Un team di ricercatori ha individuato un nuovo metodo più efficace per somministrare i farmaci nel trattamento delle degenerazioni retiniche come la maculopatia. La novità arriva dal dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa dove Susi Burgalassi, Daniela Monti, Nadia Nicosia, Silvia Tampucci, Eleonora Terreni e Patrizia Chetoni hanno condotto uno studio sperimentale in collaborazione con Andrea Vento Direttore dell’Unità di oculistica dell’Ospedale Versilia di Viareggio. La ricerca finanziata con i fondi di Ateneo è stata appena pubblicato sulla rivista “Drug Delivery and Translational Research”, giornale ufficiale della Controlled Release Society.
Ad oggi per la cura delle degenerazioni retiniche viene principalmente utilizzato il Bevacizumab, un farmaco che blocca la genesi vascolare della malattia, e la sua somministrazione avviene mediante iniezioni intraoculari all’interno del corpo vitreo ripetute, generalmente, a cadenza mensile.
“Queste ripetizioni aumentano il rischio e la gravità degli effetti collaterali che, in alcuni casi, possono essere anche molto seri – spiega Susi Burgalassi dell’Università di Pisa - del resto, la macromolecola del Bevacizumab non supera le barriere oculari in quantità terapeuticamente sufficienti se somministrato per via topica, cioè attraverso un semplice collirio”.
La soluzione sperimentata è stata quindi quella di mettere a punto un millimetrico impianto da inserire nell’occhio sotto la congiuntiva per il rilascio prolungato del farmaco, che si “dissolve” naturalmente una volta esaurito il suo compito. Si tratterebbe cioè di una “matrice” ottenuta mediante liofilizzazione e realizzata con un polimero che deriva dalla cellulosa.
“La possibilità di dosare il farmaco attraverso questo sistema, pur mantenendo un certo grado di invasività, porterebbe ad una diminuzione della frequenza di somministrazioni, con conseguente diminuzione dell’incidenza di effetti collaterali”, aggiunge Susi Burgalassi.
Very obese women should lose weight during pregnancy for a healthy baby

Current recommendations should be changed for underweight and very obese women
Very obese women should actually lose weight during pregnancy in order to have a healthy baby, contrary to current recommendations, according to a new study in the journal Heliyon. The researchers behind the study, from Centre Hospitalier Universitaire Sud Réunion in France, say the current guidelines for weight gain in pregnancy should be adjusted for better outcomes in underweight and very obese women and their babies. The new study reveals the optimal weight gain for women that would give them a balanced risk of having a very small or very large baby. The findings will enable healthcare providers to give their patients more personalized recommendations. The team has developed an online calculator that can advise women on their ideal weight gain for the safest birth outcome, based on the research.
“The results of our research provide a solution to the conundrum affecting the 135 million pregnancies per year on this planet,” said lead author Dr. Pierre-Yves Robillard. “Women want to know what their optimal weight gain should be to have their baby as safely as possible, and their maternity care providers want to know what advice they can give women throughout their pregnancy. While our results show the recommendations are fine for women in the normal weight range, we have shown they are not ideal for very underweight and very overweight women.”
Team ricercatori italiani scopre malattia che provoca grave encefalopatia

Occhio: sperimentato un nuovo e più efficace sistema per somministrare i farmaci

Lo studio è stato condotto dall’Università di Pisa in collaborazione con l’Unità di oftalmologia dell’Ospedale Versilia
Breast cancer: discovery of a protein linked to metastasis

Jean-François Côté, a researcher at the Montreal Clinical Research Institute (IRCM) and professor at Université de Montréal’s Faculty of Medicine, studies metastasis, the leading cause of cancer-related death. Recently, his team uncovered a protein that, once deactivated, could prevent the development of metastases in an aggressive type of cancer, HER2-positive breast cancer. One in eight women will be diagnosed with breast cancer in her lifetime and one in 30 is expected to die from it. The findings, published in the journal Cell Reports, could improve this prognosis.
'Cunning' cells
A cancerous tumour develops when cells proliferate at an abnormally high rate and agglomerate in healthy tissue. Some of these cells are even more cunning. “Sometimes, cancer cells manage to leave the tumour to spread in the body, which complicates the evolution of the disease,” said Côté, director of the IRCM's Cytoskeletal Organization and Cell Migration Research Unit.
These cells move more easily than most of their peers. They detach from the tumour, enter the bloodstream and reach other organs, for example the lungs, bones or the brain. Called 'metastatic cells,' they are more difficult to destroy as they spread to other parts of the body and are more resistant to current treatments; 90 per cent of breast-cancer deaths are caused by metastases. Hence, one priority in oncology is to prevent tumour cells from spreading because it has the potential of saving many lives.
Alterazione genetica all’origine della precoce ossificazione del cranio dei neonati. La scoperta dei ricercatori dell’Università Cattolica pubblicata su “Bone”

Il risultato dello studio, coordinato dai ricercatori dell’Istituto di Anatomia Umana e Biologia cellulare della sede di Roma dell’Università Cattolica, in collaborazione con l’UOC di Neurochirurgia Infantile della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, apre la strada al disegno di nuovi test diagnostici più specifici per le craniosinostosi, malformazioni congenite del cranio causate dalla prematura ossificazione delle suture.
Si chiama BBS9 il gene coinvolto nel processo di craniosinostosi, malformazione congenita, diagnosticata alla nascita o nei mesi immediatamente successivi, legata alla prematura ossificazione e chiusura delle suture, che sono regioni elastiche nel cranio del neonato. La scoperta, di recente pubblicata sulla rivista scientifica “Bone”, è frutto dell’attività di ricerca, coordinata dalla dottoressa Wanda Lattanzi, ricercatrice dell’Istituto di Anatomia Umana e Biologia Cellulare della sede di Roma dell’Università Cattolica, diretto dalla professoressa Ornella Parolini, in collaborazione con l’Istituto di Anatomia Umana e Biologia Cellulare e della sede di Roma dell’Università Cattolica e l’Unità Operativa Complessa di Neurochirurgia Infantile della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. La craniosinostosi ha una prevalenza di 1 caso ogni 2000-2500 nati vivi; in Italia si stimano circa 180 nuovi casi all’anno, di cui circa 100 sarebbero casi di “craniosinostosi non sindromica”, che sono le forme studiate dal gruppo di ricerca. Lo studio, ha coinvolto 16 pazienti, fra gli oltre 400 reclutati presso questo centro, dovevengono trattati chirurgicamente in media 50-70 pazienti all’anno affetti da craniosinostosi, cioè oltre il 50% dell’intera casistica italiana.
Nell’olio d’oliva la molecola contro il diabete
Eat well, stay well. Questo il manifesto della dieta mediterranea, il modello nutrizionale che ha ricevuto l’onorificenza di "patrimonio orale e immateriale dell’umanità" per le ricadute positive che ha sulla salute. A oggi sempre più studi vanno nella direzione di verificare come alcune componenti alimentari siano in grado di prevenire determinate patologie e aumentare la qualità e la durata della vita.
In un precedente studio il gruppo guidato da Francesco Violi del Dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza, ha dimostrato che l’assunzione di 10 g. di olio extravergine di oliva durante i pasti era in grado di ridurre di 20 mg la glicemia post-prandiale. Dalla ricerca era emerso che l’extravergine di oliva si comporta come un antidiabetico con un meccanismo simile ai farmaci di nuova generazione, cioè le incretine (ormoni naturali prodotti a livello gastrointestinale che riducono il livello della glicemia nel sangue). L’assunzione di olio extravergine di oliva si associa, infatti, a un aumento nel sangue delle incretine.
Oms: "9 persone su 10 respirano aria inquinata, 7 mln morti/anno"

"L'inquinamento dell'aria ci minaccia tutti- avverte Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale Oms- e' inaccettabile che oltre tre miliardi di persone, la gran parte donne e bambini, respirino ancora fumi tossici ogni giorno a causa dell'uso di stufe e fornelli alimentate da combustibili inquinanti nelle loro case. Se non agiamo con urgenza sull'inquinamento dell'aria, non arriveremo mai nemmeno vicini a raggiungere uno sviluppo sostenibile".
L'Organizzazione mondiale della sanita' stima che circa 7 milioni di persone muoiano ogni anno a causa dell'esposizione al particolato sottile contenuto nell'aria inquinata e che penetra a fondo nei polmoni e nel sistema cardiovascolare, causando ictus, malattie cardiache, cancro polmonare, malattie polmonari ostruttive croniche e infezioni respiratorie tra le quali le polmoniti.
Progetto “La rabbia che non si vede”: un test rivela gli indicatori precoci di aggressività nei minori

Rilevare indicatori precoci di rischio sulle nuove psicopatologie emergenti in età infantile e in adolescenza, attraverso la somministrazione di test che misurano l’aggressività nei minori. Questo, in sintesi, è l’obiettivo del progetto di ricerca “La rabbia che non si vede”, promosso dal Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da Web della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli.
“Fin da piccoli - spiega il responsabile del progetto dott. Federico Tonioni, Dirigente Medico UOC Psichiatria Policlinico Gemelli, Istituto di Psichiatria e Psicologia Università Cattolica - i bambini apprendono dall’esperienza grazie a un istinto primario che promuove l’esplorazione dell’ambiente e la ricerca di relazioni. Questa spinta irrefrenabile rappresenta una sana forma di aggressività, si esprime attraverso il movimento e la capacità di vivere le emozioni, ed è la stessa che induce un bambino a camminare e un adolescente a uscire di casa per la prima volta da solo”. Nei bambini è necessario che tale energia vitale sia accompagnata da una presenza genitoriale attiva che gli consenta di fare esperienze in sicurezza e di avere quell’approvazione genitoriale indispensabile per la crescita. Se ciò non accade in misura sufficiente, l’istinto a crescere non diventa esperienza e in qualche modo viene trattenuto dentro, trasformandosi in rabbia. Questa rabbia profonda, che sta alla base di numerose forme di psicopatologia tra gli adolescenti, può esprimersi con una tendenza all’iperattività e alla ribellione o rimanere sottotraccia e, quindi, gestita nel tempo, con la nascita di sintomi psicosomatici, idee ipocondriache, incapacità a intraprendere e a mantenere relazioni con gli altri e abuso di videogame con contenuti violenti. “La rabbia che non si vede - continua Tonioni - riteniamo possa avere un ruolo decisivo anche nei disturbi dell’apprendimento, perché compromette l’autostima e la capacità dei bambini di credere in se stessi, nonostante siano dotati di un nuovo profilo cognitivo”.
Come nascono le fragole

L’Università di Pisa partner di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “GigaScience” sui meccanismi genetici che danno origine alle fragole
È l’espressione “più potente” di un set di geni a determinare lo sviluppo delle fragole. La scoperta arriva da una ricerca di un team internazionale che ha indentificato per la prima volta i meccanismi genetici che sono che sono alla base dello sviluppo di questo “falso frutto” primaverile. Pubblicato sulla rivista “GigaScience” e coordinato dal centro di ricerca inglese Driscoll’s Genetics Limited, lo studio è stato realizzato dai genetisti e bioinformatici dell’Ateneo pisano del gruppo del professore Andrea Cavallini insieme ai ricercatori delle università di Modena, Milano, Padova e della Fondazione Mach di San Michele all'Adige.
“Abbiamo confrontato il genoma della fragola e quello di una specie vicina, Potentilla micrantha, che non produce i tipici frutti carnosi della specie coltivata – spiega Andrea Cavallini dell’Università di Pisa – questo ci ha consentito di identificare i meccanismi genetici che sono potenzialmente alla base dello sviluppo delle fragole, in realtà un falso frutto, prodotto dall'accrescimento del ricettacolo della infiorescenza”.
La specie Potentilla micrantha, conosciuta anche come “fragola secca” o “cinquefoglia” condivide infatti numerose caratteristiche morfologiche ed ecologiche con la fragola e queste somiglianze hanno spinto i ricercatori a realizzare uno studio di genomica comparata, sequenziando, per la prima volta, il genoma e il trascrittoma di Potentilla.
“Come emerge dalla ricerca, lo sviluppo delle fragole – continua Cavallini – sembra essere legato alla diversa espressione di alcuni specifici geni, che codificano delle proteine del tipo ‘MADS-box’, molto più attivi nella fragola e che sono già noti per essere implicati nello sviluppo del frutto in altre specie”.
Want to remember your dreams? Try taking vitamin B6

New research from the University of Adelaide has found that taking vitamin B6 could help people to recall their dreams. The study published online ahead of print in Perceptual and Motor Skills, included 100 participants from around Australia taking high-dose vitamin B6 supplements before going to bed for five consecutive days. "Our results show that taking vitamin B6 improved people’s ability to recall dreams compared to a placebo," says research author Dr Denholm Aspy, from the University's School of Psychology. "Vitamin B6 did not affect the vividness, bizarreness or colour of their dreams, and did not affect other aspects of their sleep patterns. “This is the first time that such a study into the effects of vitamin B6 and other B vitamins on dreams has been carried out on a large and diverse group of people," Dr Aspy says.
The randomised, double-blind, placebo-controlled study saw participants taking 240mg of vitamin B6 immediately before bed. Prior to taking the supplements, many of the participants rarely remembered their dreams, but they reported improvements by the end of the study. “It seems as time went on my dreams were clearer and clearer and easier to remember. I also did not lose fragments as the day went on,” said one of the participants after completing the study. According to another participant of the study, “My dreams were more real, I couldn't wait to go to bed and dream!"
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