storia dei nostri antenati del Paleolitico.

