L'energia del futuro brilla nel "Diamante Nero": una rivoluzione per il solare a concentrazione

Carlo Rossini 05 Feb 2026


Uno studio internazionale, pubblicato il 21 gennaio 2026 sulla rivista Joule (Cell Press), segna una svolta tecnologica nel campo delle energie rinnovabili. La ricerca, che vede la collaborazione tra l'ISM-CNR, l'Università di Roma “Tor Vergata” e l'Università di Tel Aviv, ha presentato le prime celle solari basate su tecnologia black diamond (diamante nero), capaci di operare ad alte temperature sotto luce solare concentrata.

Il cuore della tecnologia: l'effetto PETE
A differenza dei pannelli fotovoltaici tradizionali, questi dispositivi sfruttano l'emissione termoionica foto-stimolata (PETE). In questo processo, il calore e la luce solare lavorano in sinergia: il materiale, riscaldato ad alte temperature, libera elettroni dalla sua superficie, generando elettricità.

Questa caratteristica rende la tecnologia ideale per i sistemi CSP (Concentrated Solar Power), gli eredi moderni dei celebri "specchi ustori" attribuiti ad Archimede. Negli impianti CSP, la luce viene focalizzata per produrre calore; l'introduzione di dispositivi a stato solido come quelli al diamante permette di convertire questo calore direttamente in energia elettrica, migliorando l'integrazione con i sistemi di accumulo termico.

Come nasce il "Diamante Nero"
Il diamante naturale è trasparente, ma i ricercatori lo hanno trasformato in un assorbitore perfetto grazie a sofisticate tecniche di ingegneria dei materiali:

Nano-strutturazione laser: L'uso di laser al femtosecondo crea minuscole strutture periodiche sulla superficie, permettendo al diamante di assorbire oltre il 90% della luce solare.

Idrogenazione: Il lato opposto del materiale viene trattato con idrogeno atomico per facilitare la fuoriuscita degli elettroni (riducendo l'affinità elettronica).

Microcanali grafitici: Per garantire il passaggio della corrente all'interno dello strato di diamante, sono stati realizzati dei conduttori microscopici in grafite.

Prospettive e sostenibilità
I risultati attuali sono solo l'inizio. Lo studio ipotizza che, riducendo lo spessore del diamante da 100 micrometri a membrane di soli 300 nanometri, l'efficienza di conversione potrebbe salire fino al 14,5% a una temperatura di 425 °C.

Il Prof. Riccardo Polini, responsabile dell'Unità di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche di Tor Vergata, sottolinea che il futuro della ricerca si concentrerà sulla riduzione della distanza tra catodo e anodo e sull'integrazione del diamante con altri semiconduttori, come il silicio.

"Stiamo già testando etero-strutture nanodiamante/silicio," spiega il Prof. Polini, "un'attività che sfrutta le nanotecnologie per massimizzare la sostenibilità energetica."

Questo progetto è stato sostenuto anche dal programma PRIN 2022 TECHPRO, coordinato dal Dott. Daniele M. Trucchi (ISM-CNR), confermando l'eccellenza della ricerca italiana nel settore delle tecnologie green di nuova generazione.

Ultima modifica il Martedì, 03 Febbraio 2026 12:32
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