Accelerating rate of temperature rise in the Pyrenees
The impact of climate change in the Central Pyrenees has been greater since 1970, particularly in the spring and summer months. / Javier Sigró
The Iberian Peninsula is undergoing climate change, with temperatures on the rise, and mountain ranges are not exempt from this trend. A team of scientists has analysed regional climate series from the Central Pyrenees for 1910 to 2013 (the most extensive climate records to date for the area), concluding that temperatures have risen at an increasing rate since 1970, particularly in spring and summer. In the past three decades, temperatures have risen by 2.5 °C in Spain, surpassing the European average of 0.95°C. Mountain ranges such as the Pyrenees are also subject to climate variations, however climate change does not affect all regions equally, hence the need for in-depth, long-term observation of these changes. In order to analyse this climate change in the Pyrenees, a team from Rovira i Virgili University's Centre for Climate Change collected hundreds of climate series from meteorological observatories on the southern side of the Central Pyrenees and analysed the most complete and representative series from the area for the period 1910-2013.
Can animal diet mitigate greenhouse emissions?
A research of Universidad Politécnica de Madrid (UPM) and Universitat Politècnica de València (UPV) has shown that the inclusion of agroindustrial by-products in pig feed can reduce the nitrous oxide emissions (N2O) of the slurry used as manures up to 65%. The aim of this study carried out by UPM researchers with the collaboration of Institute for Animal Science and Technology of UPV was to influence the ingredients of pig diet to modify the composition of slurry used as manures and to assess the possible variations on N2O emissions. According to the results, soils amended with slurries obtained from modified diets (with orange pulp and carob) decreased N2O emissions by 65 and 47%, respectively, compared with slurries obtained through a conventional pig diet. These results show the potential of alternative strategies of animal feeding to reduce the environmental issues associated with agriculture. Nitrogen fertilizers, organic or mineral, are responsible for most of the N2O emissions from agricultural activity. This gas has a heating potential 300 times higher than CO2, this is the reason why it is essential to develop mitigation strategies. N2O emissions are mainly caused by microbiological processes known as nitrification and denitrification. When a nitrogen fertilizer is added to the soil, it increases its microbiological activity by activating both processes that at the same time they depend on factors such as such as climatic, edaphic and field management.
They Like You as You Are. Why Being Yourself at Interviews Will Earn You the Job
Ceelia Moore
The next time you approach a job interview, just relax and be yourself: if you’re good, it may be the best way to land the job. In a recent study forthcoming in the Journal of Applied Psychology, Celia Moore (Bocconi University), Sun Young Lee (University College London), Kawon Kim (The Hong Kong Polytechnic University), and Daniel Cable (London Business School), found in three different studies that high-quality candidates that strive to present themselves accurately during the interview process significantly increase the likelihood that they will receive a job offer.
While the common wisdom on job search has strongly encouraged people to present only the best aspects of themselves in order to appear more attractive to interviewers, the authors of The Advantage of Being Oneself: The Role of Applicant Self-Verification in Organizational Hiring Decisions (doi: 10.1037/apl0000223) find it is more beneficial for individuals to present who they really are, particularly when they are high-quality candidates. At the core of the research is the concept of self-verification, the desire to present oneself accurately so that others understand one as one understands oneself. To this date, self-verifying behavior was known to positively influence outcomes that unfold over time, such as the process of integration in a new organization. This paper shows, for the first time, that self-verification can have important effects in short-term interpersonal interactions as well, as in the hiring process.
Dalla flora intestinale nuovi elementi per comprendere l’autismo
Attraverso sofisticate tecniche di metagenomica e bioinformatica, ricercatori Cnr e dell’Università di Firenze hanno approfondito lo studio dell’insieme di microorganismi intestinali di soggetti affetti da autismo. La ricerca, pubblicata su ‘Microbiome’, potrà porre le basi di un intervento dietetico al fine di migliorare la qualità della vita delle persone malate riducendo i problemi intestinali comuni a molti pazienti
Possono fattori ambientali incidere sullo sviluppo dell’autismo? Il tema, da tempo oggetto di ricerche della comunità scientifica di tutto il mondo, è al centro di uno studio pubblicato sulla rivista ‘Microbiome’, firmato congiuntamente da Cnr, Università degli studi di Firenze, Fondazione ‘Edmund Mach’ di Trento e Azienda Ospedaliera Universitaria Senese. La ricerca, coordinata da Carlotta De Filippo dell’Istituto di biologia e biotecnologia agraria (Ibba-Cnr), ha preso in esame la composizione del microbiota intestinale di soggetti adulti affetti da autismo, cioè l’insieme di microrganismi che ‘vivono’ nell’intestino umano. E’ noto, infatti, che sostanze presenti nella flora intestinale sono in grado di ‘passare’ la barriera intestinale e produrre effetti sul sistema nervoso. “Abbiamo analizzato la composizione del microbiota in soggetti che soffrivano di disturbi gastrointestinali, un disagio molto frequente tra le persone affette da autismo. L’obiettivo era caratterizzare i microrganismi presenti, verificare se vi fossero delle diversità rispetto a soggetti sani, individuare eventuali marcatori. Questo tipo di studio analitico è fondamentale per capire se il microbiota intestinale ha un ruolo nello sviluppo della malattia e, in ultima analisi, comprendere l’influenza di fattori ambientali o alimentari”, spiega la ricercatrice.
"Liaison" galattica per ALMA
L'osservatorio ESO studia le relazioni tra una galassia attiva al centro del cluster Phoenix e il suo inquilino "mangia materia", fornendo nuovi elementi a sostegno della teoria per cui il buco nero e la galassia ospite evolvono di pari passo
Gli scienziati lo sospettavano da tempo: i buchi neri supermassicci evolvono di pari passo alle galassie che li ospitano e ne plasmano il destino. Gli interrogativi ora riguardano il “come” questi affascinanti oggetti interagiscano con l’ambiente circostante e condizionino la crescita delle galassie che abitano. Una risposta sta tentando di fornirla l’osservatorio ALMA – Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array – il radiointerferometro dell’ESO operante nel millimetrico e nel submillimetrico, che ha “drizzato” le antenne rivolgendo lo sguardo al cluster Phoenix, con l’obiettivo di studiare i rapporti tra la galassia attiva al centro dell’ammasso e il suo buco nero supermassiccio.
Andromeda a raggi X
L’osservatorio NuSTAR indaga sulle emissioni energetiche profuse dal cuore della galassia di Andromeda. Il reporter NASA, con l’ausilio dei telescopi Swift e Chandra, ha scoperto che si tratta di una pulsar
Uno sguardo energetico mette in luce il cuore pulsante del dirimpettaio. Nel nostro vicinato galattico, a soli 2,5 milioni di anni luce dalla Via Lattea risiede il gruppo stellare M 31 – noto come galassia a spirale di Andromeda – un oggetto celeste vicinissimo (è visibile persino ad occhio nudo dalla Terra nelle notti più buie e terse) che contiene al suo interno una straordinaria fonte di raggi X dall’origine misteriosa. Secondo un recente studio, apparso sull’Astrophysical Journal e realizzato sulla base delle informazioni raccolte da NuSTAR, il detective NASA delle alte energie, il responsabile per quelle emissioni tanto luminose in banda X è una pulsar, ribattezzata Swift J0042.6+4112.
Il calamaro gigante esiste, ecco dove
Mappa di distribuzione dell’Architheutis dux., In rosso gli areali di presenza, in giallo gli areali di assenza o non avvistamento.
I primi avvistamenti leggendari del calamaro gigante risalgono ad Aristotele, nel 500 a.c., quelli storici vanno dal 1639 nei mari della Norvegia, al 2015 in Giappone. Oggi, grazie alle nuove tecniche di archiviazione ed elaborazione dati dell’Isti-Cnr, la prima mappa del calamaro è pubblicata su Ecological Modelling e una timeline ne racconta la storia. I ricercatori hanno inoltre realizzato mappe digitali per 406 specie marine dai cetacei ai coralli, al fine di monitorare la perdita di habitat a causa dei cambiamenti climatici
La storia del calamaro gigante (genere Architeuthis) va dal Mar della Cina, alle leggende del Nord Europa fino all’Oceano Atlantico, gli avvistamenti reali, presunti e immaginari hanno popolato libri e ispirato film. Le prime notizie sulla probabile esistenza del mollusco risalgono alla ‘Storia degli animali’ di Aristotele, le ultime, arrivano dai pescatori del mar del Giappone nel 2015. Un’indagine scientifica realizzata dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘A. Faedo’ del Consiglio nazionale delle ricerche (Isti-Cnr) di Pisa ha prodotto una mappa di avvistamenti del calamaro e la prima timeline su questo gigantesco mollusco, ossia una rappresentazione cronologica della sua presenza nelle acque di tutto il mondo mediante l’utilizzo dei Big data, del Cloud computing (elaborazioni di archivi on-line) e delle Infrastrutture digitali (reti informatiche collaborative). La mappa è pubblicata sulla rivista Ecological Modelling.
Polifenoli contro il cancro? Un vantaggio da approfondire
Cellule derivate da Leucemia linfocitaria cronica trattate con quercetina e con il farmaco apoptogenico ABT-737. In verde chiaro, le cellule tumorali morte
Un team di ricercatori dell’Isa-Cnr ha indagato in modo specifico l’utilizzo di questi antiossidanti naturali nelle patologie tumorali, evidenziando in due studi i pro e i contro del loro uso e dimostrando che in alcuni casi l’effetto prescinde dall’attività antiossidante.
Le ricerche sono state pubblicate su Seminars in Cancer Biology e su Oncotarget
I polifenoli, composti naturali presenti in abbondanza in frutta e verdura spesso presentati come salutari, fanno davvero bene? Hanno cercato di rispondere al quesito i ricercatori dell’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) di Avellino con due distinti studi. Gli autori concludono che lo studio degli effetti benefici dei polifenoli nella prevenzione e nella terapia del cancro va affrontato sfruttando modelli cellulari adeguati e selezionati per la loro elevata specificità. L’efficacia va, pertanto, valutata con attenzione. Nella ricerca pubblicata su Seminars in Cancer Biology, il team dell’Isa-Cnr ha analizzato la capacità di queste sostanze di agire da antiossidanti, cioè di neutralizzare i radicali liberi responsabili dell’invecchiamento, evidenziando la differenza tra i dati ottenuti in modelli animali e cellulari, che confermano gli effetti antitumorali dei polifenoli, e i risultati degli studi clinici, spesso non chiari o addirittura negativi. “Quando consideriamo i potenziali effetti benefici dei polifenoli contro il cancro dobbiamo distinguere tra prevenzione e terapia”, spiega Gian Luigi Russo, responsabile del team di ricerca all’Isa-Cnr. “L’efficacia di un antiossidante non è la stessa nella cellula di una persona sana e in quella di un paziente affetto da tumore, a cui vengono somministrate alte dosi di antiossidanti in combinazione con radio o chemioterapia”.
Saturno all'infrarosso
Il telescopio terrestre ha osservato il pianeta con gli anelli nel medio infrarosso, svelandone una brillantezza inversa: le strutture più luminose alla luce visibile sono messe in ombra dall'anello C e dalla Divisione CassiniOcchi su Saturno nel medio infrarosso. Porta la firma dell’osservatorio terrestre Subaru il “negativo” del pianeta con gli anelli: attraverso una “vista” elettronica ad infrarossi, le misteriose e affascinanti strutture anulari aliene – composte da un numero incalcolabile di particelle di ghiaccio e polvere, disposte a cavallo dell’equatore di Saturno - sono state analizzate sotto una luce diversa.Lo studio, condotto sulla base di un reportage realizzato da Subaru nel 2008, rivela infatti un "canone di brillantezza" inverso per gli anelli: nelle immagini composte nella banda infrarossa, la Divisione Cassini e l’anello C appaiono più caldi e luminosi rispetto alle strutture A e B.
La nostra mano è una mappa dello spazio che ci circonda

L’interazione con lo spazio che ci circonda è disegnata dentro il nostro corpo. Concetti come alto e basso Concetti come alto e basso sono ancorati alle dita delle mani. Lo rivela uno studio del dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Reno (Nevada), appena pubblicato sulla rivista Cognition.
Milano, 14 giugno 2017 – Se sappiamo come muoverci nello spazio attorno a noi è anche grazie alla nostra mano nella quale si trova una mappa dello spazio intorno a noi, dove al pollice è associato il basso e all’indice l’alto.
Lo rivela lo studio Standard body-space relationships: fingers hold spatial information (doi: 10.1016/j.cognition.2017.05.014) appena pubblicato sulla rivista Cognition, realizzato da Daniele Romano e Angelo Maravita, rispettivamente assegnista di ricerca e docente di Psicobiologia e psicologia fisiologica nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Francesco Marini, ex dottore di ricerca dell’Ateneo milanese, attualmente assegnista di ricerca (post-doc) all’Università di Reno (Nevada, Stati Uniti).
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