Un pane viola a lievitazione naturale, con tre “super ingredienti” che lo rendono un prodotto in grado di coniugare gli elementi dell’innovazione e quelli della tradizione: è nato “Well-Bred”, il pane dal caratteristico colore dato dalle patate viola, ricco di antiossidanti, a prolungata conservabilità e adatto a consumatori con esigenze particolari (intolleranti al glutine, vegani, ipertesi, ecc.). Il prodotto è il frutto degli studi del gruppo di Tecnologie alimentari, in collaborazione con alcuni ricercatori di Biochimica Agraria dell’Università di Pisa, in particolare della laureanda Anna Valentina Luparelli e della dottoranda Isabella Taglieri, coordinate dalla loro professoressa Angela Zinnai. Il pane viola è stato uno dei progetti che ha partecipato alla finale del PhD+, il corso dell’Università di Pisa che insegna a pensare innovativo e a trasformare le idee in impresa.
«“Well-Bred” rappresenta un prodotto in grado di sintetizzare una serie di aspetti positivi per un alimento, quali l’elevato valore nutraceutico, le migliorate caratteristiche tecnologiche e sensoriali, nonché la maggiore sostenibilità ambientale – spiegano le ricercatrici - Il prodotto può rappresentare un modello per l’intero comparto dei prodotti da forno, che prevedrebbe la rivisitazione delle ricette sia di merende o snack, per uno spuntino nutrizionalmente bilanciato, sia di quei dolci che fanno parte a pieno titolo della grande tradizione dolciaria italiana (panettone, pandoro, colomba, schiacciata pasquale, ecc.). Abbiamo scelto il nome “Well-Bred” (cresciuto bene), giocando sull’assonanza con il termine bread (pane), per valorizzare allo stesso tempo le sue caratteristiche altamente salutari».
Una nuova terapia a base di albumina per i pazienti con cirrosi epatica

Uno studio indipendente, finanziato dall’AIFA e coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza, in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana. I risultati sono pubblicati sulla rivista The Lancet
Uno studio, coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Medicina clinica della Sapienza in collaborazione con le università di Bologna e Padova, ha dimostrato l’efficacia di una terapia innovativa basata sull’utilizzo di albumina umana su pazienti con cirrosi epatica scompensata. La ricerca è pubblicato sulla rivista internazionale The Lancet.
Il team di ricercatori ha condotto per 10 anni uno studio controllato randomizzato in 33 centri epatologici italiani su 431 pazienti affetti da cirrosi epatica in fase di scompenso ascitico.
Il gruppo di pazienti di controllo ha continuato il trattamento con terapia diuretica standard, mentre, per il gruppo sperimentale, la terapia standard è stata incrementata con una infusione endovenosa settimanale di 40 grammi di albumina umana. Lo studio si proponeva di determinare se la somministrazione a lungo termine di albumina fosse in grado di influenzare il trattamento dell’ascite, l’incidenza di complicanze e la mortalità di pazienti affetti da cirrosi scompensata.
Nel gruppo trattato con albumina è stata osservata una riduzione del rischio di mortalità a 18 mesi di circa il 40% (HR= 0.62; C.I.=0.40-0.95), oltre a una riduzione significativa dei problemi fisiologici legati all’ascite (la principale complicanza legata alla cirrosi), come la refrattarietà, l’insufficienza renale e l’encefalopatia epatica grave.
Nasce “Well-Bred”, il pane viola che fa bene alla salute

Il prodotto, sviluppato all’Università di Pisa, è a lievitazione naturale, ricco di antiossidanti e a prolungata conservabilità
Allarme medici Firs: "Sigarette elettroniche non sono innocue"

Il Forum of International Respiratory Societies raccomanda infatti: 1. Per proteggere i giovani, i sistemi elettronici di somministrazione di nicotina dovrebbero essere considerati prodotti del tabacco e regolati come tali. Il potere di dipendenza della nicotina e dei suoi effetti avversi nei giovani non dovrebbe essere sottovalutato. Tutte le forme di promozione devono essere regolate.
Individuate le alterazioni delle connessioni cerebrali tipiche dei disturbi dello spettro autistico

La ricerca tutta italiana e finanziata con fondi statunitensi è stata sviluppata dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dall’Università di Pisa
Un innovativo approccio di ricerca sviluppato all’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dall’Università di Pisa potrà aiutare a capire come alterazioni genetiche compromettono la regolare funzione del cervello, aprendo nuove frontiere nella comprensione delle cause dei disturbi dello spettro autistico.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Brain, è stato condotto dal team di ricercatori guidato da Alessandro Gozzi dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Rovereto e dal professore Massimo Pasqualetti del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa in collaborazione con cinque altri gruppi di ricerca distribuiti sul territorio nazionale. La ricerca, interamente italiana, è stata finanziata dalla fondazione statunitense Simons Foundation for Autism Research Initiative (www.sfari.org), un ente che seleziona e premia le ricerche più innovative nel campo dell’autismo a livello mondiale.
“Sebbene sia noto che l’autismo sia altamente ereditario, - spiega Alessandro Gozzi, coordinatore del team di ricerca e ricercatore all’IIT - il ruolo che i geni hanno nel determinare questa sindrome non è ancora chiaro. Questo studio rappresenta un’importante dimostrazione di come specifiche alterazioni del DNA possano compromettere le connessioni cerebrali e la regolare funzione del cervello, causando una delle forme più diffuse di autismo.”
Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, una tecnica di neuroimmagine totalmente non invasiva che permette di ricostruire digitalmente il cervello dei pazienti in tre dimensioni, i ricercatori IIT hanno analizzato le scansioni cerebrali di 30 bambini affetti da disturbi dello spettro autistico, tutti portatori della stessa mutazione genetica conosciuta con il termine scientifico di “delezione 16p11.2”. L’analisi di questi segnali ha permesso di scoprire che la corteccia prefrontale nei bambini portatori della mutazione oggetto di studio, rimane isolata e non riesce a comunicare efficacemente con il resto del cervello, generando sintomi specifici dell’autismo, come un ridotto interesse ad instaurare relazioni sociali e problemi nella comunicazione.
Research network explores innovative ways to shed new light on drinking and eating habits in the Roman world

- Research draws on datasets from sites such as Pompeii, well-preserved military sites such as Vindolanda and other urban sites including London and Colchester in the UK
- Studies investigate social behaviour associated with how food and drink was consumed in the Roman world
- New models are designed for investigating artefact assemblages that have, to date, been too large to investigate for understanding social behaviour
Eating and drinking are core activities around which interactions within and between households and communities are structured.
Current knowledge of everyday consumption practices for the majority living in the Roman Empire remains uneven, however, and little is known about how, where and with whom most people ate their meals, or what aspects of this social practice might have conveyed a universal sense of shared behaviour.
The 'Big Data on the Roman Table' (BDRT) research network, which is led by Professor Penelope Allison from the University of Leicester’s School of Archaeology and Ancient History and Professor Martin Pitts from the University of Exeter, has explored theoretical and technological approaches to analysing the large amount of available artefactual data from the Roman world, so that social behaviour associated with food-consumption practices can indeed be investigated.
Il cervello femminile è uno scudo contro l’autismo

Il cervello delle donne è più bravo a riconoscere il linguaggio del corpo. Anche senza vedere le espressioni facciali. Lo studio, pubblicato sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience, intitolato “How face blurring affects body language processing of static gestures in women and men” (10.1093/scan/nsy033), potrebbe contribuire a spiegare la minore incidenza dell’autismo tra le donne (il rapporto con la popolazione maschile è di 1:4/5). I ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, coordinati da Alice Mado Proverbio, docente di Neuroscienze cognitive dei processi sociali ed affettivi, hanno analizzato come una codifica insufficiente del volto interferisca nella comprensione della gestualità e hanno dimostrato che le donne sono più resistenti alla mancanza di informazioni sul viso e comprendono meglio il linguaggio del corpo.
I ricercatori del Bicocca ERPlab hanno mostrato 800 fotografie ritraenti 6 diversi attori e attrici nell’atto di comunicare attraverso gesti simbolici familiari di vario tipo: deittici (l’indicazione di una direzione), iconici (il dito picchia sul polso opposto ad indicare che il tempo passa su un orologio immaginario) o emblematici (indice e medio formano una V a indicare ‘pace’). In metà delle foto l’espressione facciale dell’attore era stata oscurata (Foto 1).
Nascondendo le immagini delle informazioni facciali, i ricercatori hanno simulato la mancanza di input che si osserva in pazienti con disturbo dello spettro autistico (ASD), che tipicamente evitano di fissare gli occhi e di guardare in faccia le persone, probabilmente per evitare di sovreccitare l’amigdala (il centro della paura). L’esperimento consisteva nello stabilire se l’immagine mostrata era correttamente associata al significato del gesto (ad esempio “Brrr, che freddo!” nella foto n°1): metà delle volte non lo era (foto n°2).
Al Fatebenefratelli acceleratore ultima generazione per radioterapia
Al Fatebenefratelli all'Isola Tiberina e' operativo il nuovissimo acceleratore lineare per la Radioterapia "TrueBeam Varian", un macchinario di altissima precisione e velocita', che consentira' di ridurre notevolmente il tempo di esposizione alle radiazioni. Si passera' infatti dai 15-20 minuti attuali a 1 o 2, permettendo cosi' di effettuare anche trattamenti complessi in un massimo di 15 minuti contro i 30 attuali, migliorando drasticamente non solo il comfort del paziente, ma anche la sicurezza e l'accuratezza del trattamento. Insieme al macchinario "gemello", che arrivera' in Reparto ai primi di agosto, si potranno trattare a dovere e con estrema precisione oltre 80 pazienti al giorno, permettendo cosi' all'Unita' di Radioterapia del Fatebenefratelli all'Isola Tiberina di non avere liste di attesa e aprirsi alle necessita' di cura di tutto il Lazio. Inoltre, una navetta gratuita colleghera' a breve l'Ospedale con le stazioni FS e della Metro B di Piazzale Ostiense. Il nuovo acceleratore- appena giunto in Ospedale- e' il piu' completo fra tutti quelli presenti nelle altre strutture di Roma. Permettera' trattamenti di radiochirurgia, radioterapia guidata da immagini, trattamenti con controllo della respirazione. Grazie ad una Tac "on board" e' possibile verificare al millimetro la corretta posizione del paziente, visualizzare la neoplasia e colpire il bersaglio in maniera ancora piu' mirata, permettendo cosi' di preservare gli organi circostanti e di aumentare la percentuale di successo dei trattamenti.
Invertebrati cambiano dimensioni a causa del riscaldamento globale

Uno studio internazionale, al quale hanno partecipato l’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Cnr e l’Università di Torino, dimostra che le dimensioni corporee degli animali invertebrati in futuro varieranno a causa del cambiamento climatico e dell’urbanizzazione. La scoperta, pubblicata su Nature, fornisce indicazioni per una pianificazione accurata delle aree verdi urbane che possa mitigare l’effetto del riscaldamento globale sulle comunità animali
Insetti, ragni e crostacei in un prossimo futuro andranno incontro a variazioni delle loro misure corporee a causa del riscaldamento globale, a seconda che si trovino in città, in aree naturali o in zone frammentate e questo avrà conseguenze per le specie che di essi si nutrono. A sostenerlo, uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature a cui hanno preso parte l’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ise) e il Dipartimento di scienze della vita e biologia dei sistemi (Dbios) dell’Università di Torino. La ricerca, svolta in Belgio e finanziata dal governo belga, ha preso in considerazione dieci gruppi di invertebrati in habitat terrestri e acquatici con temperature diverse a seconda del livello di urbanizzazione, più calde in città, a temperature intermedie in habitat agricoli, e meno calde in habitat naturali.
“I risultati mostrano che in generale le comunità animali sono costituite da specie progressivamente sempre più piccole all’aumentare della temperatura”, spiega Elena Piano dell’Università di Torino. “Una temperatura ambientale più elevata, come quella che si trova in città, aumenta i tassi metabolici e le specie più piccole si riscaldano prima di quelle più grandi, raggiungendo le temperature corporee adatte alle loro attività: questo è vero soprattutto per gli animali invertebrati, la cui dimensione corporea è quindi legata all’intero ecosistema”.
Gli ultimi tesori verdi d’Europa
La mappa/cartografia delle ultime foreste selvagge d’Europa è stata realizzata da un team di ricerca internazionale con la collaborazione del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza. Le aree vergini, sebbene molto rare, piccole e situate in zone remote, costituiscono un patrimonio naturale insostituibile in termini di valore ecologico e di conservazione. Lo studio è pubblicato sulla rivista Diversity&Distributions
Agricoltura e selvicoltura hanno trasformato gran parte del paesaggio forestale europeo, ma esistono ancora luoghi veramente incontaminati. A dimostrarlo uno studio sostenuto dal progetto europeo Horizon 2020 e coordinato dall’Università di Humboldt di Berlino in collaborazione con 29 istituzioni di ricerca, incluso il Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza.
Il team di ricerca internazionale ha creato una cartografia, la più completa e dettagliata mai realizzata finora, delle foreste primarie ancora presenti in Europa, identificandole in più di 1,4 milioni di ettari in 34 Paesi europei.
Indagine Simit nelle scuole: "Hiv e Aids quasi sconosciuti per 17enni"

Da un'indagine attuata negli ultimi cinque anni scolastici su 12.685 studenti emergono importanti limiti nelle conoscenze sulle modalita' di trasmissione del virus e di protezione individuale soprattutto negli istituti tecnici e nelle scuole professionali. Persiste, per quanto in calo (nei maschi dall'11 al 5.5% in cinque anni) una significativa percentuale di studenti che dichiarano di non aver mai sentito parlare di Hiv/Aids. Significativamente piu' a rischio di non disporre di alcuna informazione sono i ragazzi con uno o entrambi i genitori stranieri. Scuola e televisione, ma molto meno famiglia, internet o amici identificati come fonti di informazione. In incremento da un anno all'altro le conoscenze nelle scuole oggetto di interventi ripetuti, probabile effetto di un 'contagio positivo delle informazioni' attraverso un'educazione tra pari. In calo l'autostima, soprattutto tra le ragazze.
I LICEALI UN PO' MEGLIO, IN DIFFICOLTA' I FIGLI DI GENITORI STRANIERI
Un'indagine promossa dall'Associazione Nazionale per la Lotta contro l'Aids (Anlaids) ha permesso di analizzare 12685 questionari anonimi somministrati prima di un intervento formativo in 67 Istituti Scolastici pubblici in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna (39% licei, 54% istituti tecnici, 7% istituti professionali), prevalentemente concentrati nelle aree metropolitane di Milano e di Roma. In 30 Istituti e' stato possibile disporre di dati riguardanti interventi effettuati consecutivamente sulle classi terze di anni successivi. L'eta' media dei ragazzi che hanno compilato il questionario era di 17 anni; 6473 (51%) erano di sesso femminile. I ragazzi che dichiaravano di non aver mai sentito parlare di Hiv/Aids prima dell'intervento in corso raggiungeva l'8% (l'11% nei maschi) nel 2013-2014, per poi scendere significativamente negli anni successivi (3,1% nelle femmine e 5,5% nei maschi nel 2017-2018). IGNORANZA, DISINFORMAZIONE, SCARSA COMUNICAZIONE NELLA SCUOLA MULTICULTURALE - Tra i fattori di rischio indipendentemente associati alla totale ignoranza del problema il sesso maschile, l'essere studenti di scuole professionali o di istituti tecnici rispetto ai liceali, avere uno o entrambi i genitori stranieri. "In una scuola che accoglie sempre piu' ragazzi provenienti da altre culture, anche gli interventi di prevenzione e di educazione alla salute devono tenere conto dei diversi percorsi individuali dei ragazzi- commenta il Professor Massimo Galli, Presidente Simit, che e' responsabile scientifico del Progetto Scuola di Anlaids fin dalla sua costituzione- Non deve poi stupire che il diradarsi degli interventi di prevenzione negli ultimi anni abbia generato sacche di totale non conoscenza del problema, specie nelle fasce piu' svantaggiate degli studenti. Va poi ricordato che l'indagine e' stata attuata prevalentemente in scuole di aree metropolitane e in cui spesso gli interventi formativi sono stati ripetuti per piu' anni consecutivi, facilitando la comunicazione tra pari. È quindi possibile che la totale ignoranza del problema tra i ragazzi sia fenomeno anche piu' diffuso di quanto emerga da questi dati". Come fonte di informazione su Hiv/Aids, la scuola viene citata dal 67,5% dei ragazzi. La televisione e' al secondo posto (62,7%), la famiglia solo al terzo (indicata solo dal 37%). Al quarto posto viene internet (34,8%), seguita dai giornali (22,1%). Gli amici sono solo all'ultimo posto (15,6%) con un trend decrescente nel tempo. Scuola ed internet vengono riconosciute come fonte d'informazione con un trend crescente nel tempo. Non cosi' la famiglia, che pero' e' considerata come fonte d'informazione piu' dalle femmine che dai maschi, mentre i maschi fanno riferimento ad amici, giornali e internet piu' delle femmine. "L'impressione- commenta il prof Galli- e' che i ragazzi considerino l'argomento come un tema scolastico, estraneo al loro vissuto e tale da meritare un approfondimento in internet o un confronto con gli amici solo per una minoranza. Il dato ribalta completamente i risultati ottenuti in un campione analogo in Milano negli anni tra il '98-'99 e il 2000-2001, in cui gli amici e in minor misura la famiglia occupavano i primi posti come fonti d'informazione e ambiti di confronto. La caduta di attenzione rispetto al problema emerge soprattutto sul dato riferito alla famiglia, che e' costante negli ultimi anni".
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