I cetacei più antichi percepivano ancora gli odori

Lo rivela la TAC eseguita su un cranio fossile di archeoceto da paleontologi e radiologi dell’Università di Pisa e della University of Michigan
Sembrerà strano ma può capitare che il paziente che entra in ospedale per una TAC non sia un malato ma un animale vissuto più di 40 milioni di anni fa. In questo caso il “paziente” è il cranio fossile di un archeoceto conservato al Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa e la TAC ha permesso di ottenere un’immagine tridimensionale delle sue delicate strutture interne. Importantissima è stata l’osservazione delle sottili lamine ossee legate al senso dell’olfatto che testimoniano come questi antichi cetacei avessero un fiuto intermedio tra quello ben sviluppato dei mammiferi terrestri e quello totalmente assente dei delfini o estremamente ridotto delle balene. Si tratta di una nuova importante “prova paleontologica” a conferma del fatto che i cetacei derivano da animali terrestri e in particolare dagli artiodattili, quel gruppo di mammiferi oggi rappresentato da cammelli, cervi, maiali e ippopotami.
Lo studio, da poco pubblicato su Journal of Anatomy, ha coinvolto il professor Giovanni Bianucci e il suo dottorando Emanuele Peri, paleontologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, Giacomo Aringhieri, ricercatore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa e il professor Philip Gingerich, paleontologo del Museum of Paleontology, University of Michigan. Il reperto studiato è parte di uno scheletro descritto nel 2012 da Giovanni Bianucci e Philip Gingerich con il nome di Aegyptocetus tarfa. Si tratta di un fossile straordinario scoperto casualmente nel 2002 quando un marmista di Pietrasanta, in provincia di Lucca, aveva tagliato in lastre un blocco di calcare proveniente dall’Egitto.
Papiri carbonizzati tornano leggibili

Un team internazionale di ricerca guidato dal Cnr-Iliesi, attraverso l’hyperspectral imaging, nuova tecnologia non invasiva, ha svelato i testi scritti sul verso della Storia dell’Accademia di Filodemo, uno dei papiri di Ercolano carbonizzati durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Il risultato, pubblicato in Science Advances, apre un importante scenario sullo studio dei celebri rotoli.
Leggere i papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: un’impresa oggi possibile grazie a tecnologie non invasive messe a sistema da un team internazionale coordinato da Graziano Ranocchia dell’Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee del Consiglio nazionale delle ricerche. Il gruppo di lavoro è infatti approdato alla decifrazione del testo greco nascosto sul verso della celebre Storia dell’Accademia (PHerc. 1691/1021) di Filodemo di Gadara (110-40 a.C.), uno dei tanti rotoli conservati dalle ceneri del Vesuvio, nonché parte di un’opera più ampia intitolata Rassegna dei Filosofi, la più antica storia della filosofia greca in nostro possesso.
Tale ricerca, pubblicata in Science Advances, è frutto della sinergia di competenze e discipline differenti ed è stata condotta da personale di Iliesi e Nanotec del Cnr, del Cnrs/Museo di Storia Naturale di Parigi e Dipartimento di fisica della ‘Sapienza’ di Roma.
A tavola con l’Homo erectus: carne tagliata e preparata con mini-utensili di pietra

Uno studio condotto dalla Sapienza, in collaborazione con l’Università di Tel Aviv, ha gettato un’inaspettata luce sulla produzione di utensili bifacciali caratterizzanti la cultura acheuleana. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports
La cultura acheuleana risale all’era del Paleolitico inferiore ed è caratterizzata da manufatti litici bifacciali a forma di mandorla, lavorati sui due lati in maniera simmetrica. Da sempre questi utensili hanno attirato l’attenzione dei ricercatori che ne hanno fatto lo strumento principe per la ricostruzione delle strategie di sussistenza di Homo erectus, il diretto antenato dei Neanderthal.
Accanto alla produzione di bifacciali e di grandi strumenti da taglio esiste però una produzione composta da schegge e strumenti di piccole dimensioni che per decenni sono stati ignorati dalla comunità scientifica perché considerati prodotti di scarto delle produzioni principali. Nel sito archeologico di Revadim, in Israele, sono state scoperte centinaia di queste piccole, a volte minuscole, schegge di selce associate alla presenza di numerosi bifacciali, raschiatoi e cospicui resti di fauna, incluso l’elefante.
Meno piogge in pianura al Nord: l’inquinamento tra le cause

L’inquinamento può determinare dove e quanto pioverà: è questa la conclusione cui giunge lo studio condotto dal gruppo di ricerca guidato da Claudia Pasquero, professore associato di oceanografia e fisica dell’atmosfera presso l’Università di Milano-Bicocca.
La ricerca, dal titolo “Variability of orographic enhancement of precipitation in the Alpine Region”, pubblicata su “Scientific Reports” (DOI: https://doi.org/10.1038/s41598-019-49974-5), ha preso in esame i dati relativi alle piogge, raccolti presso oltre 3000 stazioni pluviometriche situate a quote diverse nella regione alpina. Per la prima volta lo studio, cofinanziato da Fondazione Cariplo, prende in esame un’area geografica così ampia e una banca dati assai consistente, ponendosi come un ulteriore passo in avanti nel dimostrare la correlazione tra inquinamento e piogge.
Normalmente i versanti montani provocano la risalita delle masse d’aria umida, favorendo la formazione di nubi e precipitazioni, generalmente maggiori nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti. In diverse parti dell’arco Alpino, infatti, le precipitazioni superano i 2 metri all’anno, mentre le piogge annuali in Pianura Padana spesso non raggiungono 1 metro.
Mediterraneo: variabilità stagionali più marcate nel clima futuro

Un archivio naturale di 450 m di sedimenti sul fondo del Lago di Ocrida, al confine tra Albania e Macedonia, racconta i cambiamenti delle precipitazioni degli ultimi 1,4 milioni di anni nell’area mediterranea, fornendo importanti indicazioni su possibili scenari climatici. Lo studio, condotto da un team internazionale, con la partecipazione di alcuni Istituti del Cnr, è stato pubblicato su Nature
Estati più calde e asciutte e, al contempo, precipitazioni più abbondanti e intense in autunno e inverno. Questi i possibili futuri scenari del clima nel Mediterraneo. A dirlo, un team internazionale guidato dalle Università di Colonia e di Pisa con la partecipazione italiana del Consiglio nazionale delle ricerche - Istituti di geologia ambientale e geoingegneria (Cnr-Igag), per la dinamica dei processi ambientali (Cnr-Idpa), di geoscienze e georisorse (Cnr-Igg), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e delle Università Sapienza di Roma, Bari, Firenze, Modena e Reggio Emilia.
Lo studio, pubblicato su Nature, ha esaminato un archivio naturale di 450 m. di sedimenti, recuperati mediante perforazione dal fondo del Lago di Ocrida, al confine tra Albania e Macedonia, e racconta la variabilità della piovosità nell’area mediterranea degli ultimi 1,4 milioni di anni, fornendo importanti indicazioni sulle possibili tendenze evolutive.
“Dall’analisi delle proprietà geochimiche dei sedimenti e della composizione della vegetazione fossile, desunta dai pollini intrappolati nei depositi”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore Cnr-Igag, “è stato possibile ricavare preziose informazioni sul clima del passato che, grazie all’organizzazione nel tempo di antiche eruzioni dei vulcani italiani, ha creato un vero e proprio archivio paleoclimatico”.
Winners of the 2019 UN Global Climate Action Awards Announced

The recipients of the 2019 United Nations Global Climate Action Awards were announced today, helping to shine a light on some of the most practical examples of what people across the globe are doing to combat climate change. The award-winning projects range from an in-app mini program that’s helped plant 122 million trees, to a “climate positive” burger that’s taking the fast food industry by storm. The announcement of the award winners comes shortly after the UN Climate Summit in New York, convened by UN Secretary-General António Guterres, and in parallel with Climate Week NYC.
“The recipients of the UN Global Climate Action Awards are leaders from communities, governments, businesses and organisations, and they are from all corners of the globe and all levels of society,” said Niclas Svenningsen, Manager of the UN Climate Change Global Climate Action Programme. “It is crucial we celebrate all actors who are leading the way. Their award-winning initiatives send a strong political signal to all nations – and through their leadership and creativity, we see essential change.”
Today’s announcement is part of the wider effort to mobilize action and ambition as national governments work toward implementing the Paris Climate Change Agreement and the Sustainable Development Goals. “Announced against the backdrop of nations signalling their renewed determination to meet the goals of the Paris Agreement, these awards shine a light on 15 incredible examples of scalable climate action around the world,” added Mr. Svenningsen. “These inspiring examples of climate action serve as beacons, guiding us towards a more resilient, more sustainable and more prosperous future for all.”
Mozia, scoperta stele con iscrizione in fenicio del “servo di Melqart”

Un team della Sapienza guidato da Lorenzo Nigro del Dipartimento di Scienze dell'antichità ha scoperto a Mozia i resti di una stele fenicia con un’iscrizione dedicata al “servo di Melqart”, titolo del re della città
Un team della Sapienza, guidato da Lorenzo Nigro del Dipartimento di Scienze dell'antichità, ha rinvenuto, all’interno di una torre difensiva a Mozia, una stele con un’iscrizione in fenicio che recita “tomba del ‘servo di Melqart’ figlio di…”, titolo normalmente riferito al re dell’isola.
Durante l’ultimo giorno di scavi, la Missione archeologica della Sapienza ha scoperto i resti di un’importante sepoltura, celati all’interno di una camera cieca di una torre difensiva del primo circuito murario della città, databile alla metà del VI secolo a.C. Assieme ad alcuni vasi frammentari, sono stati rinvenuti resti umani di un adulto e di un bambino e un cippo funerario in calcarenite. Della stele è conservata la parte superiore, alta circa 45 cm, e sulla sommità sono ancora presenti tracce di pittura rosso vivo. Su un lato il cippo reca un’iscrizione monumentale in fenicio conservata su quattro linee che indica: “tomba del ‘servo di Melqart’ figlio di…”. Melqart è il dio protettore del re di Mozia che, ricorrendo a questo appellativo, sottolineava il diritto divino della propria regalità. Lo stato di conservazione dell’iscrizione, sebbene incompleta, la pone tra le migliori iscrizioni monumentali mai rinvenute sull’isola e fornisce un’importante indicazione sia sulla localizzazione della necropoli sia sulla cronologia di quanto portato alla luce.
La missione archeologica a Mozia coordinata da Lorenzo Nigro fa parte dei Grandi scavi di Ateneo ed è condotta in convenzione con il Dipartimento Beni culturali della regione siciliana – Soprintendenza BBCCAA di Trapani e in collaborazione con la Fondazione G. Whitaker.
DALL’ATTIVITA’ FISICA ALL’ALIMENTAZIONE, GLI STILI DI VITA PIU’ SALUTARI PER I BAMBINI

Nel nuovo numero del magazine ‘A Scuola di Salute’ i consigli degli esperti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e di Fondazione ANIA.
E’ dedicata ai sani stili di vita la nuova edizione di ‘A Scuola di Salute’, il magazine digitale realizzato dall’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente in collaborazione con Fondazione ANIA. Dopo il numero sulla sicurezza in auto, le due Istituzioni ancora insieme per contribuire alla prevenzione e alla tutela della salute di bambini e ragazzi con informazioni chiare e verificate per tutti i genitori. In questo magazine, i consigli degli esperti su corretta alimentazione, movimento all’aria aperta, tempo da destinare al sonno, alla lettura e approfondimenti sul fumo in adolescenza e sull’uso di videogiochi.
CINQUE PASTI AL DI’, VARI E BILANCIATI
A colazione, pranzo, cena e merende, nel piatto dei più piccoli devono esserci tutti i nutrienti: carboidrati, fibre, proteine, grassi, vitamine e sali minerali, da combinare in percentuale variabile a seconda dei momenti della giornata. Scegliendo alimenti diversi, freschi e di stagione. Da evitare cibi troppo calorici, troppo salati, gli eccessi di proteine e di grassi di origine animale. Insomma, poche merendine e più frutta. Per dissetarsi
solo acqua o succhi fatti in casa senza aggiunta di zuccheri o dolcificanti. Il momento del pasto è un’importante occasione educativa e sociale. L’offerta di cibo - sottolineano gli
specialisti - va accompagnata dalle ‘cure’ adeguate (non lasciare il bambino da solo), allontanando il sentimento di ansia di non nutrire abbastanza il proprio figlio. Durante la crescita alcuni periodi di
inappetenza sono fisiologici. Attenzione però al rifiuto persistente di cibi e bevande, ai cali di peso e alla presenza di sintomi associati come diarrea, vomito e stanchezza. In questo caso l’indicazione è di ricorrere all’aiuto di un esperto.
Tumore del colon-retto: identificato un nuovo bersaglio terapeutico

Un recente studio condotto dal Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza e frutto di una stretta collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia (IIT) ha identificato un nuovo meccanismo molecolare in grado di incidere su sviluppo, progressione e chemioresistenza del tumore del colon-retto. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Research
La via di segnalazione di Notch è un importante regolatore dei processi di sviluppo, proliferazione e differenziamento in diversi tessuti dell’organismo. Pertanto un suo alterato funzionamento può determinare l’insorgenza di una pletora di tumori, compreso il cancro del colon retto (CRC), tumore ad alta incidenza di mortalità nella popolazione mondiale. Recentemente, la comunità scientifica ha identificato l’esistenza di una nuova via di segnalazione mediata dal ligando Jagged1, una molecola la cui azione induce funzioni biologiche in modo indipendente dal recettore Notch, in diversi contesti tumorali. Comprendere i meccanismi molecolari che regolano questa via di segnalazione e studiarne il coinvolgimento nello sviluppo dei tumori rappresenta un punto nevralgico nello sviluppo di nuovi approcci terapeutici.
Le aree di “wilderness” dimezzano il rischio di estinzione delle specie: l’importanza della natura selvaggia per la tutela della biodiversità del mondo

Uno studio condotto da un team internazionale, coordinato da un ricercatore del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza, ha dimostrato che le aree di natura selvaggia, dove l’impatto umano è minimo o assente, giocano un ruolo fondamentale per la conservazione della biodiversità. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature
Le aree di natura selvaggia o “wilderness” - dove l’impatto umano è stato assente o minimo - sono in forte declino. L’ultimo report mostra che dal 1990 sono stati persi globalmente oltre 3 milioni di km quadrati di wilderness (paragonabile a un’area delle dimensione dell’India); oggi queste aree coprono meno del 20% delle terre emerse. Eppure fino ad oggi non era chiaro quale fosse l’impatto di tale perdita sulla biodiversità.
Un nuovo studio, coordinato da Moreno Di Marco del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza, ha evidenziato l’importanza di questi territori per la conservazione della biodiversità.
In particolare, lo studio ha dimostrato che le aree di wilderness sono di interesse critico per prevenire il rischio di estinzione di molte specie. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature.
L’analisi ha utilizzato una piattaforma innovativa per modellizzare la distribuzione della biodiversità, sviluppata dall’ente nazionale di ricerca Australiano CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation). Questo strumento è in grado di fornire stime ad alta risoluzione della probabilità di perdita di specie su scala globale. I ricercatori hanno integrato tali informazioni con la recente mappa di distribuzione delle aree di wilderness, sviluppata dall’organizzazione americana Wildlife Conservation Society (in collaborazione con l’Università del Queensland in Australia).
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