La Consensus del gruppo di esperti recentemente pubblicata dalla Federazione europea delle società per gli ultrasuoni in medicina e biologia (EFSUMB) e coordinata dalla Sapienza, ha puntualizzato le raccomandazioni all’uso delle varie metodiche sulla classificazione delle cisti renali, individuando la Contrast Enhanced UltraSound - CEUS come la meno invasiva e più vantaggiosa.


La Federazione Europea delle Società per gli Ultrasuoni in Medicina e Biologia (EFSUMB) recentemente pubblicato sulla più prestigiosa rivista di ecografia European Journal Ultrasound la Consensus degli esperti sulla rivisitazione della classificazione delle cisti renali mediante ecografia con mezzo di contrasto, coordinata da Vito Cantisani, vicepreside della Facoltà di Medicina e odontoiatria della Sapienza.

La Consensus recentemente pubblicata ha puntualizzato le raccomandazioni all’uso delle varie metodiche sulla classificazione delle cisti renali, analizzandone i vantaggi e fornendo indicazioni all’utilizzo delle stesse.

“La diagnosi di cisti renale - spiega Cantisani - è una delle diagnosi più comuni nella popolazione generale, soprattutto in età geriatrica. Per il paziente, questa diagnosi crea apprensione e preoccupazione”.


Si chiama “HERV-W ENV” la proteina codificata da un retrovirus endogeno che è stata trovata in quantità molto elevata nel sangue dei pazienti COVID-19 in associazione alla progressione grave della malattia da COVID-19. Lo studio, pubblicato dalla rivista “EBioMedicine”(Gruppo editoriale The Lancet), nasce da una collaborazione internazionale italo-francese tra l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, l’Università di Lione e la Biotech GeNeuro – Innovation. La ricerca apre la strada ad ulteriori studi sul ruolo della proteina ENV come potenziale bersaglio terapeutico.

I ricercatori dell’Università di Roma “Tor Vergata” hanno dimostrato per la prima volta la presenza di un'elevata quantità della proteina HERV-W ENV nelle cellule del sangue dei pazienti COVID-19, in particolare nei linfociti T, cellule che giocano un ruolo centrale nella risposta immunitaria verso le infezioni causate da virus e batteri. Nei pazienti COVID-19, la proteina è stata correlata all’infiammazione e all’alterazione ed esaurimento del funzionamento delle cellule del sistema immunitario.


Un team di ricerca dell’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr e dell’Università Federico II di Napoli ha analizzato i dati di una popolazione di oltre mille pazienti italiani affetti da Covid-19, evidenziando l’effetto protettivo esercitato da una variante del gene TMPRSS2 negli uomini giovani e nelle donne anziane, e individuando un target terapeutico per lo sviluppo di nuovi farmaci. I risultati sono pubblicati sulla rivista Genes.
Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Icb) e dell’Università Federico II di Napoli, ha utilizzato tecniche di data mining applicate alla bioinformatica per prevedere quali geni umani potessero influenzare l’insorgere o la gravità dei casi di Covid-19. I risultati hanno fornito uno strumento per individuare i soggetti a rischio di sviluppare una forma severa dell'infezione e hanno evidenziato un target terapeutico per lo sviluppo di nuovi farmaci.


Uno studio coordinato da ricercatori della Sapienza e dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l'IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli e dell’Università dell’Aquila ha evidenziato per la prima volta specifiche differenze nell’attività elettrica cerebrale durante il sonno che discriminano la malattia di Alzheimer dal decadimento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment o MCI degli anglosassoni, uno stadio intermedio tra demenza ed invecchiamento normale) e dagli anziani sani. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista IScience
É oramai evidente che le relazioni tra malattia di Alzheimer e caratteristiche del sonno vanno ben al di là del riscontro assai comune di disturbi del sonno in questi pazienti sia perchè le alterazioni del sonno sembrano costituire un fattore di rischio per la malattia, sia perchè un buon sonno svolge un ruolo centrale nell'eliminazione dei metaboliti "cattivi" della proteina b-amiloide facilitandone l’aggregazione ed il deposito tipico dell’Alzheimer.

 

Uno studio realizzato dal Cnr-Ibbr in collaborazione con l’Hannover Medical School ha identificato un nuovo meccanismo molecolare che contribuisce alla degenerazione dei neuroni nell’atrofia muscolare spinale. Lo studio, pubblicato su Pnas, e cofinanziato dalla Fondazione Telethon, ha permesso di migliorare le funzioni motorie di un modello “in vivo” della malattia

 

L’atrofia muscolare spinale (Sma) è una malattia genetica rara causata da bassi livelli della proteina SMN e caratterizzata dalla morte selettiva dei motoneuroni spinali, neuroni deputati al controllo dei muscoli. In una ricerca dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Cnr-Ibbr), in collaborazione con Peter Claus dell’Hannover Medical School, è stata identificata la proteina B-Raf come il punto centrale di una estesa rete di proteine che contribuiscono alla degenerazione dei motoneuroni in mancanza della proteina SMN. Lo studio, pubblicato su Pnas e cofinanziato dalla Fondazione Telethon, ha utilizzato un approccio innovativo detto di network biology, che consente di avere una visione globale di tutti i partner coinvolti in un dato processo e permette di identificare rapidamente gli interruttori principali, da attivare o disattivare affinché quel processo sia modulato.

 


Grazie al posizionamento nel ventricolo sinistro del sistema di assistenza meccanico al circolo Impella CP SmartAssist si è potuto procedere con la “riapertura” delle coronarie in un paziente di 68 anni giudicato troppo a rischio per l’intervento di angioplastica. Il sistema a fibre ottiche utilizzato per la prima volta in Italia fornisce un monitoraggio più preciso dei parametri emodinamici.


Un paziente di 68 anni con un “cuore fragile” a causa di una sindrome coronarica e di una disfunzione cardiaca severa. Per trattare il suo cuore è necessaria una rivascolarizzazione miocardica: l’intervento chirurgico di bypass viene considerato a rischio proibitivo, si decide dunque di sottoporlo a un intervento di angioplastica con stent, sebbene anch’esso a rischio molto alto.

Si tratta dei cosidetti pazienti CHIP (higher-risk and clinically indicated patients), cioè persone ad alto rischio per comorbidità, disfunzione ventricolare sinistra e severa coronaropatia, che fino ad oggi non poteva essere trattata per l'elevato rischio di mortalità periprocedurale.


Un nuovo studio della Sapienza ha evidenziato il ruolo degli astrociti nei processi di sviluppo cerebrale neonatale. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Cell Reports permettono di approfondire alcuni meccanismi molecolari di base di molte patologie psichiatriche del neurosviluppo che insorgono nel periodo perinatale, come l’autismo, la schizofrenia o il deficit dell’attenzione, e di individuare nuovi potenziali farmaci
Gli astrociti rappresentano un importantissimo contingente strutturale del nostro cervello, più numeroso di circa dieci volte rispetto a quello formato dai neuroni. Queste cellule stellate sono sicuramente meno conosciute dei neuroni, ma non meno importanti da un punto di vista funzionale.

Un nuovo studio coordinato da Paola Bezzi del Dipartimento di Fisiologia e farmacologia Vittorio Erspamer della Sapienza Università di Roma, realizzato insieme con ricercatori delle Università di Losanna e di Zurigo, mette in luce come la crescita e la maturazione delle cellule stellate subito dopo la nascita sia fondamentale per la sopravvivenza dei neuroni e quindi per la corretta formazione e funzione dei circuiti nervosi nel cervello adulto. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports.

Comportamenti scorretti diffusi anche tra le non più giovanissime: il 24% fuma e il 46% non fa mai sport. Il 52% invece non esegue regolarmente il Pap test (o test HPV). Il Presidente Francesco Cognetti: “Situazione peggiorata a causa del Covid, insegneremo le regole per la prevenzione primaria e secondaria”.

La menopausa viene ancora considerata come un periodo delicato della vita femminile. Il 59% delle italiane dichiara di sentirsi peggio di prima però per sei su dieci si tratta di una fase positiva della vita di ogni donna. Risultati non ottimali sono quelli che si registrano negli stili di vita delle over 40. Il 24% fuma regolarmente mentre il 21% ammette di bere alcol tutti i giorni. Solo quattro su dieci sostengono di seguire una dieta sana ed equilibrata e il 46% invece non pratica mai sport e attività fisica. Sono questi i principali risultati di un sondaggio condotto su 2.014 donne residenti nel nostro Paese d’età compresa tra i 40 e i 70 anni. L’indagine fa parte della nuova campagna nazionale: “Menopausa meno… male!” promossa dalla Fondazione Insieme contro il Cancro. Si pone l’obiettivo di valorizzare la salute della donna non più in età fertile, aiutarla nell’affrontare al meglio questo cambiamento e diffondere una nuova cultura della prevenzione e della gestione dei piccoli e grandi disturbi che questa fase della vita può comportare.


Identificata, mediante una nuova tecnica, una sottopopolazione di cellule tumorali caratterizzate dall’aggressivo gene K-RAS mutato, finora intrattabile farmacologicamente. Lo studio coordinato dal Cnr-Itb e pubblicato su Communications Biology, dimostra l’efficacia del trattamento farmacologico.


Il tumore del polmone è la prima causa di morte per cancro, responsabile di circa un terzo delle morti per malattie oncologiche. Nonostante gli enormi progressi scientifici, al momento le opzioni terapeutiche sono ancora limitate. Un gruppo di ricerca internazionale, guidato da Elena Levantini dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Pisa dove coordina il Laboratorio di oncologia molecolare, e con incarichi da ricercatrice anche nel reparto di Ematologia/Oncologia dell’ospedale BIDMC della Harvard Medical School di Boston, ha diretto uno studio su un nuovo farmaco capace di diminuire la crescita tumorale in studi preclinici condotti in laboratorio sul modello murino con tumore al polmone del sottotipo molecolare K-RAS mutato.


 

Numerosi fattori contribuiscono all’insorgenza della malattia di Parkinson, tra questi c’è anche uno specifico tratto di personalità chiamato nevroticismo. Questo è il risultato dello studio multicentrico su quasi mezzo milione di persone, realizzato dalla Florida State University in collaborazione con Cnr-Irib, Cnr-Ibfm e pubblicato su Movement Disorders

 La malattia di Parkinson colpisce circa l’1-2% della popolazione anziana mondiale ed è la seconda patologia neurodegenerativa più comune dopo il morbo di Alzheimer. Seppur le cause non siano ancora note, gli scienziati ritengono che fattori genetici e ambientali contribuiscano alla sua insorgenza. Una nuova ricerca con partecipazione dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irib) di Cosenza e l’Istituto per le bioimmagini e fisiologia molecolare (Cnr-Ibfm) di Milano, pubblicata su Movement Disorders, indica che anche il tratto di personalità “nevroticismo” è costantemente associato a un maggiore rischio di sviluppare la malattia di Parkinson.

 

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