Nei paesi del Comprensorio Salto-Cicolano, fra la Valle del Salto e i Monti della Duchessa, chi andava per lumache racconta la stessa cosa. Una volta, dopo la pioggia, se ne raccoglievano in quantità lungo i muri a secco delle vigne e ai margini dei campi. Oggi negli stessi posti se ne trovano poche e in molti non se ne trovano più.
È un ricordo, e un ricordo non è un dato. Non dice quali specie, dove di preciso, in quali anni, con quanto sforzo di ricerca. Per diventare un dato va prima fissato, poi misurato.
Di misure, nel Comprensorio Salto-Cicolano, ce ne sono poche. La Società Romana di Scienze Naturali ha fatto centodiciotto uscite nel distretto fra maggio 2021 e novembre 2024 e sopra Petrella Salto, in località Fonte delle Vene, ha scoperto una concentrazione di specie che gli autori hanno definito un hotspot di biodiversità. Il lavoro è uscito nel 2025 sui Rendiconti Lincei. Scienze Fisiche e Naturali con diciannove firme e gli scriventi sono fra queste. In poco più di un decimo di chilometro quadrato sono state contate 505 specie fra piante, invertebrati e vertebrati.
I molluschi sono stati ricercati tra dicembre 2023 e luglio 2024, in dieci sessioni di quattro/cinque ore, rovesciando pietre, sollevando rami e tronchi, setacciando la lettiera. Sono stati censiti 34 taxa appartenenti a 22 famiglie, tutti terrestri ad eccezione della piccola specie di sorgente Bythinella opaca. Sette sono endemismi italiani. Fra questi ultimi Helix pomatella, che vive solo in un tratto ristretto dell’Appennino Centrale e nel sito di Fonte delle Vene ed è abbastanza comune fra le rocce ed il ginepro. C’è anche Helix straminea, una lumaca grande, con la conchiglia che può superare sei centimetri, che nel sito non sembra comune e si aggiunge alle poche stazioni note per il Lazio. Gli autori giudicano molto buono lo stato dei molluschi di Fonte delle Vene.
A prima vista la misura smentisce il ricordo. In realtà guarda un altro posto. Fonte delle Vene è una forra umida, con bosco fitto, pareti di roccia, due abbeveratoi e una vecchia presa di sorgente realizzati poco prima o poco dopo la Seconda guerra mondiale. I pendii ripidi la tengono al riparo dallo sfalcio e il bosco la difende dal caldo. Le lumache del ricordo stavano invece nelle vigne e lungo i muri dei campi, in un paesaggio coltivato che in una terra in forte calo demografico, è cambiato. Lo stesso studio ricorda lo spopolamento di Petrella Salto e dei comuni limitrofi.
Il paesaggio coltivato conta, ma in modo meno semplice di quanto sembri. Zuzanna Rosin e coll. (2017) hanno seguito nelle campagne della Polonia una sola lumaca, Cepaea nemoralis, insieme ai suoi predatori, i tordi e i topi. Le colonie erano più frequenti dove intorno c’erano ambienti adatti, più terreni incolti e più strade e il disturbo umano le aiutava in due modi, creando habitat e togliendo spazio agli uccelli che le predano. A scala di pochi metri contavano il riparo e l’umidità. Vale per una specie e per un paese. Afferma però che la mano dell’uomo sul paesaggio può favorire le lumache e che l’incolto non è per forza un danno.
Poi c’è il cinghiale. L’ISPRA ne stimava in Italia circa un milione e mezzo nel 2021, con circa trecentomila capi abbattuti ogni anno fra il 2015 e il 2021 e centoventi milioni di euro di danni all’agricoltura in sette anni. Il cinghiale mangia soprattutto vegetali, intorno al 90% della dieta secondo la rassegna di Sebastián Ballari e Noelia Barrios-García su Mammal Review (2014). Per trovarli rivolta il suolo. Nella rassegna precedente, su Biological Invasions (2012), gli stessi autori scrivono che il grufolamento riduce la copertura, la diversità e il rinnovo delle piante, e che predazione e distruzione dell’habitat possono pesare molto sulle comunità animali. Affermano anche che quasi tutti gli studi vengono dai paesi dove il cinghiale è stato introdotto, e pochi dall’Europa, dove è di casa.
Nel suo areale d’origine, che comprende l’Europa, il cinghiale preda animali dei gruppi tassonomici più diversi, dagli invertebrati agli uccelli. Secondo la stessa rassegna gli animali restano sotto il 10% del contenuto dello stomaco, ma compaiono tutto l’anno e per questo gli autori li considerano un cibo essenziale. Fra le prede ci sono le lumache. Nella Valle dell’Ebro, in Spagna, Juan Herrero et al. (2006) hanno analizzato 137 stomaci di cinghiali abbattuti fra il 1994 e il 2004. Le lumache, tra cui Otala punctata, costituivano la componente principale degli invertebrati mangiati, l’1,8 per cento del volume, risultando assenti nei mesi caldi e secchi, da maggio ad agosto. Gli stessi autori concludono che nello stesso sito il cinghiale non è una minaccia significativa per la flora e la fauna. Negli ambienti dove è arrivato portato grazie all’uomo, fuori dall’Europa, la rassegna del 2012 riporta invece cali tra il 40 e il 90% della fauna del suolo.
Per l’Europa un numero c’è. Derek Risch, Jeremy Ringma e Melissa Price hanno incrociato nel 2021, su Scientific Reports, i dati della Lista Rossa IUCN con le minacce attribuite ai maiali selvatici. Nel mondo risultano minacciati 672 taxa in 54 paesi. In Europa le famiglie più colpite sono le Orchidaceae e le Helicidae (cui appartengono Helix pomatella e di Helix straminea).
Nel Comprensorio Salto-Cicolano questo legame non è stato misurato. Lo studio dei Lincei elenca come minacce per Fonte delle Vene: caccia, pascolo, gestione del bosco, raccolta intensiva di funghi, prelievo dell’acqua, mountain climbers sulle pareti rocciose, eco-turismo estivo e la presenza dell’adiacente SS 578.
In Toscana Martina Calosi et al. (2024) hanno seguito per due anni, dalla primavera 2019 alla primavera 2021, 126 aree di saggio su praterie protette dalla Direttiva Habitat in tre aree protette, dal Parco della Maremma alla Riserva dell’Alpe della Luna. Hanno stimato fra 3,5 e 22,2 cinghiali/km² e hanno trovato rivoltata fino al 19,2% della prateria, con massimi in autunno e in inverno. Il grufolamento cresceva con la densità degli animali, con la pioggia e con la vicinanza del bosco. Nei risultati, gli autori chiedono recinzioni o abbattimenti mirati nelle praterie più esposte.
Sotto il cotico erboso, il danno si misura anche nel suolo. Nel Cilento, negli uliveti del sito Monte Licosa, Pasquale Napoletano et al. (2023) hanno confrontato per un anno terreni grufolati e intatti. Nei primi quindici centimetri il suolo rivoltato perdeva carbonio, mostrava una comunità microbica sotto stress e un indice di qualità più basso (0,40 contro 0,50) con l’effetto più marcato nei mesi freddi.
Sulla fauna, in Italia, i dati più chiari vengono dai nidi a terra. In Maremma, in Provincia di Grosseto, Senserini e Santilli hanno messo nel 2014 settantuno nidi artificiali con uova di fagiano in campi di cereali e di fieno, una parte dentro recinti elettrici che il cinghiale non poteva attraversare. Dentro i recinti l’animale non ha predato un solo nido; fuori ne ha predati il 66,7% nella zona a ridosso di un grande bosco, dove i cinghiali erano numerosi - il 19,2 % in quella dove erano pochi. In ambienti mediterranei dell’Italia centrale, Mori et al. hanno ripetuto la prova nel 2020, con uova di quaglia e di gallina sorvegliate da fototrappole. In 47 casi su 48 le uova sono sparite entro una settimana, e il predatore più frequente rispetto alla gazza, alla volpe e alla martora, è stato il cinghiale, nel 36% dei casi.
Per la Murgia pugliese disponiamo di altri dati. Rocco Labadessa e Leonardo Ancillotto (2023) hanno osservato che dove il cinghiale grufola crescono più piante da nettare e più Aristolochia clusii, la pianta dei bruchi di Zerynthia cassandra, una farfalla endemica e minacciata, e che le femmine scelgono proprio quei siti per deporre le uova. Nel 2025 due lavori, uno in un bosco produttivo della Svezia e uno sulle praterie calcaree abbandonate del Parco Nazionale dell’Hainich in Germania, hanno trovato più specie di piante nelle zone rivoltate che in quelle intatte. Il cinghiale distrugge in un posto e rinnova in un altro. Conta quanti sono, dove sono e cosa trovano.
La ricerca pubblicata il 31 luglio su Nature Ecology & Evolution riguarda l’intera Europa, in particolare uccelli e farfalle, non lumache. Stanislas Rigal, dell’istituto francese INRAE a Montpellier, e altri trentacinque autori, fra cui Mattia Brambilla della Statale di Milano, hanno usato i conteggi di 265 specie di uccelli e 144 di farfalle comuni raccolti fra il 2000 e il 2021 in più di ventimila siti di 27 paesi, grazie all’impegno di volontari in programmi di monitoraggio. Hanno legato l’andamento delle specie al clima, all’uso del suolo e all’intensità con cui il suolo viene sfruttato, poi hanno proiettato tutto al 2050 secondo diversi scenari, compresi quelli che rispettano gli obiettivi europei di conservazione. Il calo medio non si ferma e non si inverte in alcuno scenario. Con le politiche di conservazione le tendenze migliorano un poco, ma gli uccelli continuano a calare, e i più colpiti restano quelli dei campi. Nel caso delle farfalle l’effetto è scarso. Il comunicato del progetto europeo BioAgora, che ha cofinanziato lo studio, aggiunge che i benefici sono maggiori nell’Europa occidentale e settentrionale e più deboli nell’Europa meridionale e nell’Europa orientale, e che le farfalle delle praterie soffrono tanto l’agricoltura intensiva quanto l’abbandono delle terre. Gli autori concludono che gli scenari attuali danno per scontata una domanda crescente di risorse naturali, e che serve un quadro diverso.
Le lumache non sono nello studio di Rigal, ma la logica è la stessa. Un modello che toglie una pressione e lascia le altre non vede la curva risalire. Nel Comprensorio Salto-Cicolano l’abbandono dei campi, la presenza e l’abbondanza del cinghiale possono agire in sinergia; la siccità, la raccolta e i “lumachicidi” degli orti sono altri fattori ancora da valutare. Per questo ricercare una causa sola è un errore. Se ne togli una, le altre restano.
Misurare questi effetti costa fatica. Nella foresta del Parco Nazionale del Circeo, 3.200 ettari di bosco di pianura chiusi tra i campi coltivati, Fagiani et al. (2014) hanno confrontato zone molto e poco grufolate, contando piante del sottobosco, invertebrati del suolo, carabidi e piccoli mammiferi. Hanno catturato più di diecimila invertebrati, eppure quasi tutte le differenze sono rimaste incerte, e secondo gli autori per valutare l’effetto del cinghiale servono molti campioni e un programma di ricerca ben strutturato prima di iniziare.
Nel Comprensorio Salto-Cicolano il ricordo si può trasformare in dato. Si raccolgono le testimonianze con luogo, anni, specie e quantità. Si torna negli stessi posti dopo la pioggia, con lo stesso tempo di ricerca e sulla stessa superficie. Per ogni punto si prende nota se il terreno è coltivato, a pascolo, o arbusteto o bosco, e se porta i segni del grufolamento. Si raccolgono dati su pioggia e temperatura alla stazione meteorologica più vicina, e quella di Santa Lucia di Concerviano è già stata utilizzata nello studio pubblicato sull’Accademia Nazionale dei Lincei. Il ricordo dice dove cercare, la misura stabilirà quanto è vero.
Bibliografia
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* SRSN, Società Romana di Scienze Naturali ETS



