In Maremma la peste (manzoniana) del Seicento era il “Mal di contagio”: rinvenuta negli archivi la prima attestazione di questa espressione

Università di Pisa 24 Lug 2020
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La ricerca dell’italianista Marina Riccucci dell’Università di Pisa nell’archivio di Castelnuovo di Val di Cecina in uscita sulla rivista “Maritima”. Il sindaco: borse di studio e iniziative per valorizzare la memoria storica del territorio


La prima attestazione nota dell’espressione “Mal di contagio” riferita alla peste del Seicento, quella raccontata da Manzoni ne "I promessi sposi", si trova nell’archivio di Castelnuovo Val di Cecina, e precisamente nelle carte riguardanti Sasso Pisano. Il documento, contemporaneo allo scoppia dell’epidemia che colpì la Maremma nel 1631-2, anticipa di 150 anni l’origine dell’espressione sinora attribuita da lessici e vocabolari a Gaetano Fabbri e alla sua "Lezione intorno alla cagione e alla natura della peste" pubblicata a Firenze nel 1722. La scoperta di questa matrice maremmana del “Mal di contagio” arriva da uno studio dell’italianista Marina Riccucci dell’Università di Pisa in uscita sulla rivista “Maritima”.

“E’ interessante notare che Alessandro Manzoni chiama la peste ora propriamente peste, ora contagio, ora semplicemente male, mai ‘mal di contagio’ – racconta Marina Riccucci – tornando invece alle origini dell’espressione dopo il Fabbri, la seconda attestazione si trova nel trattato 'Aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana' del medico e naturalista fiorentino Giovanni Torgioni Tozzetti (1712-1783), nonno dell’omonimo Giovanni che avrebbe sposato la celebre Fanny amata da Giacomo Leopardi”.
“Il trattato – continua Riccucci - vide le stampe nel 1780 e un fatto curioso è che il Torgioni Tozzetti soggiornò due volte a Castelnuovo Val di Cecina e nel suo Viaggi fatti in diverse parti della Toscana fece menzione proprio di Sasso Pisano”.
Nel saggio intitolato “Qualche postilla in margine alla peste del 1630: ‘spigolando’ nei documenti d’archivio tra Piombino e Sasso Pisano”, Marina Riccucci ricostruisce dunque il quadro storico-sociale della pandemia in Toscana focalizzando l’attenzione sulla determinata area periferica ed extraurbana.


La pandemia in Maremma arrivò dal nord: il 26 ottobre 1629 gli ufficiali di sanità di Firenze furono informati da Milano del rischio di peste; nel maggio del 1630 era già epidemia dichiarata nelle città più grandi del centro-nord, Bologna e Firenze incluse; nel novembre del 1630 la peste cominciò a diffondersi nelle campagne e nei piccoli borghi del contado toscano; nell’estate del 1631 Firenze era ormai sostanzialmente libera, ma il morbo, iniziò a infuriare a Lucca e a Pistoia e quindi, nell’autunno 1631, a sud, in Maremma.
Dalla storia locale Riccucci ricava così uno spaccato della grande storia nazionale, con il racconto di come una piccola comunità cercasse di vincere l’epidemia fra lazzaretti, cerusici, coloro cioè che materialmente si occupavano dei malati incidendo i bubboni, e medici che a dispetto del nome erano invece deputati a mansioni amministrative. La ricerca della professoressa Riccucci è stata infine possibile grazie ai volontari del GASP, il Gruppo Archeologico Sasso Pisano, che hanno materialmente e fisicamente scoperto l'archivio della peste.


“Il recupero e la valorizzazione della memoria e della storia del nostro territorio, anche attraverso la riscoperta delle carte d’archivio, è solo all’inizio – conclude Alberto Ferrini, sindaco di Castelnuovo di Val di Cecina – vogliamo infatti intraprendere una serie di interventi fra cui l’istituzione di borse di studio per giovani studiosi e da questo punto di vista il legame con l’Università di Pisa è certamente fondamentale”.

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