Oltre i chilometri quadrati: il fattore "Biodiversity Risk"
Fino ad oggi, l'impatto ambientale dell'agricoltura e del commercio internazionale è stato calcolato quasi esclusivamente in base all'estensione del territorio disboscato. Lo studio dimostra che questa metrica è incompleta, poiché distruggere un ettaro di foresta non ha ovunque la stessa gravità. Per superare questo limite è stato creato il Biodiversity Risk, un nuovo parametro che intreccia i dati satellitari sulla deforestazione con il reale valore biologico degli ecosistemi. Questo indice prende in considerazione contemporaneamente la qualità ecologica della foresta convertita, la fragilità complessiva degli habitat e la presenza di specie endemiche, ovvero animali e piante che vivono esclusivamente in quel determinato territorio e rischiano l'estinzione diretta.
La nuova mappa degli impatti: il caso di Brasile e Indonesia
Analizzando i flussi commerciali di 157 materie agricole in 166 Paesi produttori e nei mercati di consumo di 195 nazioni tra il 2005 e il 2022, la ricerca ha ridefinito la geografia dei rischi ambientali. Se in termini di semplice superficie il Brasile figura al primo posto per quantità assoluta di terreno deforestato, guardando alla biodiversità è l'Indonesia a diventare la zona a più alto rischio del pianeta, a causa dell'inestimabile patrimonio di specie uniche e dell'estrema vulnerabilità dei suoi ambienti naturali.
Filiere d'esportazione contro mercati locali
L'analisi evidenzia anche una chiara divisione nelle responsabilità delle diverse produzioni. Da un lato, materie prime destinate all'export come olio di palma, soia e gomma naturale trasferiscono la maggior parte del loro rischio ambientale verso i Paesi importatori, finendo direttamente nel carrello dei consumatori globali. Dall'altro lato, prodotti orientati al consumo interno come carne, riso e manioca generano un impatto ecologico notevole, le cui conseguenze rimangono tuttavia circoscritte ai mercati nazionali dei Paesi in cui vengono prodotte.
Dalle regole di mercato alle scelte quotidianeà
I risultati del lavoro offrono spunti fondamentali anche sul piano legislativo, in particolare rispetto all'EUDR (European Union Deforestation Regulation), la normativa europea che vieta l'importazione di prodotti legati al disboscamento. Tracciare un prodotto come "deforestation-free" è un passo necessario ma non più sufficiente: occorre distinguere il valore ecologico dei terreni coinvolti. Integrare il Biodiversity Risk nelle politiche pubbliche e nelle strategie aziendali permetterebbe di indirizzare investimenti, approvvigionamenti e certificazioni verso aree a minor valore biologico o verso suoli già degradati.
Nel contempo, la tutela delle foreste si riflette direttamente sulla stabilità del clima e sulla sicurezza alimentare di tutti. Sebbene per il singolo acquirente sia difficile verificare la provenienza di ogni ingrediente, i ricercatori indicano che le scelte individuali possono fare la differenza. Ridurre gli sprechi alimentari all'interno delle mura domestiche, privilegiare marchi con certificazioni ambientali trasparenti e sostenere attivamente l'adozione di normative rigorose sono azioni concrete capaci di imporre regole più severe all'intero mercato.

