Inaugurato presso l'Università Roma Tre un centro di eccellenza mondiale: studierà i ghiacci delle lune gioviane per supportare le missioni JUICE ed Europa Clipper.
Il 17 dicembre 2025 segna una data storica per la ricerca spaziale italiana. Presso il Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università degli Studi Roma Tre, è stato ufficialmente aperto lo SWIM Lab. Si tratta di un laboratorio all'avanguardia, unico nel suo genere, nato per rispondere a una delle domande più affascinanti della scienza moderna: c'è acqua liquida (e quindi vita) sui satelliti di Giove?


Un nuovo studio sulla gigante rossa R Doradus rivela che la luce stellare, da sola, non basta a diffondere i "mattoni della vita" nello spazio.
Per decenni abbiamo creduto di sapere come gli elementi essenziali per la vita — come carbonio, ossigeno e azoto — venissero trasportati dalle stelle verso il resto della galassia. Ma una nuova ricerca condotta dalla Chalmers University of Technology (Svezia) ha appena messo in discussione questa certezza, aprendo un affascinante mistero cosmico.

La vecchia teoria: una "spinta" di luce
Fino ad oggi, gli astronomi ipotizzavano che il vento stellare prodotto dalle giganti rosse (stelle antiche e fredde, simili a quello che diventerà il nostro Sole tra miliardi di anni) fosse alimentato dalla pressione della luce. In sintesi: la radiazione della stella avrebbe dovuto colpire i granelli di polvere appena formati, spingendoli verso l'esterno come una vela solare e trascinando con sé i gas necessari a formare nuovi pianeti e, potenzialmente, la vita.

 

Il sogno di colonizzare nello spazio o su altri pianeti si scontra con una delle sfide fondamentali: garantire la sopravvivenza umana. Le missioni spaziali a lungo termine, che si tratti di creare una base sulla Luna o del viaggio verso Marte, dipendono intrinsecamente dalla capacità di produrre cibo in loco. Tuttavia, uno studio rivoluzionario di Majid Mokhtari e collaboratori, pubblicato il 4 agosto 2025, getta una luce inquietante su questo aspetto. L'articolo, intitolato "Space-driven ROS in cells: a hidden danger to astronaut health and food safety", rivela che la coltivazione di piante in ambienti spaziali, sebbene apparentemente determini un passo avanti, potrebbe celare un rischio imprevisto e pericoloso: l'eccessiva produzione di Specie Reattive dell'Ossigeno (Reactive Oxygen Species - ROS).

 

Era il 4 ottobre 1957. A Baikonur, Kazakistan, il mondo attendeva con il fiato sospeso. Alle 22:28 ora di Mosca, un rombo assordante squarciò il silenzio della steppa. Il razzo R-7 Semërka si staccò dalla rampa, portando con sé un carico rivoluzionario: una piccola sfera di alluminio di appena 83,6 chilogrammi e 58 centimetri di diametro. Il suo nome era Sputnik 1.

Quel piccolo satellite artificiale, il primo mai lanciato dall'umanità, aveva un obiettivo semplice ma profondo: inviare un segnale radio. Due antenne lunghe e sottili spuntavano dalla sua superficie, pronte a diffondere il famoso "beep-beep-beep" che, per 22 giorni, avrebbe affascinato e spaventato il pianeta.


Superare il paradigma teorico inflazionario che è troppo “addomesticabile”: pubblicato su «Physical Review Research Letters» il lavoro del team internazionale di ricerca di cui fa parte l'Università di Padova.

Un team di scienziati, tra cui Daniele Bertacca e Sabino Matarrese del Dipartimento di Fisica e Astronomia G. Galilei dell’Università di Padova, in collaborazione con i colleghi Raúl Jiménez dell’Università di Barcellona e Angelo Ricciardone dell’Università di Pisa, ha pubblicato su «Physical Review Research Letters» un articolo dal titolo “Inflation without an inflaton”. In questo articolo si propone una nuova teoria sull’origine del nostro Universo. La nuova visione teorica introduce un cambiamento radicale sulla comprensione dei primissimi istanti di vita dell’Universo, senza fare affidamento su alcuni elementi speculativi tradizionalmente ipotizzati nella teoria standard dell’Inflazione.

Un innovativo metodo basato sull’intelligenza artificiale che migliora la precisione nella classificazione di buchi neri e stelle di neutroni. È quello sviluppato da un team di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, guidato dal professor Davide Gerosa e supportato dallo European Research Council. Lo studio, pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, mette in discussione un’ipotesi ritenuta valida per decenni e apre la strada a un’analisi più accurata dei segnali cosmici.

L’astronomia delle onde gravitazionali permette di osservare coppie di oggetti compatti quali stelle di neutroni e buchi neri: le onde gravitazionali sono infatti prodotte dallo spiraleggiamento e dalla fusione di questi sistemi binari. Le analisi tradizionali assumono a priori come distinguere i due oggetti in ciascuna binaria. «Fino a oggi, il metodo più diffuso per l’identificazione degli oggetti prevedeva di etichettare il più massiccio come “1” e il meno massiccio come “2”. Tuttavia, questa scelta, apparentemente intuitiva, introduce ambiguità nelle misure, specialmente nei sistemi binari con masse simili. Ci siamo chiesti: è davvero la scelta migliore?», spiega Gerosa.



Osservata a Firenze la formazione di file di gocce quantistiche in miscele di atomi ultrafreddi. Il fenomeno è dovuto alla tensione superficiale che, analogamente a quanto osservato nei liquidi classici, provoca la rottura di un filamento atomico in gocce per minimizzare la superficie di interfaccia. Lo studio, pubblicato su Physical Review Letters, costituisce un passo in avanti nella conoscenza dei liquidi quantistici e nello sviluppo di nuove tecnologie “atomiche”.

Un team di ricercatori e ricercatrici del Consiglio nazionale delle ricerche, dell’Università di Firenze e del Laboratorio europeo di spettroscopie non lineare (Lens) ha osservato nel laboratorio di Miscele Quantistiche dell’Istituto nazionale di ottica del Cnr (Cnr-Ino) il fenomeno dell’instabilità capillare in un liquido non convenzionale: un gas quantistico ultra-diluito. Questo risultato ha importanti implicazioni per la comprensione e manipolazione di nuove forme di materia. Alla ricerca, pubblicata su Physical Review Letters, hanno collaborato anche ricercatori delle Università di Bologna, di Padova e dei Paesi Baschi (UPV/EHU). Nella fisica dei fluidi è noto che la tensione superficiale di un liquido, dovuta alle forze di coesione intermolecolari, tende a minimizzare la superficie di interfaccia. Questo meccanismo è alla base di fenomeni macroscopici come la formazione delle gocce di pioggia o delle bolle di sapone.

Da sinistra, Sebastiano Cantalupo e Weichen Wang



Una galassia a disco sorprendentemente grande nell’universo primordiale, ovvero in un periodo cosmico iniziale – circa due miliardi di anni dopo il Big Bang – e che presenta quindi dimensioni più tipiche dei dischi galattici giganti dell'Universo attuale. È la scoperta del gruppo di ricerca “Cosmic Web”, nato all’interno dell’Unità di Astrofisica del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano-Bicocca, riportata in un articolo pubblicato  su “Nature Astronomy” (“A giant disk galaxy two bilion years after the Big Bang”, DOI: 10.1038/s41550-025-02500-2), a firma di Weichen Wang e Sebastiano Cantalupo, rispettivamente assegnista di ricerca (post-doc) e professore ordinario dell’ateneo, oltre agli altri membri del gruppo “Cosmic Web” e collaboratori internazionali. Una scoperta basata sui dati ottenuti dai ricercatori di Milano-Bicocca dal James Webb Space Telescope (JWST), l’osservatorio spaziale più grande e potente mai costruito finora, erede di Hubble, frutto di una partnership tra la Nasa, l’Esa e la Canadian Space Agency.


Lo studio è basato sulla tesi di Chiara Coviello, laureata in Fisica all’Unipi


Uno studio basato sulla tesi di Chiara Coviello, laureata in Fisica all’Università di Pisa nel 2023 e adesso al King’s College di Londra per un dottorato di ricerca, è stato recentemente pubblicato dalla rivista AVS Quantum Science. Al centro dello studio – intitolato “Gravitational waves and Black Hole perturbations in acoustic analogues” – ci sono i buchi neri che, con il loro fascino oscuro, sono tra gli oggetti più affascinanti del cosmo e sono incredibilmente difficili da analizzare.

 

Un team congiunto dell’Istituto di biofisica del Cnr e della Scuola Normale Superiore ha indagato le primissime fasi dello sviluppo cerebrale e analizzato, in particolare, i complessi processi molecolari che portano alla formazione delle  distinte regioni cerebrali cognitive, ognuna deputata a una specifica funzione. Lo studio è pubblicato sulla rivista Stem Cell Reports

Comprendere i processi attraverso i quali si formano, all’interno del cervello, le varie regioni cognitive è una sfida fondamentale nelle neuroscienze: il tema è al centro di uno studio condotto dall’Istituto di biofisica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibf) di Pisa e dalla Scuola Normale Superiore con il supporto del Center for Human Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: sono stati indagati i meccanismi molecolari e cellulari che portano alla formazione delle onde di attività  delle  delle distinte aree cognitive dell’encefalo durante lo sviluppo embrionale.

 

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