Un nuovo studio coordinato da Giorgio Manzi per la Sapienza (Dipartimento di Biologia ambientale) in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli e l’Università di Firenze, ha dimostrato una stretta relazione tra locomozione bipede e cambiamenti nell’occlusione dentaria, a partire dai nostri più antichi antenati di milioni di anni fa.
Questi risultati, pubblicati su Scientific Reports, contestano la diffusa convinzione secondo cui le caratteristiche della nostra dentatura sarebbero state una conseguenza diretta dei cambiamenti nella dieta avvenuti perlopiù con la comparsa dei primi strumenti del Paleolitico e con l’uso del fuoco per la cottura del cibo.
Paleontologia
La storia di un guerriero longobardo del VI secolo: l’avambraccio amputato e una lama come protesi
13 Apr 2018 Scritto da Comunicato La SapienzaIl Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia del Dipartimento di Biologia ambientale ha analizzato i resti scheletrici di un antico guerriero longobardo ritrovato in una necropoli del Veneto e conservato presso il Museo di Antropologia “G. Sergi” della Sapienza, diretto da Giorgio Manzi. Dagli studi condotti insieme al Dipartimento di Scienze dell’antichità e alla Scuola di Dottorato in Archeologia della Sapienza, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, è emerso che il corpo del guerriero, a cui mancano la mano destra, il polso e parte dell’avambraccio, è una importante testimonianza di amputazione perfettamente guarita e di pratiche di cura moderne. I ricercatori hanno preso in considerazione diverse circostanze per spiegare da una parte le cause, e quindi cosa può aver portato all’amputazione dell’avambraccio, dall’altra gli esiti, ovvero come si sopravviveva 1300 anni fa, in un’epoca pre-antibiotica, a un’operazione così rischiosa.
“Il coltello era orizzontale, appoggiato al bacino mentre di norma viene sepolto al fianco del cadavere”, spiega Ileana Micarelli, primo nome dello studio. “Il braccio destro era piegato a 90 gradi, con radio e ulna tagliati al netto e al posto della mano c’erano una fibbia metallica e tracce di materiale organico, pelle o legno. L’amputazione è avvenuta con un colpo unico e senza anestesia”. Lo studio, pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences (JASs), ha ipotizzato che l’uomo appartenesse alla prima generazione di longobardi arrivati in Italia dall’Europa dell’est, e che per una caduta da cavallo, una ferita di battaglia divenuta infetta o per la comminazione di una pena, potesse aver subito l’amputazione dell’avambraccio.
In uno scheletro di mille anni fa il più antico osteoblastoma mai rinvenuto
09 Apr 2018 Scritto da Università di PisaLa scoperta dell’équipe Paleopatologia dell’Università di Pisa pubblicata sulla rivista The Lancet Oncology
Un tumore osseo di mille anni fa, il più antico nel suo genere mai rinvenuto, è stato scoperto dall’équipe della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa coordinata dalla professoressa Valentina Giuffra. Si tratta di un osteoblastoma che ricercatori hanno diagnosticato nel seno frontale del cranio in uno scheletro datato al X-XII secolo e portato alla luce durante gli scavi archeologici condotti nel 2004 presso il grande cimitero medievale della pieve di Pava (Siena).
La scoperta, appena pubblicata sulla rivista scientifica internazionale “The Lancet Oncology”, getta nuova luce sull’antichità dei tumori ossei e pone le basi per nuove ricerche nel campo della paleoncologia.
L’individuo, un giovane maschio di 25-35 anni, presentava in corrispondenza dell’osso frontale una rottura post mortale che ha permesso di osservare la presenza di una piccola neoformazione ovalare all’interno del seno frontale destro del cranio. Grazie all’ausilio di moderne tecniche radiologiche ed istologiche, gli studiosi sono riusciti a chiarire che la natura patologica della lesione era proprio un osteoblastoma.
“L’osteoblastoma è un raro tumore benigno dell'osso che rappresenta attualmente circa il 3,5% di tutti i tumori primitivi benigni dell'osso e l'1% di tutte le neoplasie ossee - afferma il professore Gino Fornaciari dell’Università di Pisa e coautore della pubblicazione – di solito colpisce prevalentemente i giovani adulti, prediligendo la colonna vertebrale e le ossa lunghe, la localizzazione nel cranio e nei seni paranasali è invece estremamente inconsueta e pochissimi sono i casi noti nella letteratura clinica moderna”.
“E’ stato estremamente sorprendente essere riusciti a trovare testimonianza di questa condizione addirittura nei resti scheletri umani. Ad oggi infatti, il caso medievale di Pava risulta essere la prima attestazione paleopatologica di osteoblastoma del seno frontale, confermando l'esistenza di questo raro tumore osseo benigno a quasi 1000 anni fa” conclude la dottoressa Giulia Riccomi, dottoranda dell’Ateneo pisano e primo autore della pubblicazione.
Gli archeologi del team di Abu Tbeirah hanno individuato e stanno scavando un porto risalente al 3° millennio a.C.: uno scavo che consentirà di scrivere un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia e della sua civiltà, nata dalle acque del Tigri e dell'Eufrate, superando l'immaginario comune che identifica le antiche città mesopotamiche attorniate da distese di campi di cerali, irrigati da canali artificiali.
La Missione Archeologica italo-irachena ad Abu Tbeirah, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino, presenterà l’importante risultato della campagna condotta nell’Iraq meridionale, mercoledì 21 marzo presso il Rettorato, con una iniziativa promossa dalla Fondazione Sapienza.
Il Sahara era verde e popolato: la storia dell’evoluzione umana raccontata dal genoma
28 Feb 2018 Scritto da Università La SapienzaDurante l’optimum climatico dell’Olocene (tra 12 mila e 5 mila anni fa), il Sahara era una terra fertile (da cui “Green Sahara”) e dunque non rappresentava una barriera geografica per eventuali sposamenti umani tra l’Africa sub-sahariana e le coste mediterranee del continente. Per analizzare il popolamento di questa regione i ricercatori si sono avvalsi di una tecnica innovativa (next-generation sequencing) per sequenziare circa 3,3 milioni di basi del cromosoma Y umano in 104 individui maschi, selezionati mediante uno screening di migliaia di campioni.
Scoperte orme di bambino risalenti a 700 mila anni fa in Etiopia (Gombore II-2 a Melka Kunture)
19 Feb 2018 Scritto da La Sapienza comunicato stampaLa zona scavata corrisponde a un’area intensamente frequentata, ai margini di una piccola pozza d'acqua in cui probabilmente si abbeveravano, oltre agli ominidi, alcuni animali prossimi agli attuali gnu e gazzelle, nonché uccellini, equidi e suidi; anche gli ippopotami hanno lasciato tracce dei loro passaggi.
Le impronte delle varie specie si intersecano tra di loro e si sovrappongono a tratti a quelle degli esseri umani, individui in parte adulti e in parte di 1, 2 e 3 anni. In particolare uno di questi bambini in tenera età propriamente non camminava, ma era in piedi e si dondolava: la sua è l'impronta di un piede che ha calpestato ripetutamente il suolo, rimanendo appoggiato sui talloni, e ha lasciato impressa una serie di piccole dita (più di cinque) in parte sovrapposte dalla ripetizione del movimento.
Coltivate, ma non domestiche. Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici
31 Gen 2018 Scritto da Comunicato La SapienzaWorld’s longest sauropod dinosaur trackway brought to light
13 Nov 2017 Scritto da CNRS (Délégation Paris Michel-Ange)
In 2009, the world's largest dinosaur tracks were discovered in the French village of Plagne, in the Jura Mountains. Since then, a series of excavations at the site has uncovered other tracks, sprawling over more than 150 meters. They form the longest sauropod trackway ever to be found. Having compiled and analyzed the collected data, which is published in Geobios, scientists from the Laboratoire de Géologie de Lyon (CNRS / ENS de Lyon / Claude Bernard Lyon 1 University), the Laboratoire Magmas et Volcans (CNRS / Université Clermont Auvergne / Université Jean Monnet / IRD), and the Pterosaur Beach Museum conclude these tracks were left 150 million years ago by a dinosaur at least 35 m long and weighing no less than 35 t.


Il cranio dell'"uomo di Ceprano", ora restaurato digitalmente, potrebbe appartenere alla cosiddetta umanità di mezzo
Il restauro digitale dell’uomo di Ceprano – così viene chiamato un cranio fossile rinvenuto nel marzo 1994 in provincia di Frosinone – ha permesso il recupero dell’originaria struttura del reperto, che si è rivelata morfologicamente più simile alla cosiddetta “umanità di mezzo”, nota con il nome scientifico di Homo heidelbergensis. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, è coordinato da Giorgio Manzi del Dipartimento di Biologia ambientale, attuale direttore del Polo museale Sapienza, in collaborazione con diversi altri ricercatori e con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Roma, Viterbo ed Etruria meridionale. Il cranio, plasticamente deformato dall’azione dei sedimenti in cui si è fossilizzato, era stato ricostruito utilizzando i frammenti originali e facendo ricorso a una grande quantità di inserti di gesso per tenerli uniti fra loro. L’alterazione della morfologia originaria ha reso difficile ogni ulteriore modifica nella disposizione dei frammenti, lasciando irrisolta per anni l’interpretazione tassonomica del cranio di Ceprano.

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