Sulla rivista internazionale Journal of Cell Biology pubblicati i risultati di un nuovo studio firmato dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università Statale di Milano. I dati aprono nuove prospettive per la cura del tumore mammario. La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

È firmato da ricercatori esclusivamente italiani il recente studio pubblicato nel Journal of Cell Biology (JCB), prestigiosa rivista internazionale edita dalla Rockfeller University Press. Nello studio sono stati identificati i microRNA necessari a mantenere le cellule staminali tumorali, che contribuiscono alla crescita dei tumori al seno e alla ricomparsa del tumore dopo il trattamento. I dati rivelano che è sufficiente bloccare questi microRNA per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Se i risultati ottenuti saranno confermati in studi clinici, le chemioterapie potrebbero in futuro risultare ancora più efficaci, migliorando la prognosi delle pazienti con forme aggressive di cancro al seno.

 


Un’indagine multicentrica coordinata dall’IRCCS Galeazzi e dall’IRCCS Policlinico San Donato rivela come una massa muscolare ridotta possa favorire complicanze nei pazienti ricoverati per Covid-19.

È stato pubblicato sulla rivista scientifica Radiology uno studio coordinato dall’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi e dall’IRCCS Policlinico San Donato di Milano insieme all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità di Novara, all’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, alla Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero di Brescia, all’Istituto Europeo di Oncologia e all’Ospedale di Cento – in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Palermo e l’Università degli Studi del Piemonte Orientale – che ha dimostrato come la sarcopenia, ovvero una ridotta massa muscolare, rappresenti un fattore prognostico negativo nei pazienti ospedalizzati per Covid. L’obiettivo dello studio era stabilire quanto la ridotta massa muscolare fosse predittiva di decorso clinico sfavorevole nei pazienti Covid ricoverati nei reparti ordinari o in terapia intensiva, nel corso della prima ondata pandemica.

 


Lo studio, che ha coinvolto 122 soggetti in un esperimento online durante la primavera del 2020, ha evidenziato una maggiore difficoltà nel riconoscere le emozioni sui volti coperti dalle mascherine tradizionali rispetto a quelle dotate di una finestra di plastica trasparente che lascia intravedere la bocca. Il grado di affidabilità percepito resta però invariato. I risultati della ricerca, che ha visto la partecipazione del Dipartimento di Psicologia, sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports


Un tempo una rarità, nell'ultimo anno le mascherine sanitarie di ogni foggia e fattezza sono ormai arredo comune del nostro quotidiano. Fondamentali per contenere la pandemia di Covid-19, le mascherine comportano però alcuni effetti collaterali nella comunicazione non verbale, come documentato da un numero crescente di ricerche.

 "Di norma, siamo piuttosto bravi ad associare un'emozione a una determinata espressione del volto. Ma quando questo è mascherato, facciamo molta più fatica” - commenta Marco Marini, dottorando del Dipartimento di Psicologia e primo autore di uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Scientific Reports, in collaborazione con l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione e l’Istituto Di Neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche e l’Università di Torino.

 

"Bene che i farmacisti stiano facendo corsi di formazione per imparare a vaccinare, ma ritengo sempre indispensabile, per i pazienti, che sia sempre garantita la presenza di un medico in caso di una qualche reazione avversa. Il farmacista non e' in grado professionalmente di poter gestire una situazione di questo tipo". Lo dice il presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi.

"Il farmacista puo' vaccinare senza alcun problema- spiega Magi- ma deve esserci anche un medico disponibile, pronto ad intervenire nel caso si verifichi una situazione particolare o di emergenza, somministrando magari farmaci salvavita".

Magi resta dunque "sempre della stessa idea, d'altronde sono molti i farmacisti che la pensano come noi: anche loro vorrebbero avere la tranquillita' di avere un medico in caso di una qualche reazione avversa", conclude.

 

Identificati due marcatori che inducono le cellule staminali tumorali del colon a sviluppare metastasi.

Lo studio condotto dall’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Cnr di Napoli apre la strada a nuove terapie che colpendo tali fattori potrebbero eliminare selettivamente una specifica popolazione di cellule tumorali. I risultati della ricerca realizzata grazie al sostegno della Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro sono stati pubblicati sulla rivista Theranostics Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Cnr-Igb) ha identificato due marcatori molecolari che guidano le cellule staminali tumorali del colon verso lo sviluppo di metastasi.


Lo studio dell’Università di Pisa condotto in una scuola di Viareggio e pubblicato su Developmental Psychobiology ha per la prima volta documentato il fenomeno anche nella prima infanzia.


Lo sbadiglio contagioso, come segno di empatia e legame sociale, non riguarda solo gli adulti ma è già presente nei bambini sin da due anni e mezzo. La notizia arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Developmental Psychobiology coordinata da tre etologhe dell’Università di Pisa, le dottoresse Giada Cordoni ed Eleonora Favilli del Museo di Storia Naturale di Calci e la professoressa Elisabetta Palagi del Dipartimento di Biologia.

La ricerca, frutto di un progetto di etologia umana più ampio intitolato "Ontogenesi del comportamento sociale, di gioco ed empatico nell'uomo: osservazioni etologiche su bambini in età pre-scolare", è stata condotta presso la scuola dell'infanzia "Florinda" dell'Istituto comprensivo Centro-Migliarina-Motto di Viareggio (Lucca). Qui sono stati raccolti i video sui bambini dai due anni e mezzo ai cinque anni e mezzo durante lo svolgimento delle loro normali attività scolastiche e in presenza di insegnanti e compagni di classe.

 

 

L’anomalia cardiaca si corregge con un catetere miniaturizzato. Intervento a Niguarda in collaborazione col Policlinico di Milano su un neonato prematuro di 1100 grammi, il più piccolo in Italia mai operato con questa tecnica
L'intervento salvavita mette in luce la collaborazione tra i due centri milanesi per la correzione delle cardiopatie congenite dei neonati prematuri. Grazie alla tecnica transcatetere si è evitato il ricorso ad un intervento a torace aperto

Portata a termine con successo dai cardiologi pediatrici del Niguarda una procedura di chiusura percutanea del dotto arterioso di Botallo sul cuore di un neonato del peso di 1100 grammi, in collaborazione con i neonatologi del Policlinico di Milano. Si tratta del paziente più piccolo per peso mai sottoposto a correzione transcatetere in Italia.

L’intervento è stato portato a termine nelle sale di emodinamica di Niguarda, da un team multidisciplinare composto da cardiologi pediatrici, anestesisti, tecnici di radiologia, neonatologi e infermieri. Gli specialisti hanno utilizzato un nuovo device, che tramite un catetere sottilissimo, del diametro di uno spaghetto, inserito con una puntura dalla vena femorale ha raggiunto l’arteria polmonare e quindi - attraverso il dotto - l’aorta. “Una volta in sede dal catetere è stato rilasciato un dispositivo auto-espandibile che è andato a tappare il dotto arterioso aperto - spiega Giuseppe Annoni, Cardiologo Pediatrico di Niguarda -. Durante la vita fetale, infatti, esiste un “tubicino”, il dotto di Botallo appunto che, mettendo in comunicazione l’arteria polmonare con l’aorta, ottimizza la circolazione fetale. Dopo la nascita il dotto normalmente si chiude ma se questo non avviene possono insorgere complicazioni cardiache”.

Professor Konstantinos Priftis


Pubblicato dal team di ricerca guidato dal Professor Konstantinos Priftis del Dipartimento di Psicologia Generale dell'Università di Padova il primo caso al mondo di paziente post Covid-19 affetto da totale incapacità nel leggere  in seguito a ictus. Fondamentale per il suo completo recupero un servizio di neuropsicologia per diagnosticare e riabilitare i deficit mentali conseguenti a lesioni cerebrali.
Lo studio dal titolo “Alexia without agraphia in a post COVID-19 patient with left-hemisphere ischemic stroke” pubblicato su «Neurological Sciences» dal team di ricerca guidato dal Professor Konstantinos Priftis del Dipartimento di Psicologia Generale dell'Università di Padova in cui si documenta il caso di un paziente affetto da COVID-19 che a tre giorni dalla negativizzazione ha accusato un ictus ischemico a carico della parte posteriore dell’emisfero cerebrale sinistro con perdita totale della capacità di leggere.

Il servizio di neuropsicologia presente in ospedale ha diagnosticato e riabilitato il deficit mentale conseguente la lesione cerebrale recuperando perfettamente la sua abilità di lettura. Il caso riportato da «Neurological Sciences», frutto di collaborazione del Prof. Priftis e di un gruppo di neuropsicologi (Dott. Massimo Prior, Dott.ssa Teresa Mercogliano) e medici (Dott. Leonardo Meneghetti, Dott. Matteo Bendini) dell’Ospedale di Treviso, mette in luce l’importanza di un servizio di neuropsicologia in qualsiasi reparto e con particolare riferimento ai reparti di neurologia, di riabilitazione e delle Stroke unit. Soprattutto la neuropsicologia è adesso necessaria in reparti COVID-19 e in tutti i reparti in cui il paziente con COVID-19 viene ricoverato successivamente.


Il più ampio studio finora realizzato su casi di persone affette da questa rara malattia individua un’associazione con alcune varianti di uno specifico gene, chiamato TRANK1, e la presenza di problematiche perinatali.
 La sindrome di Kleine-Levin – una malattia rara che causa episodi di ipersonnia e deficit cognitivo – è associata ad alcune varianti di un particolare gene, chiamato TRANK1, connesse anche al disturbo bipolare e alla schizofrenia. In particolare, queste varianti sembrano favorire l’insorgere della sindrome di Kleine-Levin nelle persone che hanno avuto problemi alla nascita, suggerendo che il gene TRANK1 potrebbe avere un ruolo nella risposta dei neonati in caso di danni cerebrali, con conseguenze sulla salute menatale e neurologica nell’età adulta.


Uno studio sugli over 65 guidato da ricercatori dell’Università di Bologna ha individuato uno specifico profilo microbico che potrebbe favorire un invecchiamento in salute e una maggiore longevità.
La presenza di alcune comunità di batteri “buoni” all’interno del microbiota intestinale potrebbe contribuire, sin dalle prime fasi dell’invecchiamento, ad una crescita ridotta del grasso addominale viscerale e quindi ad una migliore condizione di salute. Lo rivela uno studio coordinato da un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Gut Microbes.


"Lo specifico profilo microbico che abbiamo individuato potrebbe rappresentare un potenziale marcatore di invecchiamento in salute me di longevità già a partire dai 60 anni di età", spiega Aurelia Santoro, ricercatrice al Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Bologna che ha coordinato lo studio. "Monitorare ed eventualmente modulare il microbiota intestinale, oltre a promuovere sane abitudini alimentari, potrebbe quindi diventare uno strumento aggiuntivo per avere una popolazione manziana più sana e con una migliore qualità della vita". L'invecchiamento è generalmente accompagnato da cambiamenti fisiologici che influenzano la composizione e la funzionalità corporea, compreso l'accumulo di massa grassa a scapito della massa muscolare: un fenomeno che ha effetti negativi sulla salute generale. Diversi studi hanno mostrato che con l’avanzare dell’età diminuisce la massa dei tessuti muscolari e di organi come il cervello, i reni, il fegato e la milza, a favore di una tendenza all’aumento del grasso viscerale, la parte di tessuto adiposo concentrata all’interno della cavità addominale.

 

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