L'antivirale verrà testato su 30 soggetti. La ricerca è sostenuta da molte associazioni europee di pazienti.

E' cominciato in questi giorni, presso il Polo veneto dell'IRCCS Medea, uno studio clinico per testare sicurezza ed efficacia del trattamento con Etravirina in pazienti con Atassia di Friedreich, una malattia genetica rara nella cui patogenesi è implicata la deficienza di una proteina, la fratassina.

Il farmaco antivirale - approvato per il trattamento dell'infezione da HIV - ha dimostrato di essere in grado di aumentare la concentrazione di fratassina in modelli animali e cellulari di atassia di Friedreich. Questo studio randomizzato in aperto, il primo sull'uomo con questa patologia e questo farmaco, testerà due concentrazioni, registrando la sicurezza e la capacità di modificare parametri funzionali oggettivi (consumo massimale di ossigeno in prova da sforzo), clinici (punteggi a scale funzionali) e di laboratorio (livelli di RNA della fratassina).


Una delle patologie più frequenti nelle donne in età fertile è l’endometriosi: secondo le stime ne soffrono, solo in Italia, almeno 3 milioni, circa il 10-15% (Ministero della Salute). Si tratta di una patologia ginecologica benigna, ancora poco conosciuta, causata dalla presenza di endometrio, mucosa normalmente presente nella cavità uterina, all’esterno dell’utero. “Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d'età più basse. Le pazienti affette da endometriosi possono avere maggior difficoltà ad ottenere una gravidanza tuttavia endometriosi non è sinonimo di infertilità: circa il 70% delle pazienti riesce comunque a concepire”, spiega la Dott.ssa Claudia Filidi, specialista in Ginecologia e Ostetricia e Responsabile di Branca presso i Poliambulatori Specialistici San Raffaele Termini e Tuscolana.

 

Un team di ricerca multidisciplinare formato da esperti di tutto il mondo, fra i quali Valeria Raparelli del Dipartimento di Medicina sperimentale, ha dimostrato una associazione tra la disuguaglianza di genere e il rischio di esposizione all'infezione da Coronavirus. I risultati dello studio, pubblicati su Canadian Medical Association Journal, evidenziano la necessità di sviluppare interventi mirati nei diversi paesi per contrastare la pandemia.


È noto che i fattori biologici legati al sesso e quelli psico-socio-culturali, riconducibili al genere di un individuo (cosiddetto “gender”) possono influenzare il rischio di sviluppare malattie infettive e la loro prognosi. La pandemia da COVID-19 non sembra fare eccezione.

Proprio alla migliore comprensione di tale associazione ha lavorato un team multidisciplinare formato da esperti di medicina di genere, epidemiologi, sociologi, informatici, biostatistici, medici e infermieri, provenienti da Canada, Austria, Svezia, Spagna e Italia, fra i quali Valeria Raparelli del Dipartimento di Medicina sperimentale della Sapienza.

Nel lavoro pubblicato sulla rivista Canadian Medical Association Journal (CMAJ), i ricercatori hanno utilizzato dati provenienti da 33 diversi paesi per indagare l’influenza del sesso biologico e dei fattori genere-correlati sul numero di casi e di morti per COVID-19, giungendo a dimostrare come le norme e i modelli sociali, culturali ed economici all'interno di un paese possano influenzare il rischio di esposizione all'infezione e l'opportunità di ricevere i test diagnostici.


Sperimentato con successo su un gruppo di bambini e ragazzi con HIV, dovrà essere testato anche su altri pazienti immunodepressi. Lo studio pubblicato su Frontiers in Immunology.
Un nuovo test del sangue predice l’efficacia del vaccino antinfluenzale sui bambini immunodepressi affetti da HIV. È stato messo a punto dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in collaborazione con la University of Miami e BioStat Solutions, con un metodo innovativo che combina lo stimolo in vitro del sangue, l’analisi dell’espressione genica dei linfociti e l’intelligenza artificiale. I risultati dello studio, appena pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Immunology, hanno un’importante ricaduta clinica: per i bambini immunodepressi essere protetti dal virus dell’influenza è fondamentale; sapere in anticipo se il vaccino funzionerà o meno consentirà di programmare percorsi vaccinali personalizzati ed efficaci nel tempo, con l’aggiunta di adiuvanti o con un maggior numero di richiami.


LO STUDIO
Dal prelievo all’espressione genica. Lo studio del Bambino Gesù, durato due anni, ha coinvolto 23 pazienti dell’Ospedale affetti da HIV, con un sistema immunitario compromesso dalla malattia e quindi particolarmente vulnerabili ai rischi dell’influenza. Per arrivare al test predittivo i ricercatori hanno ideato un metodo chiamato In VItro Gene Expression Testing (IVIGET): dopo aver prelevato una piccola quantità di sangue da ciascun bambino (3 ml), ne hanno stimolato una parte in vitro con il vaccino antinfluenzale. Dai campioni di sangue sono stati poi “estratti” i linfociti maggiormente implicati nella risposta immunitaria e ne è stata analizzata l’espressione genica, ovvero il modo in cui si “comportano” i geni prima e dopo la stimolazione in vitro.
L’intelligenza artificiale. I dati ottenuti durante la fase di laboratorio, eseguita al Bambino Gesù con la collaborazione dei ricercatori della University of Miami, sono stati trasferiti ai biostatistici e bioinformatici della società americana BioStat Solutions che, processando le informazioni con un complesso algoritmo, hanno stilato una classifica dei geni in base alla loro capacità di “segnalare” la risposta immunitaria al vaccino (importance ranking), hanno assegnato a ciascuno di questi un punteggio (prediction score) e hanno calcolato il coefficiente di predittività, ovvero il valore numerico che misura la probabilità di efficacia del vaccino.


IL TEST PREDITTIVO
L’applicazione del coefficiente di predittività ai bambini coinvolti nello studio si è rivelata attendibile al 96%: la previsione di efficacia del vaccino è risultata esatta in 22 pazienti su 23. Ora il nuovo test dovrà essere validato con una sperimentazione su una coorte più ampia di bambini immunodepressi, cioè con una ridotta risposta immunologica alle vaccinazioni. Un obiettivo ulteriore dei ricercatori è quello di semplificare la procedura nella fase di laboratorio. Se oggi sono circa 100 i geni analizzati per ogni tipo di linfocita selezionato (10 sottopopolazioni linfocitarie), si punta a ridurre sensibilmente questi numeri per rendere il test più rapido, economico e fruibile su larga scala. «Sapere in anticipo se un vaccino sarà efficace o meno è molto importante sul piano clinico: è una informazione che ci consentirà di personalizzare il piano vaccinale del singolo paziente» spiega il dott. Nicola Cotugno della struttura complessa di Immunologia clinica e Vaccinologia del Bambino Gesù diretta dal dott. Paolo Palma. «Nei casi in cui avremo di fronte un bambino che sappiamo non risponderà al vaccino, potremo programmare l’aggiunta di adiuvanti, sostanze che potenziano la risposta del sistema immunitario, oppure un maggior numero di richiami. Il prossimo passo è la validazione del test su una coorte più ampia di bambini immunodepressi e, in futuro, la sperimentazione del nostro sistema predittivo su altri tipi di vaccino e altre categorie di persone vulnerabili come i bambini trapiantati, gli allergici,le donne in gravidanza e gli anziani».

Immagine del neurone umano ritrovato a Pompei

 


Lo studio dei ricercatori della Federico II, del Cnr, del CEINGE-Biotecnologie Avanzate, delle Università Roma Tre e Statale di Milano è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One

Un nuovo studio pubblicato da Plos One, autorevole rivista scientifica americana, rivela l'eccezionale scoperta di neuroni umani da una vittima dell'eruzione che nel 79 d.C. seppellì Ercolano, Pompei e l'intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano.

Lo studio è stato eseguito dal team di ricerca coordinato dall'antropologo forense Pier Paolo Petrone - responsabile del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense presso la sezione dipartimentale di Medicina Legale dell'Università di Napoli Federico II - di cui fanno parte il professor Massimo Niola (ordinario e direttore della U.O.C. di Medicina Legale della Federico II di Napoli), il professor Giuseppe Castaldo (Principal investigator del CEINGE e ordinario di Scienze Tecniche di Medicina di Laboratorio nell'Università Federico II) e il professor Guido Giordano (ordinario di Vulcanologia dell'Università Roma Tre), in collaborazione con Francesco Sirano, Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Maria Giuseppina Miano, neurogenetista presso l'Istituto di Genetica e Biofisica "Adriano Buzzati-Traverso" del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli e altri ricercatori dei suddetti centri di ricerca nazionali e dell'Università Statale di Milano.



La pratica meditativa come terapia per i disturbi comportamentali. Pubblicati su una rivista scientifica internazionale i risultati di uno studio dell’Ospedale della Santa Sede in collaborazione con l’Università di Udine. 
Una migliore capacità di attenzione e concentrazione nei bambini con Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) grazie alla mindfulness, una forma di meditazione orientata alla consapevolezza di sé. E’ il risultato dello studio condotto dal gruppo di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù, guidato dal prof. Stefano Vicari, pubblicato in questi giorni sull’International Journal of Environmental Research and Public Health.


LA MEDITAZIONE MINDFULNESS
La meditazione mindfulness consiste in un insieme di procedure utili per “allenare” e sviluppare la consapevolezza durante la pratica meditativa con lo scopo di estenderla a ogni aspetto della vita. Negli ultimi quindici anni queste procedure sono state rivolte progressivamente anche a bambini e adolescenti nei contesti educativi, scolastici e riabilitativi. L’effetto riscontrato in età evolutiva è l’aumento progressivo della consapevolezza di ciò che accade intorno che facilita la concentrazione del bambino sul momento presente. I ricercatori del Bambino Gesù si sono posti l’obiettivo di verificare se questo tipo di meditazione potesse aiutare a migliorare l’attenzione e a favorire l’autocontrollo dei bambini con ADHD che subiscono persistenti aspetti di disattenzione, impulsività e iperattività, oltre che difficoltà nella gestione delle proprie emozioni.


Il Metotrexato è in grado di inibire la duplicazione del Sars-CoV-2 – il virus che causa la sindrome respiratoria Covid-19 – ed ha il potenziale di limitarne gli effetti, se utilizzato sui pazienti ai primi sintomi o che hanno sviluppato sintomi lievi della malattia.

La scoperta – per ora a livello di laboratorio ma destinata alla sperimentazione clinica – è stata fatta da ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Università di Brescia ed è descritta nell’articolo “Methotrexate inhibits Sars-CoV-2 virus replication “in vitro” appena pubblicato sul Journal of Medical Virology (DOI:http://dx.doi.org/10.1002/jmv.26512)

La ricerca è partita da un approccio sistemico, che ha focalizzato una funzione virale, però connessa al metabolismo della cellula ospite. Come tutti i virus, il Sars-CoV-2 per replicarsi ha bisogno di fare tante copie delle due parti di cui è costituito: l’RNA – l’acido ribonucleico, ovvero il corredo genetico – e la parte proteica (esterna). Per replicare il suo RNA, il virus deve utilizzare nucleotidi, metaforicamente dei “mattoncini da costruzione” che però devono venir forniti dalla cellula umana che lo ospita.


L’estate è appena terminata lasciando spazio all’autunno, l’arrivo della nuova stagione però non lascia scampo ai pazienti allergici: pollini, acari e muffe possono infatti scatenare allergie autunnali. È importante imparare a riconoscerle e a distinguere i sintomi da un comune raffreddore, soprattutto grazie all’aiuto di uno specialista. Facciamo il punto sui principali allergeni e su come difendersi correttamente insieme alla Dott.ssa Cristiana Alonzi, Allergologa e Responsabile di Branca presso i Poliambulatori San Raffaele Termini e Tuscolana.

 

Qual è l’identikit di un allergico?

“Nessun sintomo è specifico di allergia tuttavia alcuni, soprattutto se si ripetono possono essere molto ‘sospetti’. Naso gocciolante, starnuti, tosse secca stizzosa e lacrimazione degli occhi possono essere campanelli d’allarme”.

 

Quali sono i principali allergeni respiratori durante il periodo autunnale?

“Nel periodo autunnale abbiamo sia allergeni esterni (outdoor) legati alla pollinazione di alcune graminacee, della parietaria e di piante tipicamente autunnali, come l’artemisia e l’ambrosia (inizialmente presenti nel nord Italia, ormai largamente diffuse anche in Italia centrale), sia allergie degli ambienti interni (indoor). Questi ultimi infatti rispetto al periodo estivo sono meno arieggiati, di conseguenza aumenta l’umidità e con essa la concentrazione degli acari della polvere e delle muffe”.


Il progetto di Maria Teresa Fiorenza del Dipartimento di Medicina e psicologia è fra le 4 proposte finanziate dalla Fondazione per complessivi 200mila euro con lo scopo di utilizzare le conoscenze sulle malattie genetiche rare per fronteggiare l’infezione da SARS-CoV-2.


Il progetto di Maria Teresa Fiorenza del Dipartimento di Medicina e psicologia è fra le 4 proposte finanziate dalla Fondazione Telethon con l’obiettivo di utilizzare le conoscenze sulle malattie genetiche rare per comprendere aspetti ancora non noti dell’infezione da SARS-CoV-2.

Le 114 proposte inviate al bando Telethon “Malattie genetiche rare e Covid-19” sono state rigorosamente valutate da una commissione scientifica istituita ad hoc che ne ha selezionate 4, prevedendo un finanziamento complessivo di 200 mila euro.



La ricerca è stata coordinata dalla Neonatologia universitaria dell'ospedale Sant'Anna della Città della Salute di Torino e dal Laboratorio universitario di Virologia Molecolare del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell'Università di Torino.

 

Una madre COVID positiva può trasmettere il virus durante l’allattamento? Questo interrogativo si è diffuso rapidamente in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia. Le informazioni su questo tema, di grande impatto sulla salute dei neonati e sul loro futuro, sono ad oggi molto scarse. Alcuni Paesi, quali la Cina, hanno dato indicazione in caso di positività materna, alla somministrazione di latte in formula, sospendendo l’allattamento al seno.

Sono stati appena pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Frontiers in Pediatrics i risultati di una ricerca multicentrica tutta italiana su questo tema. Si tratta dello studio con la casistica più numerosa finora condotto in Europa e l’unico in cui la ricerca del virus nel latte è stata abbinata alla valutazione clinica dei neonati nel durante l’allattamento: i risultati saranno presentati in anteprima venerdì 2 ottobre al Meeting della European Milk Bank Association. Sono stati analizzati i campioni di latte di 14 mamme positive al virus dopo il parto, controllando i loro neonati nel primo mese di vita.

 

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