Glaucoma, tra le cause stress ossidativo e disfunzione mitocondri

Con quali conseguenze per la salute dell'occhio? Il danno ossidativo induce alla lunga uno stress dei mitocondri, organi che producono l'energia necessaria alle cellule ganglionari retiniche e che- messi sotto attacco dai radicali liberi- diventano meno efficienti. Ecco perche' stress ossidativo e disfunzione del mitocondrio giocano, insieme all'aumento della pressione dell'occhio, un ruolo importante anche nello sviluppo del glaucoma.
Cosa c'entra lo stress ossidativo con il glaucoma. Quando si parla di glaucoma si pensa subito solo alla pressione elevata dell'occhio. In realta', diversi studi hanno dimostrato che vari altri fattori, oltre alla pressione oculare, agiscono sulle cellule ganglionari retiniche (RGCs) condizionandone il buon funzionamento e la sopravvivenza. "In particolare, gioca un ruolo lo stress ossidativo e la conseguente disfunzione del mitocondrio- spiega il professor Luciano Quaranta, direttore del Centro per lo Studio del Glaucoma presso l'Universita' degli Studi di Brescia- La cellula ganglionare e' sensibile all'azione nociva dei radicali liberi dell'ossigeno (chiamati Ros), sostanze che si formano durante le normali attivita' corporee, come respirare, e che solitamente il corpo stesso neutralizza grazie alla presenza degli antiossidanti. Quando, pero', i radicali liberi aumentano in presenza ad esempio di una elevata pressione oculare elevata, le difese antiossidanti non sono sufficienti e si viene a creare una condizione di stress ossidativo in cui i radicali liberi hanno la possibilita' di danneggiare varie tipi di cellule presenti all'interno dell'occhio".
Nuovo studio sulla rivista Oncogene finanziato da Airc. Regina Elena e Ibpm-Cnr: scoperta nella regolazione di fattori cruciali per la formazione dei tumori

“Aurora B - spiega Cinzia Rinaldo - è spesso deregolata nei tumori e il suo malfunzionamento può portare alla formazione e progressione dei tumori”. Ciliberto: “Il lavoro aggiunge un nuovo tassello che chiarisce i meccanismi della divisione cellulare e della proliferazione di cellule tumorali”
Dimmi come ti dividi e ti dirò chi sei. Circa un terzo dei tumori umani, infatti, possono originare da cellule ‘difettose’ che si dividono ‘male’. Un recente studio dei ricercatori dell’Istituto Regina Elena (Ire) e dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibpm-Cnr), pubblicato sulla rivista Oncogene, ha identificato un nuovo ruolo della proteina Aurora B che risulta cruciale per un corretto completamento della divisione cellulare. Aurora B è espressa in maniera anomala in molti tipi di tumori ed è stata identificata come bersaglio molecolare di nuove terapie antitumorali; farmaci che ne bloccano l'attività sono oggetto di studi pre-clinici e clinici. Il recente studio dei gruppi di ricerca diretti da Silvia Soddu del Regina Elena e da Cinzia Rinaldo dell’Ibpm-Cnr apre un nuovo capitolo sulla comprensione del meccanismo di controllo della divisione cellulare e sulle cause scatenanti l’insorgenza di molti tumori.
L’Artico si riscalda più del resto del pianeta

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche è presente con la base Dirigibile Italia nell'Artico, luogo fragile e cruciale per lo studio dei processi legati al cambiamento climatico. Ecco due risultati della ricerca su questi importanti e complessi aspetti che danno conferma e in qualche modo quantificano il riscaldamento dell’acqua e dell’aria e lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno perennemente ghiacciato
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è presente con proprie stazioni e attività di ricerca in entrambi i poli terrestri. In particolare, nel Circolo Polare Artico, gestisce la base Dirigibile Italia.
L’Artico, un luogo fragile e cruciale per la Terra, si sta riscaldando in modo molto maggiore di quanto avvenga nel resto del pianeta. In tale regione molti processi legati al cambiamento climatico possono essere amplificati. Ad esempio, il ritiro dei ghiacci causato dal riscaldamento causa ulteriore riscaldamento perché riduce l’albedo (la capacità delle superfici “bianche” di riflettere la radiazione solare), il riscaldamento della colonna d’acqua in assenza di ghiaccio estivo porta allo scioglimento del fondale marino perennemente ghiacciato (permafrost), con la possibilità che il metano intrappolato nei fondali marini possa essere ceduto all'atmosfera, conseguente aumento di concentrazione di questo gas serra e ulteriore riscaldamento del pianeta.
“La ricerca scientifica italiana in Artico contribuisce agli studi internazionali e interdisciplinari per aumentare la conoscenza dei cambiamenti climatici”, afferma il presidente del Cnr Inguscio. “Il fine è informare i policy maker, la comunità scientifica, le organizzazioni internazionali, le singole persone e, al tempo stesso, collaborare a mitigarne gli impatti e consentire una gestione sostenibile degli ecosistemi naturali e dell’attività umana nella regione”.
Allo stato attuale, l’attività del Cnr nella Stazione artica si esplica attraverso oltre 20 progetti di ricerca, concernenti fisica dell'atmosfera, oceanografia e biologia marina, geologia e geofisica, indagini sugli ecosistemi e sul paleoclima. Ecco due risultati della ricerca su questi complessi e cruciali aspetti:
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Il sito osservativo integrato CNR alle Svalbard dimostra che il riscaldamento in Artico è maggiore di quello globale
Un ancoraggio (mooring) posizionato dal CNR nel Kongsfjorden alle Isole Svalbard misura il riscaldamento delle acque e la stagionalità del ghiaccio marino da sette anni. I dati offerti dall’ancoraggio permettono di misurare temperatura, salinità e altri parametri su tutta la colonna d’acqua per un centinaio di metri di profondità. I dati sono confrontati con quelli della Amundsen-Nobile Climate Change Tower, la torre con cui da dieci anni il CNR monitora l’atmosfera, sempre alle Svalbard. I dati integrati mare/aria dell’ancoraggio nel fiordo e della torre documentano in Artico un indubitabile aumento delle temperature. L'aumento della temperatura di aria e acqua ha anche un ulteriore inequivocabile impatto sulla velocità di scioglimento dei ghiacciai e sui flussi di “particellato”, il materiale solido che questi portano nel fiordo.
Eating more fish could prevent Parkinson’s disease

Johan Bodell, Chalmers University of Technology (45)
A new study from Chalmers University of Technology, Sweden, shines more light on the link between consumption of fish and better long-term neurological health. Parvalbumin, a protein found in great quantities in several different fish species, has been shown to help prevent the formation of certain protein structures closely associated with Parkinson’s disease.
Fish has long been considered a healthy food, linked to improved long-term cognitive health, but the reasons for this have been unclear. Omega-3 and -6, fatty acids commonly found in fish, are often assumed to be responsible, and are commonly marketed in this fashion. However, the scientific research regarding this topic has drawn mixed conclusions. Now, new research from Chalmers has shown that the protein parvalbumin, which is very common in many fish species, may be contributing to this effect.
One of the hallmarks of Parkinson’s disease is amyloid formation of a particular human protein, called alpha-synuclein. Alpha-synuclein is even sometimes referred to as the ‘Parkinson’s protein’. What the Chalmers researchers have now discovered, is that parvalbumin can form amyloid structures that bind together with the alpha-synuclein protein. Parvalbumin effectively ‘scavenges’ the alpha-synuclein proteins, using them for its own purposes, thus preventing them from forming their own potentially harmful amyloids later on.
“Parvalbumin collects up the ‘Parkinson’s protein’ and actually prevents it from aggregating, simply by aggregating itself first,” explains Pernilla Wittung-Stafshede, Professor and Head of the Chemical Biology division at Chalmers, and lead author on the study. With the parvalbumin protein so highly abundant in certain fish species, increasing the amount of fish in our diet might be a simple way to fight off Parkinson’s disease. Herring, cod, carp, and redfish, including sockeye salmon and red snapper, have particularly high levels of parvalbumin, but it is common in many other fish species too. The levels of parvalbumin can also vary greatly throughout the year.
“Fish is normally a lot more nutritious at the end of the summer, because of increased metabolic activity. Levels of parvalbumin are much higher in fish after they have had a lot of sun, so it could be worthwhile increasing consumption during autumn,” says Nathalie Scheers, Assistant Professor in the Department of Biology and Biological Engineering, and researcher on the study. It was Nathalie who first had the inspiration to investigate parvalbumin more closely, after a previous study she did looking at biomarkers for fish consumption.
Da embrioni 'malati' nati centinaia bimbi sani: studio italiano

"Non sono gli embrioni morfologicamente normali che s'impiantano nell'utero materno, come una volta si riteneva spiega il professor Ermanno Greco, direttore scientifico del Centro di Medicina della Riproduzione dell'European Hospital di Roma che, in collaborazione con il Genoma Group Molecular Genetics Laboratories, ha pubblicato lo studio sul 'New England Journal of Medicine' e ora su 'Fertility and Sterility'- ma quelli geneticamente sani. Significa che tramite la diagnosi genetica preimpianto e' possibile capire quali siano gli embrioni con un corredo cromosomico corretto e, se anche ci sono alterazioni morfologiche, sanno comunque risolverli da soli".
Cnr: "Nuovo approccio con nanoparticelle a disturbi cardiovascolari"

In Italia 35,5% persone in sovrappeso e 10,4% obese

Apnee notturne, in 60% associate a obesita' e 86% a diabete

Iodio nell’atmosfera, rapido aumento negli ultimi 50 anni
Il campo remoto presso l'ice cap di Renland a circa 2200 m sul livello del mare. Si può distinguere il sito della perforazione (tenda bianca) e il campo che ospitava il team di perforazione.
Ricostruite le variazioni atmosferiche dello iodio dal 1760 a oggi grazie a una carota di ghiaccio. L’aumento può avere effetti sull’aerosol ultrafine e sulla temperatura
Le analisi chimiche effettuate in una carota di ghiaccio prelevata dalla penisola di Renland (est della Groenlandia) hanno evidenziato un rapido aumento delle concentrazioni atmosferiche dello iodio, causato dall’innalzamento dei livelli di ozono dovuto alle attività umane e al recente ritiro del ghiaccio marino artico. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Nature Communications da un team internazionale di scienziati, tra i quali Andrea Spolaor dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) e Carlo Barbante, direttore dell’Istituto Cnr e professore all’Università Ca’ Foscari Venezia.
“Attraverso uno studio multidisciplinare condotto sulla carota di ghiaccio prelevata in Groenlandia siamo riusciti a ricostruire e spiegare le variazione atmosferiche dello iodio dal 1760 fino ad oggi, mettendo in evidenza che le concentrazioni sono rimaste stabili fino alla metà del ventesimo secolo ma sono triplicate negli ultimi cinquant’anni”, spiegano Spolaor e Barbante. “Grazie anche all’uso di modelli climatici che includono processi sia atmosferici sia chimici, si è compreso che l’aumento delle concentrazioni di ozono durante la cosiddetta “Great acceleration” (l’incremento dell’impatto umano sull’ambiente nel secondo dopoguerra) e la diminuzione del ghiaccio marino sono le cause principali dell’aumento di iodio atmosferico nella regione del nord Atlantico. L’aumento delle concentrazioni atmosferiche di questo elemento ha molteplici implicazioni dato che promuove la formazione dell’aerosol ultrafine ed è coinvolto nel ciclo dell’ozono, con un effetto diretto sul bilancio energetico terrestre”.
Scoperto da ricercatori italiani un meccanismo che provoca morte cardiaca improvvisa

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