Cani e gatti domestici non trasmettono il SARS-CoV-2 ma possono essere contagiati dai padroni

Università degli studi di Milano 22 Gen 2021
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Pubblicato su Nature communications dai ricercatori dell’Università Statale di Milano e dell’Università di Bari il primo studio del progetto COVIDinPET: dai tamponi e test sierologici effettuati sugli animali domestici risulta che alcuni sono entrati in contatto con il virus SARSCoV-2 ma non sviluppano la malattia COVID-19.


Pubblicato su Nature communications il primo studio del progetto COVIDinPET (Genetic characterization of SARS-CoV2 and serological investigation in humans and pets to define cats and dogs role in the COVID-19 pandemic) che ha coinvolto, tra i partner del progetto, i ricercatori del dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Milano e quelli dell’Università di Bari, nonché il dipartimento Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità, una rete di collaboratori internazionali guidata dall’Università di Liverpool e alcuni laboratori veterinari italiani. Nello studio sono stati arruolati 919 cani e gatti provenienti da aree del territorio nazionale (in particolare dalla Lombardia) in cui nella prima ondata della pandemia la prevalenza della malattia nell’uomo è risultata particolarmente elevata.

Nell’ambito dello studio sono stati eseguiti tamponi molecolari orofaringei, nasali o rettali per la ricerca di SARS-CoV2, e/o esami sierologici per la ricerca di anticorpi anti-SARS-CoV-2. In 528 casi erano noti i risultati di test molecolari condotti sui proprietari degli animali. Tutti i 494 tamponi processati sono risultati negativi, inclusi quelli prelevati da cani o gatti con sintomi respiratori o conviventi con proprietari che sono stati COVID-19 positivi.

Al contrario, il 3.3%, dei cani e il 5.8% dei gatti, soprattutto adulti e provenienti da aree geografiche in cui maggiore è stata la prevalenza di infezione nell’uomo è risultato positivo alla sierologia e, per quanto riguarda i cani, la percentuale di sieropositivi sale al 12.8% se si considerano gli animali appartenenti a proprietari con COVID-19.
Questi dati indicano che alcuni degli animali inclusi in questo studio sono entrati in contatto con il virus e hanno di conseguenza prodotto anticorpi ma la negatività dei loro tamponi, anche in animali di proprietari malati, suggerisce che il tempo di permanenza del virus nei loro tessuti, pur sufficiente ad indurre una risposta anticorpale, sia molto breve e non associato allo sviluppo di malattia negli animali. Anche se non è possibile escludere che, effettuando il prelievo nei primi giorni di malattia del proprietario, anche gli animali domestici possano risultare positivi a test molecolari, i risultati di questo studio suggeriscono che il ruolo epidemiologico degli animali da compagnia nell’infezione umana da SARS-CoV-2 sia molto limitato.

Al contrario sembra possano essere i proprietari positivi a trasmettere transitoriamente il virus ai propri cani e gatti, con i quali andrebbero quindi evitati contatti stretti nel periodo di positività del proprietario. La pubblicazione è il primo studio generato nell’ambito del progetto COVIDinPET (Genetic characterization of SARS-CoV2 and serological investigation in humans and pets to define cats and dogs role in the COVID-19 pandemic), che vede coinvolta l’Università di Milano insieme a PTP Science Park, Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna “Bruno Ubertini” e Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, e che è stato finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del bando congiunto con Fondazione Veronesi e  Regione Lombardia “Misura a sostegno dello sviluppo di collaborazioni per l’identificazione di terapie e sistemi di diagnostica, protezione e analisi per contrastare l’emergenza Coronavirus e altre emergenze virali del futuro”.

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