In pubblicazione sul Journal of Medical Virology, uno studio condotto sul genoma di SARS-Cov-2 che,attraverso una stima dell’origine e della dinamica delle fasi iniziali dell’epidemia, suggerisce nuove ipotesi sulla trasmissibilità e l’evoluzione del virus. I risultati dello studio, firmato da Università degli Studi di Milano, sono già stati inviati dalla rivista alla Organizzazione Mondiale della Sanità.


E’ stato appena accettato per la pubblicazione sul Journal of Medical Virology, ed è già disponibile in versione pre-print su Medrxiv un lavoro dell’equipe di Gianguglielmo Zehender, Alessia Lai e Massimo Galli del dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche (DIBIC) Luigi Sacco dell’Università di Milano e Centro Ricerca Coordinata EPISOMI (epidemiologia e sorveglianza molecolare delle infezioni), della stessa Universitù Statale.

Lo studio è stato condotto nel laboratorio della Clinica delle Malattie Infettive del DIBIC, presso l’Ospedale Sacco di Milano (ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano) e si tratta di un’indagine epidemiologico molecolare, svolta cioè sulle variazioni del genoma virale e quindi sulla filogenesi del virus stesso e non sul numero dei casi osservati. Il nuovo studio si è basato sull’analisi di 52 genomi virali completi di SARS-Cov-2 depositati in banche dati al 30 gennaio 2020 ed ha consentito la datazione dell’origine e la ricostruzione della diffusione dell’infezione nei primi mesi dell’epidemia in Cina, attraverso la stima di parametri epidemiologici fondamentali come il numero riproduttivo di base (R0) e il tempo di raddoppiamento delle infezioni.


L’articolo pubblicato su Brain da un consorzio internazionale di esperti, di cui fanno parte per l’Italia Daniela Galimberti ed Elio Scarpini del Centro Dino Ferrari dell’Università di Milano e del Policlinico di 


La demenza frontotemporale (FTD) è la seconda causa per frequenza di decadimento cognitivo prima dei 65 anni, dopo la malattia di Alzheimer. E’ una patologia neurodegenerativa corticale lobare progressiva caratterizzata da disturbi psico-comportamentali quali disinibizione, apatia, alterazioni della condotta sociale, mancanza di empatia, impulsività, aggressività. In circa il 40% dei casi vi è una ereditarietà e nel 20% dei casi è possibile identificare una mutazione genetica. Non esistono al momento terapie causali ma solo trattamenti sintomatologici. Un aspetto assai importante dal punto di vista clinico è dato dal fatto che esiste una significativa sovrapposizione sintomatologica tra questa patologia neurodegenerativa ed i disturbi psichiatrici primari di natura non degenerativa, quali depressione, disturbo bipolare, schizofrenia, disturbo ossessivo-compulsivo, spettro autistico ed anche disturbi di personalità.


L’Università di Pisa partner della ricerca pubblicata sulla rivista Current Neuropharmacology


La formazione di nuovi neuroni in alcune aree cerebrali come l’ippocampo avviene anche in età adulta e alcuni farmaci come gli antidepressivi, ma anche l’attività fisica e il sonno, stimolano il fenomeno. E’ questo quanto emerge da uno studio dei ricercatori delle Università di Pisa, L’Aquila, Glasgow e dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli pubblicato sulla rivista Current Neuropharmacology. Lo studio apre così a nuove prospettive per curare alcune patologie psichiatriche, come ad esempio la depressione, mettendo insieme terapie farmacologiche e non.


“La funzione di questo processo, noto come “neurogenesi” – spiega Marco Scarselli professore di Farmacologia dell’Ateneo pisano - sembra importante per la flessibilità cognitiva, la regolazione emotiva e la resilienza allo stress. Alcuni farmaci, come gli antidepressivi stimolano questo processo e questo meccanismo è in buona parte responsabile della loro efficacia clinica. Tuttavia, anche approcci alternativi non farmacologici come l’attività fisica ed il sonno ristoratore, inducono la neurogenesi, con importanti conseguenze nella pratica clinica”.
All’Università di Pisa la ricerca è stata condotta al Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia da un gruppo composto da Marco Scarselli, Marco Carli, Stefano Aringhieri, Biancamaria Longoni, Giovanna Grenno e Francesco Fornai.


Pubblicati su Current Biology i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Pisa in collaborazione con l’Università di Firenze


La pupilla è una finestra aperta sui nostri processi cerebrali e fisiologici, in grado di fornire un metodo oggettivo per misurare lo stato di coscienza e le sue alterazioni – spesso ritenuti impenetrabili – raggiunti attraverso la meditazione mindfulness. È questo il risultato di una ricerca condotta dall’Università di Pisa in collaborazione con l’Università di Firenze sul tema “Spontaneous pupillary oscillations increase during mindfulness meditation”, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Current Biology.

 

 

La riduzione del livello degli estrogeni associata alla menopausa è un fattore di rischio, ma uno studio condotto da un gruppo di ricercatrici del Cnr-Ibbc mette in luce che gli stessi ormoni, sin dalla prima fase dello sviluppo, potrebbero favorirne l’insorgenza. Gli estrogeni tendono infatti a sfavorire nelle donne l’utilizzo dell’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla formazione della memoria a lungo termine e all’orientamento spaziale, e proprio il suo minore uso potrebbe essere alla base di una sua maggiore vulnerabilità agli effetti dell’invecchiamento, tra i quali la riduzione di volume e la formazione di placche. La ricerca è stata pubblicata su Progress in Neurobiology.

La malattia di Alzheimer, patologia neurodegenerativa che distrugge le cellule del cervello, è la più diffusa tra le forme di demenza e, a causa dell’invecchiamento della popolazione, il numero delle persone che ne soffrono tenderà ad aumentare. A essere più colpite da questa forma di demenza sono le donne e questo è dovuto all’ingresso in menopausa e al conseguente calo degli estrogeni, evento che determina la maggiore vulnerabilità femminile alla malattia, poiché questi ormoni svolgono una funzione protettiva contro la morte cellulare (apoptosi) e l’infiammazione che favorisce la formazione di placche di Beta amiloide, il cui accumulo è tra le cause della patologia.

Le molteplici possibilità che il sistema immunitario intervenga a difesa dell’organismo contro il virus coinvolgono sia la risposta innata che quella adattativa, entrambe con le loro componenti umorali e cellulari. Un nuovo studio diretto dal King’s College London e dal Francis Crick Institute di Londra con la partecipazione dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Cnr, pubblicato su Nature Medicine, mette a disposizione un approccio ad interim per prevedere il decorso della malattia

 

L’infezione da virus Sars-Cov-2 può essere asintomatica, oppure causare la malattia denominata Covid-19, le cui manifestazioni cliniche sono estremamente eterogenee: da una patologia respiratoria lieve a un quadro clinico grave, in alcuni casi fatale. Analizzando il sangue dei pazienti si possono però ottenere previsioni sul decorso della malattia. Lo studio “Covid-Ip”, condotto da un team internazionale guidato da Adrian Hayday del King’s College London e del Francis Crick Institute di Londra con la partecipazione di Francesca Di Rosa dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Ibpm), pubblicato su Nature Medicine, ha identificato alcune alterazioni immunologiche che potranno essere sfruttate per identificare mediante un esame del sangue i pazienti destinati ad aggravarsi.


Un team multidisciplinare della Sapienza ha individuato in una molecola dell’arbusto originario delle pendici montuose del Cile e dell'Argentina un alleato naturale contro la resistenza agli antibiotici. L’azione antimicrobica della pianta è stata scoperta utilizzando approcci bioinformatici e screening biologici. I risultati del lavoro sono pubblicati sulla rivista Journal of Antimicrobial Chemotherapy
La resistenza agli antibiotici, o antibiotico-resistenza, è un meccanismo che deriva dal naturale sistema di difesa dei batteri nei confronti degli agenti esterni. A livello molecolare si tratta di un processo che normalmente avviene in pochi microrganismi di una popolazione batterica. Tuttavia, quando la popolazione è esposta agli antibiotici, i batteri resistenti per continuare a sopravvivere e a proliferare diffondono velocemente questa capacità a batteri diversi presenti nello stesso ecosistema.



Il Fuoco di Sant’Antonio, definito in termini medici Herpes Zoster, è una malattia infettiva causata dalla riattivazione del virus della varicella (Virus Varicella-Zoster VZV). Questo virus, della famiglia degli Herpes, ha la capacità di restare latente nel tessuto nervoso e di riattivarsi anni dopo causando manifestazioni cutanee specifiche e forte dolore.

Ne parliamo con Carlo Gelmetti, Direttore della Dermatologia Pediatrica del Policlinico di Milano.

Quali sono le cause del Fuoco di Sant’Antonio?

La causa della malattia è la riattivazione del virus della varicella: quindi, per prima cosa, bisogna aver avuto la varicella. Si calcola che circa il 90% della popolazione si ammali di varicella, ma solo nel 10% dei casi si ha sua riattivazione. In linea generale, la varicella è una malattia tipica dell’infanzia, mentre l’Herpes Zoster, colpisce quasi sempre persone adulte e anziane. Non è raro però che anche bambini e adolescenti, anni dopo aver avuto la varicella, presentino l’Herpes Zoster o Fuoco di Sant’Antonio. Questo succede perché come tutti i virus della famiglia degli Herpes, la loro ricomparsa è legata a una temporanea diminuzione delle difese immunitarie. Situazioni di stress sia emotivo (un periodo difficile dopo un trauma o un dispiacere) sia ambientale (troppo caldo, troppo sole) possono interferire con la normale risposta immunitaria e consentire al virus di riattivarsi. Inoltre, anche l’utilizzo di alcuni medicinali e terapie come chemioterapici, radioterapia e farmaci immunosoppressori, possono favorire la comparsa della malattia poiché abbassano le difese immunitarie.


Sul nuovo numero di ‘A scuola di salute’ tutto sul ritorno tra i banchi riducendo ansie e preoccupazioni. Le regole per l’accesso in classe e le indicazioni per non confondere i mali di stagione con dall’infezione da SARS-CoV2.


Rientro a scuola al tempo del COVID con molte novità per bambini, ragazzi, genitori e insegnanti. Cambiano le modalità di relazione (limiti al contatto fisico e alla condivisione di materiale), l’organizzazione degli spazi (aule, banchi singoli, percorsi, mensa in classe) e il modo di comunicare (uso della mascherina). Queste novità - spiegano gli specialisti del Bambino Gesù - possono generare confusione e ansia perché distanti da ciò a cui si è abituati. Nel nuovo numero di ‘A scuola di salute’, il magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute, diretto dal prof. Alberto Ugazio, le informazioni e i consigli degli esperti dell’Ospedale per affrontare il ritorno tra i banchi in sicurezza, riducendo le preoccupazioni.

 


Responsabilità o senso di colpa, paura, vulnerabilità, ma anche disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, incertezze economiche. Sono solo alcuni dei disagi e delle difficoltà che la situazione pandemica ha prodotto sulla salute e sul benessere delle persone.

Con l’obiettivo di offrire un aiuto mirato a chiunque si trovi in una condizione di stress o di fragilità emotiva dovuta all’emergenza sanitaria da COVID-19, è nata l’app ItaliaTiAscolto ((www.italiatiascolto.it): ascolto e sostegno psicologico a portata di smartphone.
Si tratta di un progetto del BICApP, il centro di ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Ordine degli Psicologi della Lombardia e con l’azienda iMoobyte, finanziato da Fondazione di Comunità Milano e sostenuto dal Comune di Milano.

 

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