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Un nuovo studio pubblicato su Nature mostra che il contributo al rilascio di CO2 profonda nelle zone di avanarco - una delle zone intorno gli archi vulcanici - è maggiore di quanto si pensasse e che i microorganismi estremofili che vivono nel sottosuolo contribuiscono, assieme alla precipitazione di calcite, a rimuovere fino al 94% del flusso di CO2 in questa zona, con conseguenze su geologia e clima. I risultati ottenuti da un team di ricerca del Cnr-Irbim e Università Federico II di Napoli Possono i microbi presenti in ambiente influenzare processi geologici su grande scala? Apparentemente si. Un nuovo studio, pubblicato su Nature, mostra che i microorganismi presenti nel sottosuolo sono direttamente o indirettamente responsabili del sequestro di grandi quantità di CO2 proveniente dal riciclo della crosta terrestre in zone di subduzione. Lo studio ha visto impegnate 27 istituzioni di sei paesi: tra i coautori e responsabili scientifici del progetto Donato Giovannelli, ricercatore presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II ed associato presso l'Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine di Ancona (Cnr-Irbim); nel team anche Elena Manini e Francesco Smedile del Cnr-Irbim di Ancona e Messina. Il progetto è finanziato dal consorzio internazionale Deep Carbon Observatory, primo autore Peter Barry del Wood Hole Oceanographic Institution (Usa), tra gli altri autori Maarten de Moor dell'Osservatorio Vulcanologico della Costa Rica (Ovsicori), Karen Lloyd dell'Università del Tennessee a Knoxville e Francesco Regoli dell’Università Politecnica delle Marche.
Pubblicato in Medicina
Un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze biochimiche A. Rossi Fanelli ha definito per la prima volta la variazione dell’alternanza luce/buio come fattore scatenante di risposte immunitarie incontrollate, alla base di molte malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Lo studio, che apre nuove prospettive cliniche, è pubblicato sulla rivista Amino Acids Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato l’esistenza di singolari variazioni nella distribuzione geografica della prevalenza della sclerosi multipla (SM): è ormai accertato che all’aumentare della latitudine aumenti anche la prevalenza di questa malattia autoimmune. Tuttavia, la causa scatenante di tale disomogeneità fino a oggi è rimasta sconosciuta. Il nuovo studio, coordinato da Enzo Agostinelli del Dipartimento di Scienze biochimiche A. Rossi Fanelli, identifica nell’orologio circadiano il principale fattore coinvolto e propone un modello eziologico della malattia (che considera cioè anche le cause) coerente sia con questo fattore geografico, sia con altri parametri quali le variazioni etniche, di sesso o dello stile di vita. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Amino Acids della Springer-Verlag GmbH. “L’assunto fondamentale, che ha portato allo sviluppo del nuovo paradigma, – spiega Enzo Agostinelli – è che aumentando la latitudine, la continua e crescente diversità dell’alternanza luce-buio delle giornate desincronizzi gli orologi circadiani centrali e periferici. Tale alterazione a sua volta può compromettere il sistema immunitario dell'organismo, innescando l'autoimmunità e, con essa, la sclerosi multipla”. La principale caratteristica degli orologi circadiani è la capacità di rispondere e sincronizzarsi con stimoli ambientali esterni, detti “zeitgebers” (dal tedesco, zeit = tempo, geber = che dà), primo fra tutti la luce e dunque l’alternanza luce-buio, ma anche la temperatura, il cibo e alcuni segnali sociali come variazioni del ritmo sonno-veglia (jet-lag, ora legale, lavoro notturno).
Pubblicato in Medicina
Lo rivela una ricerca condotta da ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS pubblicata sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Coinvolti finora circa quaranta pazienti ipovedenti. Con una piccola stimolazione elettrica diretta dall’esterno, in modo assolutamente non invasivo, a retina e nervo ottico si possono ottenere dei miglioramenti visivi nei casi di ipovisione più o meno grave. È quanto hanno dimostrato ricercatori e medici dell’Università Cattolica – sede di Roma e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. È il risultato di uno studio su circa quaranta pazienti condotto dal dottor Giuseppe Granata, neurologo presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di Neuroscienze del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica - sede di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica “Brain Stimulation”. Gli esperti si sono avvalsi della ‘stimolazione elettrica transcranica’, una tecnica già in uso clinico per malattie quali la depressione maggiore. “Si tratta - spiega il neurologo del Gemelli Granata - di una stimolazione elettrica non invasiva con corrente alternata che si applica vicino agli occhi mediante degli elettrodi a coppetta che il paziente percepisce al massimo come un piccolo formicolio o una leggerissima scossa elettrica”. “Secondo studi recenti - continua Granata - la stimolazione sarebbe in grado di eccitare la retina e in parte anche il nervo ottico”. “Noi l'abbiamo testato su pazienti ipovedenti di varia gravità (da marcata riduzione del campo visivo alla cecità praticamente completa), colpiti sia da lesioni retiniche che del nervo ottico e cerebrali – aggiunge Granata – coinvolgendo a oggi circa quaranta pazienti”.
Pubblicato in Medicina
E' una necessità fondamentale fin dai primi istanti di vita. Una giusta quantità di acqua, maggiore componente del latte materno, mantiene l'idratazione, permette di eliminare le scorie del metabolismo, migliora la capacità di attenzione dei bambini. Dal latte alle bevande vegetali, dall'acqua alle spremute di frutta, nel nuovo numero di ‘A scuola di salute', il magazine digitale a cura dell'Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell'Adolescente, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, una guida alle diverse bevande disponibili e i consigli per assumere liquidi in modo corretto nelle varie fasi della crescita. La quantità di liquidi di cui si ha bisogno varia in relazione all'età, alle condizioni di salute, all'attività fisica e al regime alimentare. Si comincia a bere con il latte materno, alimento che fornisce i nutrienti necessari per una buona crescita e un normale sviluppo. E' composto per circa l'87% di acqua e da una proporzione ben bilanciata di proteine, grassi e carboidrati. E' facilmente digeribile e soddisfa tutti i fabbisogni alimentari del bambino nei primi 6 mesi di vita. In questo periodo è indicato come alimento esclusivo dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle più importanti società scientifiche per la nutrizione. Nel secondo semestre l'offerta di latte materno viene integrata con altri alimenti ed è raccomandata anche durante il secondo anno di vita ed oltre. L'assunzione di latte materno tramite allattamento al seno comporta molti benefici a tutti i bambini, compresi i neonati prematuri: sono più protetti dal rischio di contrarre infezioni, allergie o malattie complesse come diabete di tipo 1 e 2, sindrome dalla morte improvvisa, linfomi e leucemie, obesità, patologie croniche intestinali, ipertensione arteriosa e, nel caso dei nati pretermine, da infezioni sistemiche, retinopatia, displasia broncopolmonare ed enterocolite necrotizzante. Allattare al seno, inoltre, migliora la relazione con la mamma e accresce il quoziente intellettivo del bambino. Quando la mamma non può allattare, nei primi 6 mesi di vita l'alternativa è il latte ‘di formula', un derivato del latte vaccino, in polvere o liquido, con una composizione di nutrienti che si ispira a quello umano. Anche se ben tollerato, non è un alimento sovrapponibile al latte materno. Le formule di ‘proseguimento' sono utilizzate tra i 6 mesi e il primo anno di vita, mentre il latte ‘di crescita' è destinato ai bambini da 1 a 3 anni di età.
Pubblicato in Medicina
Martedì, 30 Aprile 2019 17:52

Cambiamenti oceanici mai visti

Figura 1. Confronto tra andamenti temporali in comunità marine Nell’ultimo decennio il riscaldamento terrestre ha portato a mutamenti biologici su scala oceanica senza precedenti. Un nuovo studio internazionale, a cui partecipa il Cnr-Ismar, suggerisce che le future variazioni di temperatura avranno effetti ancor più importanti sulla vita marina. I risultati, pubblicati su Nature Climate Change, sono stati ottenuti grazie a un nuovo modello numerico globale costruito sulla teoria ‘Metal’ Secondo il 5th Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dal 1995 l'oceano globale ha assorbito oltre il 90% del calore in eccesso intrappolato nell'atmosfera dai gas serra. Tuttavia, solo una minuscola parte degli oceani è attualmente monitorata rispetto al cambiamento globale, il che limita la nostra capacità di prevedere le sue implicazioni sulla biodiversità a scala oceanica. Alessandra Conversi dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) partecipa a un team di ricerca internazionale, guidato dal Cnrs (Francia), che, utilizzando un nuovo modello numerico globale, prevede che l'aumento del calore oceanico porterà a sostanziali cambiamenti biologici nel mare. Lo studio, pubblicato su Nature Climate Change, identifica in particolare alterazioni inusuali nella vita marina dopo il 2010 nel Pacifico, nell'Oceano Atlantico e nell'oceano Artico. “Questi risultati suggeriscono l'inizio di una nuova era climatica caratterizzata da forti cambiamenti biologici in regioni sempre più diffuse”, spiega Conversi.
Pubblicato in Medicina
La neve delle Alpi Europee fonde più velocemente a causa delle polveri del Sahara. Lo hanno scoperto i ricercatori del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Arpa Valle d’Aosta, INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ricercatori francesi (Univ. Grenoble Alpes, Météo-France e CNRS) e Max Planck Institute, in Germania. I risultati dello studio Saharan dust events in the European Alps: role in snowmelt and geochemical characterization, condotto da Biagio Di Mauro (assegnista dell’Università di Milano-Bicocca),sono stati recentemente pubblicati sulla rivista internazionale “The Cryosphere”. Grazie all’utilizzo di un modello numerico che ha permesso di simulare la dinamica nivale includendo ed escludendo l’effetto delle polveri, i ricercatori hanno potuto stimare l’effetto delledeposizioni di sabbia sahariana sulla neve nella catena Alpina. Analizzando i dati, i ricercatori hanno appurato che in anni caratterizzati da intense deposizioni sahariane, come nella stagione del 2015/2016, le polveri hanno causato un anticipo della scomparsa della neve di circa un mese - pari a un quinto della stagione nivale - in un sito a 2160 m di quota in Valle d’Aosta.
Pubblicato in Ambiente
Uno studio di un team di ricerca della Sapienza, in collaborazione con l’Istituto Pasteur di Roma, l’Università Cattolica e il Jackson Laboratory (USA), ha caratterizzato il meccanismo di azione di due molecole per rallentare il declino muscolare legato all’età. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Aging Cell Uno dei primi effetti dell’invecchiamento è la perdita di massa muscolare scheletrica associata a una riduzione della forza. Questo processo, denominato sarcopenia, è spesso accompagnato dall’alterazione delle giunzioni neuromuscolari, con conseguente compromissione della comunicazione tra sistema nervoso e tessuto muscolare. È importante quindi mantenere funzionanti e in salute i muscoli anche nell’età senile per aumentare la qualità stessa della vita delle persone anziane. Per fare luce su questo meccanismo, un nuovo studio coordinato dal gruppo di ricerca di Antonio Musarò del Dipartimento di Scienze anatomiche istologiche medico legali e dell'apparato locomotore della Sapienza, in collaborazione con l’Istituto Pasteur-Italia, l’Università Cattolica di Roma e il Jackson Laboratory (USA), ha analizzato il fattore di crescita IGF-1, che ha un ruolo fondamentale per il differenziamento delle cellule muscolari.
Pubblicato in Medicina

 

SCOPERTO UN RITRATTO DI PREGEVOLE FATTURA NASCOSTO SUL RETRO DI UN QUADRO DI ELICA BALLA DURANTE LA PREPARAZIONE DELLA MOSTRA “ELICA BALLA, L’ARTE IN TEMPO DI GUERRA”

 

Eccezionale scoperta di un ritratto nascosto sul retro di un quadro di Elica Balla. Potrebbe trattarsi di un dipinto di Giacomo Balla.

 

Conferenza Stampa giovedì 18 aprile 2019 ore 11.00

Sala conferenze - Casa della Memoria e della Storia

 

Mentre l'équipe del prof. Stefano Ridolfi studiava alcune opere per la mostra “Elica Balla, l’arte in tempo di guerra”, sul retro di una di esse veniva alla luce un ritratto di pregevole valore. Lo studio, effettuato tramite indagini scientifiche non invasive utilizzando strumentazione di alta tecnologia innovativa, ha permesso di evidenziare anche altre opere celate dietro le tele di Elica Balla.

In particolare, dagli studi effettuati sul quadro “Campagna romana” dipinto nel 1936 da Elica all'età di 22 anni, è emerso sul retro un ritratto raffigurante un uomo mentre scrive a macchina con un curioso gioco di sovrapposizione delle dita, che ricorda vagamente “le mani del pianista” di Giacomo Balla e ancora più in profondità un altro ritratto di un personaggio più anziano.

 

Per tale motivo si è iniziato un restauro di una delle due opere che, a causa dei tempi tecnici della mostra, non è ancora terminato. L'opera, non ancora studiata dagli specialisti del settore, allo stato attuale delle conoscenze è di incerta attribuzione, considerando che la casa-studio di Balla era frequentata e visitata da una moltitudine di artisti.

Questa vicenda ha motivato i curatori della mostra ad illustrare, attraverso immagini e relative spiegazioni, il lavoro scientifico che ha permesso la scoperta dell'inaspettato quadro e la rimozione della pellicola pittorica che ne celava l'esistenza e ora ne restituisce, attraverso un attento lavoro di pulitura, la visibilità.

 

LE IPOTESI

Essendo due opere distinte si possono ipotizzare vari scenari:

Un unico artista ha dipinto i due quadri o due autori distinti? Almeno uno dei ritratti potrebbe essere del grande Maestro Giacomo Balla o di un altro importante futurista?

E ancora: chi sono i personaggi dipinti sul retro del quadro? Potrebbe trattarsi di giornalisti o di scrittori futuristi, almeno in uno dei due casi?

La mancanza di denaro in Casa Balla costringeva spesso Giacomo e le sue figlie a riciclare più volte le stesse tele, come è già stato dimostrato in passato.

Pubblicato in Arte
Martedì, 16 Aprile 2019 09:12

Un ghiacciaio di plastica

Poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene: ovvero plastica, ritrovata per la prima volta su un ghiacciaio italiano da un team di ricerca dell’Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca nella misura di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, un dato comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri Europei. I risultati sono stati presentati questa mattina a Vienna alla conferenza internazionale dell’European Geosciences Union.

I campionamenti sono stati realizzati nell’estate del 2018 sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio da un team di studiosi dell’Università degli Studi di Milano, formato dalla professoressa Guglielmina Diolaiuti, dal professor Roberto Ambrosini, e dai dottori Roberto Sergio Azzoni e Marco Parolini del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, assieme al gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, formato dal professor Andrea Franzetti e dalla dottoressa Francesca Pittino.

La contaminazione di microplastiche è ormai diffusa e documentata in molte regioni della Terra ed è ritenuta essere una tra le più impattanti sull’attività umana: ritrovata persino nella Fossa delle Marianne, ha una forte persistenza nell’ambiente, può entrare nella catena alimentare e ha un forte impatto sugli ecosistemi. Nonostante l’ampia diffusione di questa contaminazione, non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna.

Pubblicato in Ambiente

Un team internazionale. coordinato dall'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP) e dal Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, ha ricostruito le abitudini alimentari dei mammiferi pleistocenici mediante l’analisi di denti fossili. I risultati dello studio forniscono nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici. La ricerca è pubblicata sulla rivista Quaternary Science Reviews

Le stagioni come le intendiamo noi oggi non sono sempre esistite. A svelarlo è un nuovo studio paleoambientale che, attraverso l’analisi di denti fossili, ha ricostruito le abitudini alimentari di diversi gruppi di erbivori vissuti nel Pleistocene, periodo durante il quale si è registrato un incremento del fenomeno della stagionalità climatica in seguito a una lunga glaciazione avvenuta circa 900.000 anni fa.

La ricerca, frutto di una collaborazione tra il laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra e il Polo Museale Sapienza, l'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP) e l'Università di Saragozza, ha fornito nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici sugli ecosistemi terrestri del continente europeo durante il Quaternario, il periodo più recente della storia geologica della Terra. I risultati sono pubblicati sulla rivista Quaternary Science Reviews.

Pubblicato in Geologia

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