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The human papillomavirus (HPV) is the most common sexually transmitted disease. While vaccines are helping stop its spread, HPV is still the cause of 72 percent of oropharyngeal cancers, which impact the base of the tongue, tonsils and walls of the pharynx. "Given the alarming increase of HPV-attributable oropharyngeal cancers, dentists and dental hygienists may be key agents for promoting HPV prevention," said lead investigator Ellen Daley, PhD, a professor at the University of South Florida College of Public Health. "However, there's a serious need for better training and education in the dental community." In a study highlighted on the cover this month's Journal of the American Dental Association, Dr. Daley concludes most dentists don't discuss HPV prevention methods with their patients for a number of reasons. Some study participants admitted to not knowing enough about how one contracts HPV-related oropharyngeal cancer, its symptoms, transmission, progression and/or best prevention methods.

Pubblicato in Scienceonline

There are very few archaeological sites that have provided us with fossilised human footprints dating earlier than 300,000 years ago. This makes the recent discovery at the Ethiopian site of Gombore II-2, part of the greater Melka Kunture site, all the more significant. The footprints found there can be dated to 700,000 years ago, thanks to the volcanic tufa that covers the entire site. The excavated area at the edge of a water hole was intensely frequented in pre-historic times by mankind and animals alike. Indeed, traces of various species are plentiful, along with those of human beings and very young children (age 1-3). In particular, one of the children left a series of heel- and toe-prints.

“It was a very intense moment for us,” explains Flavio Altamura, the young researcher who headed the study that has just been published on Nature’s Scientific Reports. “Gombore II-2 has provided us with what may be the closest thing we’ll ever see to a photo of prehistoric life. We can practically say that these are the first steps of a child from 700,000 years ago, while the rest of the group carried on their daily activities.” The site has preserved the traces of a full range of activities, including the production of lithic tools in obsidian and other volcanic rock and the butchering of various hippopotami. There also are superimposed traces on the bones left by the carnivores who approached the animal carcasses after the hominids were finished with them. This reveals that the hominids were in full control of the environment.

Pubblicato in Scienceonline

 

New research has found no evidence Omega-3 fish oil supplements help aid or improve the reading ability or memory function of underperforming school-children. These findings are in contradiction to an earlier study run by the same team using the same supplement.

In the second high-quality trial of its kind, published in PLOS-ONE, the researchers found an entirely different result to an earlier study carried out in 2012, where omega-3 supplements were found to have a beneficial effect on the reading ability and working memory of school children with learning needs such as ADHD. In this second study, the researchers tested children who were in the bottom quarter of ability in reading, and found that fish oil supplements did not have any or very little effect on the children’s reading ability or working memory and behaviours. The team from the Universities of Birmingham and Oxford tested 376 children aged 7-9 years old, learning to read, but in the bottom quarter in terms of their ability. Half of the children took a daily Omega-3 fish oil supplement and the remaining children took a placebo for 16 weeks. Their reading and working memories were tested before and after by their parents at home and teachers in school - with no real differences found in the outcomes.

Professor Paul Montgomery, University of Birmingham, who led the research said:

‘We are all keen to help kids who are struggling at school and in these times of limited resources, my view is that funds should be spent on more promising interventions. The effects here, while good for a few kids, were not substantial for the many.’ Dr Thees Spreckelsen, University of Oxford, Co-Author of the report added: ‘Fish oil or Omega-3 fatty acids are widely regarded as beneficial. However, the evidence on benefits for children’s learning and behaviour is clearly not as strong as previously thought.’

 

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0192909

Pubblicato in Scienceonline
 

 

Il nostro cervello trasmette informazioni luminose come una moderna fibra ottica. Questa nuova ipotesi avanzata da un gruppo di ricercatori italiani, potrebbe contribuire a spiegare il grande salto evolutivo che ha permesso di realizzare le più complesse manifestazioni dell’intelligenza, come la coscienza, la volontà e la memoria. Lo studio è stato recentemente pubblicato su una rivista del gruppo Nature “Scientific Reports”, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca multidisciplinare composto da Andrea Zangari, medico dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, Davide Micheli, Ingegnere di TIM S.P.A. di Roma, Roberta Galeazzi, ricercatore chimica organica presso dell’Università Politecnica delle Marche ad Ancona e Antonio Tozzi, fisico dell’Azienda USL Toscana Sud Est, Grosseto. Gli studiosi hanno descritto la struttura che genera l’impulso nervoso come un sistema di nanoantenne che, attraverso un processo molto complesso di cooperazione tra loro, sono in grado di emettere onde elettromagnetiche nelle lunghezze d’onda tra la luce visibile e l’infrarosso.

Queste vengono poi trasmesse lungo il nervo mediante lo stesso principio che si verifica nelle fibre ottiche. La nuova ipotesi richiederà ulteriori studi sperimentali, che apriranno nuovi scenari nello studio della trasmissione nervosa, con promettenti implicazioni nella bioingegneria del sistema nervoso, nell’intelligenza artificiale e nella terapia di gravi malattie degenerative come la sclerosi multipla.
 
LINK ARTICOLO 
www.nature.com/articles/s41598-017-18866-x 
 
SINTESI DELL’ARTICOLO 
Un gruppo di ricercatori italiani avanza una nuova ipotesi sui meccanismi della trasmissione neurale. Secondo gli studiosi, ai già noti processi coinvolti nella neurotrasmissione contribuirebbe la generazione e la trasmissione di fotoni, in altre parole radiazione luminosa, nello spettro del visibile e dell’infrarosso, con evidenti implicazioni di straordinaria importanza.

Il lavoro è stato di recente pubblicato sulla rivista Scientific Reports (Zangari A, Micheli D, Galeazzi R, Tozzi A: Node of Ranvier as an Array of Bio-Nanoantennas for Infrared Communication in Nerve Tissue. Sci Rep. 2018 Jan 11;8(1):539. doi: 10.1038/s41598-017-18866-x) al seguente link http://rdcu.be/EuVM, dal gruppo di ricerca multidisciplinare, composto da Andrea Zangari, medico dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, UOC Chirurgia e Urologia Pediatrica di Roma, Davide Micheli, Ingegnere di TIM S.P.A., Wireless Access Engineering Department di Roma, Roberta Galeazzi, ricercatore chimica organica presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche di Ancona e Antonio Tozzi, fisico della UOC Fisica Sanitaria, Azienda USL Toscana Sud Est, Grosseto.

La trasmissione di segnali lungo la fibra nervosa o assone, secondo la ben nota teoria dei premi Nobel Hodgkin e Huxley, si realizza attraverso l’attivazione a catena di correnti elettriche attraverso speciali canali ionici presenti nella membrana cellulare. Alcuni assoni sono dotati di un rivestimento pluristratificato compatto formato da una sostanza detta mielina, interrotta ad intervalli regolari da brevi segmenti di assone “nudo”, detti nodi di Ranvier. Questo complesso nodo-mielina determina una velocità di conduzione molto più elevata rispetto all’assone non mielinizzato, grazie alla cosiddetta conduzione saltatoria, mediante la quale l’impulso elettrico può “saltare” da un nodo all’altro per le proprietà isolanti della mielina.

Il nuovo modello conferma la possibilità di trasferimento delle informazioni nelle fibre nervose mediante la generazione di fotoni e la loro trasmissione secondo i principi della fibra ottica. Infatti, nonostante alcune evidenze scientifiche del passaggio di fotoni nelle fibre nervose, nessuna ipotesi era stata avanzata su quale fosse la loro sorgente, che gli autori identificano nel nodo di Ranvier. Qui, grazie alla particolare disposizione geometrica dei canali ionici, si realizza un sistema di nanoantenne in grado di emettere onde elettromagnetiche nelle lunghezze d’onda tra la luce visibile e l’infrarosso. Un sistema molto complesso di cooperazione tra le nanoantenne, concentrerebbe il massimo della radiazione elettromagnetica emessa verso il tratto di assone rivestito di mielina, che la trasporterebbe funzionando come una fibra ottica, ipotesi già avanzata recentemente anche in un'altra pubblicazione, che viene in tal modo confermata.

Identificando la sorgente di tali radiazioni viene così consolidato un nuovo paradigma, che propone un’evoluzione dell’attuale teoria, aggiungendo a quella ti tipo elettrico quella di tipo elettromagnetico. Gli autori non solo hanno analizzato e messo in relazione tra loro numerose evidenze presenti nella letteratura scientifica a sostegno della ipotesi, ma sottolineano l’importanza del significato evolutivo che essa assume. Infatti è intuitiva la superiorità della trasmissione ottica rispetto a quella elettrica in termini di capacità di trasporto di informazioni, che si immagina facilmente mettendo a confronto il vecchio telefono a cavi elettrici con i sistemi attuali in fibra ottica. Questo potrebbe contribuire a spiegare il grande salto evolutivo che ha permesso di realizzare le più complesse manifestazioni dell’intelligenza, come la coscienza, la volontà e la memoria. E’ infine interessante notare che la natura ha utilizzato in maniera molto efficiente negli esseri viventi i concetti di antenna e di fibra ottica molto tempo prima che l’intelligenza dell’uomo li inventasse, prima per applicarli alle telecomunicazioni e poi per scoprire che anche la vita ne fa uso. La nuova ipotesi richiederà ulteriori studi sperimentali, che apriranno ampi scenari nello studio della trasmissione nervosa, con promettenti implicazioni nella bioingegneria del sistema nervoso, nell’intelligenza artificiale e nella terapia di gravi malattie degenerative come la sclerosi multipla.

 
 
Pubblicato in Medicina
 

Scoperto il “lato buono” del recettore TLR4. Normalmente responsabile dei fenomeni infiammatori, il TLR4, se opportunamente stimolato può favorire la crescita e la differenziazione delle cellule staminali neurali (NSC), attualmente in sperimentazione per una serie di malattie del sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e la sclerosi multipla (SM). Lo rivela lo studio “Toll-like receptor 4 modulation influences human neural stem cell proliferation and differentiation” (doi: 10.1038/s41419-017-0139-8) condotto da un team di ricerca dell’Università di Milano-Bicocca e dall’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo recentemente pubblicato sulla rivista Cell Death and Disease. I ricercatori hanno osservato per la prima volta che le cellule staminali neurali possiedono il recettore TLR4 già attivo durante la loro normale fase di crescita. Questo ha permesso di rivelarne la sua doppia natura: se modulato da molecole-farmaco prodotte in laboratorio, il recettore TLR4 delle cellule staminali, invece che indurre l’infiammazione e quindi danneggiare le cellule, favorisce la crescita e la capacità di differenziarsi delle cellule staminali stesse. 

Pubblicato in Medicina

 

 

Scientists have identified a single genetic change in Salmonella that is playing a key role in the devastating epidemic of bloodstream infections currently killing around 400,000 people each year in sub-Saharan Africa. Invasive non-typhoidal Salmonellosis (iNTS) occurs when Salmonella bacteria, which normally cause gastrointestinal illness, enter the bloodstream and spread through the human body. The African iNTS epidemic is caused by a variant of Salmonella Typhimurium (ST313) that is resistant to antibiotics and generally affects individuals with immune systems weakened by malaria or HIV. In a new study published in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States, a team of researchers from the Universities of Birmingham and Liverpool have identified a specific genetic change, or single-nucleotide polymorphism (SNP), that helps the African Salmonella to survive in the human bloodstream.

Pubblicato in Scienceonline

Un gruppo di ricerca internazionale coordinato dalla Sapienza, ha utilizzato una tecnica innovativa di sequenziamento del Dna per ricostruire l’evoluzione della specie umana all’interno del continente africano. I risultati sono pubblicati su Genome Biology. La storia dei movimenti umani attraverso il Sahara, è racchiusa non solo nei reperti archeologici riconducibili ad antichi insediamenti sahariani, ma anche nel nostro genoma. Questa nuova prospettiva, che finora non era mai stata analizzata, è stata adottata dal team di ricerca internazionale coordinato da Fulvio Cruciani del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza di Roma, evidenziando che il pool genetico maschile di popolazioni nord-africane e sub-sahariane è stato plasmato da antiche migrazioni umane trans-sahariane. Lo studio, pubblicato dal gruppo sulla rivista Genome Biology, costituisce un importante contributo al progresso conoscitivo sull’evoluzione umana e in particolare sul ruolo del cosiddetto “Green Sahara” nel popolamento dell’Africa.

Durante l’optimum climatico dell’Olocene (tra 12 mila e 5 mila anni fa), il Sahara era una terra fertile (da cui “Green Sahara”) e dunque non rappresentava una barriera geografica per eventuali sposamenti umani tra l’Africa sub-sahariana e le coste mediterranee del continente. Per analizzare il popolamento di questa regione i ricercatori si sono avvalsi di una tecnica innovativa (next-generation sequencing) per sequenziare circa 3,3 milioni di basi del cromosoma Y umano in 104 individui maschi, selezionati mediante uno screening di migliaia di campioni.

Pubblicato in Paleontologia

pomodoro maturo della linea 'bronzeo'

 

Si chiama 'bronzeo' una nuova linea di pomodoro che contiene una combinazione unica di polifenoli in grado di migliorare i sintomi delle patologie infiammatorie dell’intestino. Lo studio, condotto dall’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr, è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Nutrition

 

Più di 2.2 milioni di Europei e 1.5 milioni di Americani soffrono di infiammazioni croniche intestinali, per le quali, ad oggi, non esiste una cura. I polifenoli, una famiglia di metaboliti secondari derivati dalle piante, possono rappresentare una valida strategia terapeutica per la cura dei sintomi di tali patologie. Da una ricerca dell’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Consiglio nazionale delle ricerche (Ispa-Cnr), unità di Lecce, in collaborazione con Cathie Martin ed Eugenio Butelli del John Innes Centre, Norwich e con Marcello Chieppa dell’Irccs 'S. De Bellis' di Castellana Grotte (Ba), emerge che una giusta combinazione di polifenoli può attenuare i sintomi dell’infiammazione intestinale. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Nutrition. “Frutta e verdura sono alimenti ricchi di polifenoli, ma per ottenere la giusta combinazione e le giuste quantità attraverso la dieta dovremmo assumerne una varietà e quantità elevatissime”, spiega Angelo Santino dell’Ispa-Cnr coordinatore dello studio. “Nei nostri laboratori siamo riusciti ad ottenere, attraverso un approccio di ingegneria metabolica, una linea di pomodori, che abbiamo chiamato 'bronzeo' per il colore metallico e bronzato della loro buccia, che contengono una combinazione unica di polifenoli. Si tratta, in particolare di flavonoli, antocianine e stilbenoidi la cui azione sinergica è stata valutata in topi affetti da infiammazione cronica intestinale”.

Pubblicato in Scienze Naturali

 

Caption: An example of coastal boulder deposits on Inishmaan, Aran Islands. The cliffs are about 20 m high, and the boulders are piled 32-42 m inland from the cliff edge. Note the people near the cliff edge, showing the scale. Some of the boulders in this ridge, weighing many tonnes, were moved by storm waves in the winter of 2013-2014 (Credit Peter Cox).

 

It's not just tsunamis that can change the landscape: storms shifted giant boulders four times the size of a house on the coast of Ireland in the winter of 2013-14, leading researchers to rethink the maximum energy storm waves can have - and the damage they can do. In a new paper in Earth Science Reviews, researchers from Williams College in the US show that four years ago, storms moved huge boulders along the west coast of Ireland. The same storms shifted smaller ones as high as 26 meters above high water and 222 meters inland. Many of the boulders moved were heavier than 100 tons, and the largest moved was 620 tons - the equivalent of six blue whales or four single-storey houses. It was previously assumed that only tsunamis could move boulders of the size seen displaced in Ireland, but the new paper provides direct evidence that storm waves can do this kind of work. According to the UN, about 40 percent of the world's population live in coastal areas (within 100 meters of the sea), so millions of people are at risk from storms. Understanding how those waves behave, and how powerful they can be, is key for preparation. It is therefore important to know the upper limits of storm wave energy, even in areas where these kinds of extreme wave energies are not expected.

Pubblicato in Scienceonline
 
 
 
Come un giocatore di scacchi, il dispositivo valuta tutte le possibili "mosse" e le probabili risposte dell'avversario, poi sceglie quella che giudica migliore e sta a vedere come risponde l'organismo. Il "giocatore" e' il pancreas artificiale, l'"avversario" il corpo del paziente diabetico. L'obiettivo e' mantenere la persona per il piu' lungo tempo possibile nel target glicemico considerato ottimale (70-180 mg/dl) senza che questa si debba preoccupare di controllare l'andamento del glucosio. Il pancreas artificiale e' la nuova frontiera per il trattamento del diabete di tipo 1, che in Italia interessa circa 250.000 persone. Un primo modello e' gia' disponibile nel mercato statunitense e la buona notizia e' che a breve potrebbe essere commercializzato anche un modello italiano, ideato all'universita' di Padova e basato su un sistema predittivo, che agisce anche in base all'andamento dei livelli di glucosio nei giorni precedenti, garantendo quindi un elevato livello di personalizzazione.

"Entro l'estate partira' lo studio iDCL (International Diabetes Closed Loop), che gode del sostegno dell'Nih e che coinvolge tre centri europei: Padova, Montpellier e Amsterdam - annuncia a Quotidiano Sanita' Claudio Cobelli, docente di bioingegneria del Dipartimento di Ingegneria e Informazione dell'universita' di Padova, a margine dell'11esimo Congresso Advanced Technologies & Treatments for Diabetes (Attd), che si e' svolto a Vienna - Si tratta di uno studio commercial grade, e se andra' a buon fine il nostro lavoro si tradurra' in un prodotto commerciale".
Pubblicato in Medicina

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