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Aprile 2026



Un nuovo studio pubblicato su The Lancet Planetary Health rilancia l’allarme sui drammatici impatti dell’inquinamento atmosferico nelle città italiane. Lo studio stima su base locale il numero di morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico in più di mille città europee, stilando una classifica rispetto ai due principali inquinanti presi in esame, il particolato sottile (PM2.5) e biossido di azoto (NO2), sulla base della popolazione e del tasso di mortalità di ogni città.

Le due città in testa alla classifica di morti premature legate all’inquinamento da PM2.5 sono proprio due città italiane, Brescia e Bergamo, ma tra le prime dieci troviamo anche Vicenza e Saronno, mentre le città italiane in cui l’inquinamento da NO2 colpisce di più sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto).

Per Greenpeace, questa classifica impone una riflessione urgente, se si pensa che nelle città europee 51.900 di queste morti potrebbero essere evitate ogni anno, se solo il livello dei due inquinanti presi in considerazione per stilare questo ranking fosse mantenuto al di sotto delle soglie raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nelle sole città italiane prese in considerazione, rispettando gli standard dell’OMS, si potrebbero evitare ogni anno quasi 13.500 morti premature.

Pubblicato in Ambiente

 

Uno studio clinico pilota ha dimostrato per la prima volta un aumento della chemochina Prochineticina 2 (PK2) nel siero di malati di Parkinson, suggerendone un potenziale ruolo protettivo. Il lavoro, pubblicato su Movement Disorders, è stato realizzato dall’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr con le Università di Roma, Sapienza e Tor Vergata.


Un team di ricercatori ha potuto dimostrare per la prima volta un significativo aumento della chemochina Prochineticina 2 (PK2), un peptide chemochino-simile, nel siero di pazienti affetti da malattia di Parkinson. I risultati di questo studio pilota condotto da Cinzia Severini dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc), da Nicola Biagio Mercuri e Tommaso Schirinzi della Clinica neurologica dell’Università di Roma Tor Vergata e da Roberta Lattanzi e Daniela Maftei del Dipartimento di fisiologia e farmacologia della Sapienza Università di Roma sono stati pubblicati su Movement Disorders. Lo studio ha analizzato il sangue di 31 pazienti con malattia di Parkinson e per la prima volta è stato dimostrato che i livelli serici di PK2 risultano significativamente aumentati rispetto a soggetti sani di controllo.

Pubblicato in Medicina


Greenpeace Italia ringrazia il governo, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il Sottosegretario Roberto Morassut per aver accolto l’appello lanciato dall’organizzazione ambientalista e aver inviato una nota ufficiale al governo francese, chiedendo di permettere alle italiane e agli italiani di poter partecipare alla consultazione pubblica in corso sul prolungamento di altri dieci anni dell’attività di 32 reattori nucleari presenti sul territorio transalpino.

In questi giorni, in Francia, l’Autorità per la Sicurezza Nucleare (Autorite de Surete Nucleaire – ASN) ha infatti formalizzato l’avvio di una pubblica consultazione, dal 3 dicembre 2020 al 22 gennaio 2021, per prolungare di altri dieci anni l’attività 32 impianti, i più vecchi ancora in attività nelle 56 centrali nucleari operate da Electricité de France (EDF): hanno già raggiunto, o raggiungeranno entro il 2030, i quaranta anni di attività operativa. Secondo la Convenzione di Espoo, adottata nel 1991 e oggetto di successivi emendamenti, i governi devono garantire la possibilità anche ai cittadini degli Stati confinanti – che potrebbero essere danneggiati da un progetto – di partecipare a una procedura di consultazione (cosiddetta “consultazione trans-frontaliera”) sulle attività proposte.

Pubblicato in Ambiente

 

Pubblicato sulla rivista The Lancet uno studio della Cardiologia universitaria della Città della Salute, svolto con i ricercatori di UniTo e PoliTo, per la creazione di un nuovo sistema di classificazione del rischio di eventi futuri nei pazienti dopo un infarto. Una tecnica che determinerà una vera rivoluzione e ridurrà statisticamente la possibilità di una non corretta diagnosi. Questo risultato rafforza la scelta di Torino come sede dell’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale

 Straordinario risultato di una ricerca coordinata dalla Cardiologia universitaria dell'ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Gaetano Maria De Ferrari), assieme al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino ed a quello di Meccanica e Aerospaziale del Politecnico di Torino. Gli autori hanno utilizzato quell’approccio dell’Intelligenza Artificiale chiamato Machine Learning o di apprendimento automatico, secondo il quale i computer imparano progressivamente dai dati che vengono loro forniti migliorando sempre più le loro capacità predittive ed individuando correlazioni. In questo caso, il risultato è stato la creazione di un nuovo sistema di classificazione del rischio di eventi futuri nei pazienti dopo un infarto. La assoluta novità e la grande efficacia di questo nuovo approccio sono valse alla ricerca la pubblicazione, oggi 15 gennaio, sulla rivista di medicina più blasonata al mondo, The Lancet.

Pubblicato in Medicina

Uno studio condotto dall'Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr con le Università di Urbino e Vienna ha rivelato l’errata percezione riguardo alle principali cause dell’inquinamento dell’aria: industria e traffico anziché agricoltura e allevamento. L’indagine, condotta su 16mila persone in sette paesi Ue, è pubblicata su AMBIO

 L’Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), assieme alle Università di Urbino e Vienna ha condotto uno studio, pubblicato su AMBIO, sulla percezione che l’opinione pubblica ha in sette paesi europei riguardo alle cause dell’inquinamento atmosferico. Oltre 16.000 cittadini di Italia, Austria, Belgio, Germania, Polonia, Svezia e Regno Unito sono stati intervistati per rispondere su quali settori rappresentassero, a loro parere, la principale causa di inquinamento dell’aria. I sette paesi sono stati scelti in quanto rappresentativi di diverse realtà socio-economiche, politiche e culturali e, come tali, della intera società europea.

Gli intervistati avevano cinque opzioni fra cui scegliere: agricoltura e allevamento, riscaldamento domestico, rifiuti, industria, traffico veicolare. Le risposte sono state analizzate sulla base di dati oggettivi quali età, genere, livello di scolarizzazione e tipologia dell’area di residenza.

Pubblicato in Ambiente


Arriva dalle grandi profondità dei ghiacciai dell’Antartide la risposta ad uno dei quesiti che è stato per anni un vero rompicapo per gli scienziati: la presenza di acqua sul Pianeta Rosso. Una ricerca internazionale condotta da ricercatori Italiani, USA, UK e Hong Kong e guidata dal gruppo di Glaciologia dell’Università di Milano-Bicocca (Giovanni Baccolo, Barbara Delmonte, Valter Maggi) ha permesso di identificare per la prima volta la formazione del minerale di jarosite (solfato idrato di ferro e potassio) a grandi profondità nei ghiacciai Antartici. Questo risultato conferma l’ipotesi secondo la quale i sedimenti ricchi di jarosite individuati sulla superficie di Marte dal Rover Opportunity della NASA, sarebbero legati alla presenza di grandi calotte di ghiaccio che hanno coperto parte del pianeta rosso nell’antico passato geologico. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista “Nature Communications” (“Jarosite formation in deep Antarctic ice provides a window into acidic, water-limited weathering on Mars”).

La scoperta di estesi depositi di jarosite su Marte fu a suo tempo un traguardo scientifico fondamentale poiché la formazione di questo minerale richiede la presenza di acqua liquida; tuttavia, non era ancora chiaro come questi depositi si fossero creati. Una delle possibili spiegazioni, coerente con le dimensioni e le caratteristiche di tali depositi, prevede la presenza su Marte di antiche calotte glaciali di grandi dimensioni, ricche di polveri, in diverse regioni del pianeta. Questa ipotesi ha trovato oggi una prima conferma diretta grazie allo studio condotto presso il laboratorio di Glaciologia EUROCOLD LAB dell’Università di Milano-Bicocca, in stretta collaborazione con il laboratorio di Houston della NASA (USA), il sincrotrone Diamond Light Source (UK), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Università di Roma Tre e l’Università di Hong Kong.

Pubblicato in Geologia

 

The SARS-CoV-2 lineage B.1.1.28 has been evolving in Brazil since February 2020, but the recent emergence of sub-lineages with convergent mutations in the spike (S) protein raises concern about the potential impact on viral infectivity and immune escape. The lineage P.1 (alias of B.1.1.28.1) is an emerging variant that harbours several amino acid mutations including S:K417T, S:E484K, and S:N501Y. This report describes the first confirmed case of reinfection with the P.1 lineage in a 29-years-old female resident in the Amazonas state, Brazil, previously infected with a B.1 lineage virus.
Keywords: COVID-19; SARS-CoV-2; reinfection; secondary infection; S:E484K; lineage B.1.1.28.P.1, Amazonas, Brazil

Pubblicato in Scienceonline
Lunedì, 18 Gennaio 2021 11:30

Australia, un anno dopo gli incendi



Dalle ceneri dei roghi parte “Regenerate Australia”, il piano WWF di rinascita

 

A circa un anno dalla stagione di incendi senza precedenti che da giugno 2019 a febbraio 2020 ha colpito l’Australia, il bilancio è drammatico. Ma dalle ceneri di questa devastante emergenza il WWF ha lanciato il più grande e innovativo programma di rigenerazione della natura nella storia dell'Australia.

Più di 15.000 roghi – che hanno bruciato soprattutto foreste e boschi ma anche terreni adibiti a pascoli e praterie- hanno impattato un’area totale di almeno 19 milioni di ettari (Filkov et al. 2020) in diversi Stati e rilasciato in atmosfera 900 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Gli effetti più devastanti sulle vite umane e sulla biodiversità si sono registrati in Australia orientale, con circa 12,6 milioni di ettari di foresta bruciati, fra cui il 54% delle foreste pluviali del Gondwana australiano (Queensland e New South Wales), l'81% della Greater Blue Mountains Area (NSW) e il 99% dell’Old Great North Road: tre siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità che custodiscono habitat e animali unici al mondo.

Pubblicato in Ambiente
Lunedì, 18 Gennaio 2021 11:23

Quanti cinghiali abitano qui?



Ricercatori dell’Istituto dei sistemi complessi del Cnr e dell’Istituto per la ricerca e la protezione ambientale hanno rivisto le metodiche utilizzabili per il monitoraggio delle popolazioni di cinghiali, dimostrando che l’applicazione del Distance Sampling mediante visori termici consente una stima precisa ed accurata. Si aprono così nuove strade per una gestione sostenibile della specie e per la protezione delle colture e degli allevamenti. Il lavoro è pubblicato sulla rivista Wildlife Biology

Contrariamente a ciò che si può pensare, censire le popolazioni di animali selvatici non è banale, tanto più se la specie vive in foresta ed ha abitudini notturne come il Cinghiale. Ricercatori dell’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isc) e dell’Istituto per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) hanno effettuato una serie di censimenti utilizzando il metodo del “distance sampling” e visori termici notturni in diverse aree protette italiane, dimostrando che stimare le popolazioni di cinghiale in maniera precisa ed accurata è possibile. Lo studio - pubblicato sulla rivista Wildlife Biology - è stato condotto in condizioni ambientali molto diverse, che vanno dai boschi mediterranei del Monte Arcosu (Sardegna) alle aree agricole di gran pregio nei Colli Euganei (Veneto), fino alle quote maggiori della montagna appenninica (Foreste Casentinesi, Toscana ed Emilia Romagna): tutti ambienti fortemente influenzati dalla presenza del Cinghiale.

Pubblicato in Ambiente


I Ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù con il sostegno di AIRC e Ministero della Salute hanno realizzato uno studio che permette di identificare i pazienti che rispondono meglio alle terapie immunologiche. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Identificati due nuovi marcatori cellulari e genetici in grado di predire la sopravvivenza dei pazienti affetti da neuroblastoma. La scoperta è il frutto di uno studio realizzato dall’area di ricerca di Oncoematologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler di Trento. La ricerca, finanziata da AIRC e Ministero della Salute, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Oltre a fornire nuovi strumenti per la prognosi, i risultati ottenuti consentiranno di individuare i pazienti oncologici che potranno beneficiare maggiormente di terapie immunologiche per sconfiggere il tumore.


LA MALATTIA
Il neuroblastoma è il tumore solido extracranico più comune dell’età pediatrica (rappresentando circa il 7- 8% dei tumori nei bambini). L'età media alla diagnosi è di 18 mesi e nel 90% dei casi il neuroblastoma si manifesta prima dei 7-8 anni di vita. Nella metà dei pazienti, il neuroblastoma viene diagnosticato nella sua forma metastatica, e causa il 15% delle morti in oncologia pediatrica. Le attuali terapie, per quanto articolate e comprendenti vari approcci, non sono purtroppo sufficienti per eradicarlo definitivamente in una larga percentuale di pazienti.

Pubblicato in Medicina

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