Quali sono i meccanismi neurali che consentono di sentirci responsabili delle nostre azioni? Li rivela lo studio dal titolo “How the effects of actions become our own” realizzato da un gruppo di ricercatori coordinato da Eraldo Paulesu e condotto da Laura Zapparoli e Silvia Seghezzi (rispettivamente assegnista e dottoranda di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca) in collaborazione con l’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi (Gruppo San Donato), presso il quale i ricercatori studiano la fisiologia e i disturbi del movimento.

La ricerca è appena stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Science Advances.

Sebbene gran parte del funzionamento del nostro sistema motorio avvenga automaticamente, noi "sappiamo" di essere attori del nostro comportamento. Inoltre, prevediamo e siamo consapevoli delle conseguenze delle azioni che pianifichiamo, con riferimento ai nostri obiettivi. La sensazione di controllare volontariamente le nostre azioni e, attraverso esse, gli eventi nel mondo esterno è il cosiddetto "senso di agentività”, una componente cruciale del monitoraggio dell'azione e della consapevolezza di sé.

Lo studio GAPS#iorestoacasa condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa rileva il cambiamento dei comportamenti di gioco nel periodo di lockdown. È stata registrata una generale diminuzione del gioco fisico, con più del 35% dei giocatori che ha ridotto le puntate e quasi il 23% che ha smesso, mentre un intervistato su tre dichiara di aver aumentato le giocate online. Tra gli habitué del gioco fisico il 12% ha continuato anche durante l’isolamento e circa il 10% ha puntato sul web

Le stime epidemiologiche sul gioco d’azzardo in Italia indicano che gioca per soldi metà della popolazione adulta, mentre le quote di gioco problematico hanno visto un aumento negli ultimi anni nella popolazione 15-74 anni e in particolare tra i giovani adulti. Ma cosa è cambiato durante il lockdown, con la chiusura dei luoghi fisici di gioco e la sospensione di estrazioni e scommesse? L’Agenzia dei Monopoli evidenzia una forte contrazione della raccolta derivante dal comparto, come in tutti i periodi di crisi economica quali il 2008, d’altronde è lecito ipotizzare che la perdita di lavoro e di riferimenti spinga parte della cittadinanza a cercare fortuna proprio nell'azzardo.


Una ricerca internazionale rivela che i lavoratori con un impiego precario sono più esposti sul posto di lavoro a subire comportamenti e molestie sessuali rispetto ai loro colleghi impiegati in contesti non precari. Lo studio, coordinato dal Dipartimento di Psicologia della Sapienza, è ora pubblicato su PLoS ONE
Uno studio appena pubblicato sulla rivista PLoS ONE, condotto da un team di studiosi internazionali, tra cui Antonio Chirumbolo e Claudio Barbaranelli del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, ha stimato le associazioni tra lavoro precario e attenzioni sessuali indesiderate e molestie sessuali, analizzando un campione di 63.966 lavoratori dipendenti, rappresentativo della popolazione attiva europea di 33 paesi.

L’indagine ha tenuto conto di alcune importanti variabili socio-demografiche: età, istruzione, tipo di famiglia, durata del lavoro, orario di lavoro settimanale, posizione professionale, settore di lavoro, dimensioni dell'azienda, rapporto di genere sul posto di lavoro.


Tra le tante problematiche imposte dalla pandemia da Covid-19 particolare rilievo riveste quella dei lavoratori che, sia durante la fase emergenziale che dopo, hanno continuato e continuano a svolgere la propria attività lavorativa esponendosi ad un potenziale rischio di contagio.


Particolare attenzione deve essere ovviamente rivolta in primis agli operatori sanitari ed a tutti i lavoratori coinvolti in prima linea (forze dell’ordine, personale impiegato presso attività essenziali aperte al pubblico, tra le quali supermercati, farmacie, studi odontoiatrici, operatori del trasporto etc..) che anche durante il lockdown, per la peculiarità dell’attività svolta, hanno rappresentato certamente le categorie più esposte al contagio, sia per loro stessi che per tutte quelle persone con le quali sono entrate in contatto, in particolar modo i loro familiari.
Ed invero, anche nel periodo in cui tutte le attività sono state sospese dai provvedimenti restrittivi dell’Autorità, queste categorie di lavoratori hanno continuato ad esercitare la propria attività andando incontro, in alcuni casi, ad un elevato rischio di contagio anche a causa, soprattutto nei primissimi giorni, della mancanza di idonei mezzi di protezione individuale ovvero, in alcuni casi, a causa dell’inadeguatezza delle misure e delle procedure di sicurezza adottate.


Sapienza si conferma al primo posto in Italia nella classifica internazionale del Centre for World University Rankings (Cwur) resa pubblica l’8 giugno 2020. Rispetto allo scorso anno l’Ateneo ha guadagnato 24 posizioni e si colloca ora in 114ª posizione nel ranking a livello internazionale, compresa tra le Top 0,6% delle circa 20mila università censite

“Sono molto soddisfatto di questo risultato anche perché ha avuto tra i suoi punti di forza la valutazione della ricerca svolta nella nostra università” - commenta il Rettore Eugenio Gaudio - mai come in questo periodo si è diffusa la consapevolezza di quanto sia strategico a livello Paese rafforzare la ricerca nelle sue varie articolazioni e metterla a servizio dei cittadini”.

 

L'indagine sotto copertura di PETA Stati Uniti in Perù mostra gli alpaca che sanguinano e gridano per il dolore e la paura

 

Un'investigazione sotto copertura di PETA Stati Uniti, la prima del suo genere, su Mallkini – il più grande allevamento d'alpaca al mondo, di proprietà privata e con base in Perù – rivela che i dipendenti afferravano le alpaca per le orecchie, mentre si dimenavano e gridavano, per tosarle in modo grezzo con tronchesine elettriche, facendo vomitare gli animali dalla paura.

Gettavano con violenza gli alpaca – alcune in stato di gravidanza – sui dei tavoli e legavano loro ad un congegno restrittivo dall'aspetto medievale e tiravano forte, quasi strappando le gambe dalle cavità dell'anca. La tosatura, rapida e brusca, ha lasciato gli animali con tagli e profonde ferite sanguinanti, suturate senza gli antidolorifici adeguati.

In risposta alla denuncia, Esprit sta eliminando gradualmente la lana d'alpaca e, come primo passo, Gap Inc (proprietario di Banana Republic, Athleta e altri brand) e H&M Group (proprietario di otto brand di moda) hanno tagliato i legami con la società madre di Mallkini, Michell Group, il principale esportatore di fibre d'alpaca. PETA Stati Uniti chiede alle autorità peruviane di indagare su Mallkini per le possibili violazioni delle leggi sulla protezione degli animali del paese.



 

Stevan Zivkov Andricin ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Rabab Fatima President of UNICEF Executive Board (UNICEF) e a 2 altri/altre


We demand introduction of compulsory Animals in Modern History curriculum in school  worldwide, for children from age 12, separately or as the part of classic History.

Dramatic events on Earth show how wrong our behavior towards animals is. Remember the moment when you find out about the things we do to the animals. I’m sure this isn’t taught in schools. In the book “The Case for Animal Rights” published in 1985 Tom Regan writes: 'What's wrong - fundamentally wrong - with the way animals are treated isn't the details that vary from case to case. It's the whole system.' 

Animals in history topic is like an "elephant in the room'', something huge what is missing in our education. We, humans, need to understand the enormous contribution of animals in human history because many important history events simply couldn't happened without animals. Teaching of world history without animals is the false principle of our education which is dramatically reflects on our environment. Also, The history of what we've done to the Animals should be taught along with our other crimes. With this curriculum. we want to ensure that the world that comes after us is a world in which new generations are conscious and in harmony with animals and nature. 


Che impatto ha la casa in cui viviamo sulla nostra salute mentale? Il lockdown imposto per contenere la diffusione della pandemia da Covid-19 ha trasformato le case di milioni di persone in postazioni di lavoro, sale riunioni o aule didattiche. Improvvisamente la nostra quotidianità è cambiata; molti hanno dovuto decidere dove trascorrere i successivi due mesi di vita, rimanendo negli appartamenti metropolitani o ritornando alle case familiari fuori città, condividendo ogni giorno gli spazi con coniugi, figli o familiari.
Alla vigilia della riapertura, dopo questa intenso periodo nelle nostre case, sicuramente molti desidererebbero avere una stanza in più, un terrazzo più grande o una vista migliore. E se queste non fossero solo preferenze personali ma, in qualche modo, influissero anche sulla qualità della nostra vita?

 

 

Con i Decreti Legge del 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) e, soprattutto, dell’8 aprile 2020 (c.d. “Decreto Liquidità”), il Governo ha istituito una serie di misure temporanee che dovrebbero essere volte a favorire la ripartenza del sistema produttivo italiano, messo duramente alla prova dall’emergenza sanitaria e dai provvedimenti adottati dal Governo (c.d. lockdown).

In particolare, tra le iniziative messe a punto, appare degna di nota, per quel chequi ci occupa, la concessione di finanziamenti garantiti - in misura diversa a seconda  delle fattispecie - dal Fondo Centrale di Garanzia, per quanto riguarda professionisti/lavoratori autonomi, imprese PMI e Midcap (imprese diverse dalle PMI, con numero di dipendenti non superiore a 499), e dalla SACE, con specifico riferimento alle PMI che hanno esaurito il proprio plafond presso il Fondo Centrale di Garanzia, nonché a qualsivoglia ulteriore tipologia di impresa.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Mediocredito Centrale (MCC) alla data del 06.05.2020, solamente 3 imprese hanno perfezionato la procedura con garanzia SACE, mentre le domande pervenute al Fondo Centrale di Garanzia dal 17 marzo al 5 maggio sono state, a fronte di 4,7 milioni di potenziali richiedenti (dato fornito dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in data 30.04.2020) circan 90.000.

In particolare, sul punto il Ministero ha dichiarato che “le domande arrivate erelative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia e ‘Liquidità’ sono 90.049, pari adun importo di circa 5,4 miliardi di euro. Di queste, oltre 70.000 sono riferite a finanziamenti fino a 25.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importofinanziato di circa 1,5 miliardi” (nota MISE del 06.05.2020). Orbene, anche alla luce  delle dichiarazioni della Commissione Europea, secondo le quali “la recessione questa volta sarà ben più grave di quella del 2008, e simile, perportata generale, a quelle del 1929 e del secondo dopoguerra”, viene naturale chiedersicome sia possibile che solamente tre imprese abbiano ad oggi beneficiato (o potuto beneficiare) della garanzia SACE e, soprattutto, perché così poche domande  siano pervenute al Fondo PMI.

 

 Foto 6 Ragazza in piedi 

 

A mio padre, Luigi Gallo, che nel 1938 costruiva in Etiopia le strade dell’Impero.

 

Premessa: L’Espansione italiana nell’Africa Orientale ebbe inizio alla fine del 1800 con il primo dispiegamento di truppe presso i territori di Massaua (1885) per poi arrivare alla proclamazione della colonia “Eritrea” nel 1890, alla proclamazione della colonia “Somalia” nel 1908 ed infine alla proclamazione dell’Impero italiano, nel 1936, dove Somalia, Eritrea ed Etiopia costituivano l’Africa Orientale Italiana (AOI).Formalmente si fa concludere il colonialismo italiano in AOI con l’occupazione britannica, nel 1941, dei territori dell’Africa Orientale Italiana, seppur poi, dal 1948 al 1960, l’Italia fu incaricata dall’ONU dell’amministrazione fiduciaria della Somalia (AFIS) (BEN GHIAT & FULLER, 2005).

Dopo 50 anni di colonialismo “...L’eredità italiana in Somalia era costituita soprattutto da: una scuola primaria, una scuola secondaria, fino al liceo scientifico, una scuola per ragionieri e geometri, aperte indiscriminatamente a tutti, somali ed italiani, fino al giorno dell’indipendenza”(VILLANI,1972): con docenti e programmi del tutto comparabili a quelli del nostro Paese. Naturalmente si usava la lingua italiana per scolaresche, che si esprimevano abitualmente in somalo. Il primo abbecedario con l’alfabeto somalo venne “tirato al ciclostile” nell’agosto‘972 nella stamperia dell’Università Nazionale Somala) (foto n.1: la 1° pagina). Il 21/10 in occasione del “terzo anniversario della rivoluzione della Somalia” un elicottero buttava giù dal cielo i fogli dell’alfabeto su una folla che si accalcava e si rincorreva per prenderli. Così moriva una lingua orale, conservata da sempre nella mente degli anziani: come l’unica biblioteca che i somali possedessero; il solo strumento conoscitivo della loro storia, che veniva raccontata dai cantastorie come “vanto della tribù” nelle cerimonie e insegnata ai bambini con la propria genealogia, fin dai primi anni, dai patriarchi.

 

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