La iena gigante che non ha resistito ai cambiamenti climatici

Pachycrocuta brevirostris, la iena gigante dal muso corto diffusa nel Vecchio Mondo durante il Pleistocene, si è estinta in Europa circa 800 mila anni fa a seguito di cambiamenti climatici e ambientali e non a causa della competizione con altre specie che si diffusero nello stesso periodo. A svelarlo un nuovo studio del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews.
Un super-predatore un tempo popolava Europa, Asia e Africa, la iena gigante dal muso corto Pachycrocuta brevirostris. Con un peso probabilmente superiore ai 100 chilogrammi, fu la iena più grande mai esistita. Diffusasi in Europa circa due milioni di anni fa, fu uno dei predatori più temibili che si trovarono ad affrontare le prime popolazioni di ominini avventuratesi fuori dall’Africa; sebbene il ruolo diretto delle iene come concorrenti ecologici degli ominini del Pleistocene venga spesso enfatizzato, esse erano comunque una componente unica della fauna incontrata da queste popolazioni.
Tumori della pelle: nuova luce sui processi molecolari

Un gruppo di ricerca del Cnr-Igm di Pavia, in collaborazione con l’Università di Siena e con centri di ricerca internazionali, ha recentemente scoperto un nuovo evento molecolare coinvolto nello sviluppo dei tumori cutanei e identificato alterazioni associate alla fotosensibilità. I risultati dello studio sostenuto da Fondazione AIRC sono stati pubblicati rispettivamente sulle riviste PNAS e Nucleic Acids Research.
I raggi UV, ovvero la componente ultravioletta della luce solare, colpiscono le cellule della pelle causando modifiche nella struttura del DNA che, se non riparate, incrementano l’insorgenza di mutazioni genetiche. Poiché l’accumulo di mutazioni contribuisce allo sviluppo di tumori, proteggersi dalla luce UV è fondamentale per prevenire i tumori cutanei. Nelle cellule umane, il NER (dall’inglese, nucleotide excision repair) è l’unico meccanismo molecolare noto in grado di riparare le lesioni al DNA causate dalla luce UV.
Lo sguardo degli altri ai tempi del lockdown

Che impatto ha avuto il lockdown sui processi cognitivi alla base delle interazioni sociali? La ricerca dell’Università di Padova Increased gaze cueing of attention during COVID-19 lockdown ha evidenziato come, durante il lockdown del 2020, le persone fossero più sensibili a seguire la direzione dello sguardo altrui.
Il famoso detto “gli occhi sono lo specchio dell’anima” trova riscontro anche a livello scientifico. Da anni, la psicologia sperimentale si interroga sulle possibili influenze che lo sguardo appartenente alle altre persone può esercitare su numerosi meccanismi cognitivi in un osservatore.
Tra i più studiati vi è la capacità della direzione dello sguardo altrui di orientare le risorse attentive. Per comprendere meglio questo fenomeno immaginiamo il seguente scenario: stiamo passeggiando in città e, improvvisamente, notiamo una persona intenta a osservare qualcosa sopra di lei. La nostra reazione più istintiva è quella di volgere il nostro sguardo verso la medesima direzione, per comprendere cosa abbia catturato l’attenzione del passante. Questo comportamento, noto come “orientamento attentivo mediato dallo sguardo altrui” – in inglese, gaze cueing –, è un importante meccanismo che ci permette di interagire efficacemente con i nostri simili e con l’ambiente circostante.
Stop deforestazione al 2030

Oltre 100 paesi alla COP26, fra cui Brasile e Cina, si impegnano ad arrestare e invertire la perdita di foreste e il degrado del territorio entro il 2030, promuovendo uno sviluppo sostenibile e una trasformazione rurale inclusiva.
Da Glasgow una buona notizia sulle foreste e sull’uso del suolo: oltre 100 capi di Stato oggi alla COP26 sul Clima hanno firmato la Dichiarazione dei leader di Glasgow sulle foreste e l’uso del suolo e il WWF incoraggia l’attuazione urgente di questo importante impegno. La Dichiarazione si impegna ad arrestare e invertire la perdita di foreste e il degrado del territorio entro il 2030 e prevede di impiegare 12 miliardi di dollari di fondi pubblici per proteggere e ripristinare le foreste, insieme a 7,2 miliardi di dollari di investimenti privati. La Dichiarazione, inoltre, è ben allineata con l’impegno di molti di questi governi di invertire la perdita di biodiversità entro il 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvando il Leaders’ Pledge for Nature.
L'idrogel che supporta la crescita di cellule tumorali a lungo termine

Sviluppato un gel ad elevato contenuto di acqua, in grado di supportare la crescita a lungo termine di microtessuti del tumore colon-rettale. Lo studio, condotto dall’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Lecce in collaborazione con l’Università di Maastricht, ha portato alla realizzazione di un modello tumorale in vitro che consentirà di muovere passi significativi verso la comprensione della complessità del tumore e lo sviluppo di trattamenti specifici per il paziente. La ricerca è stata pubblicata su Carbohydrate Polymers.
Un team di ricercatori dell’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec) di Lecce, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Maastricht, ha condotto una ricerca che ha portato allo sviluppo di un gel ad elevato contenuto di acqua, quindi altamente biomimetico, in grado di cambiare il suo stato fisico grazie all’aumento della temperatura dell’ambiente in cui si trova e che consente di studiare la crescita e lo sviluppo di tessuti tumorali in vitro con possibili applicazioni nel campo della sperimentazione dei farmaci e della medicina personalizzata.
In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come ottenere, attraverso la combinazione di due polimeri di origine naturale: il chitosano (proveniente dall’esoscheletro del gambero) e la pectina (un componente della mela), un gel che si presenta in forma di soluzione a temperatura ambiente e che passa allo stato di gel aumentando con l’aumentare della temperatura al valore fisiologico di 37 gradi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Carbohydrate Polymers del gruppo Elsevier.
Il buco dell’ozono influenza il ghiaccio dell’Antartide

Non solo salute umana ed ecosistemi terrestri e marini. Il buco dell’ozono influisce anche sui processi chimici ambientali del Polo Sud. A dimostrarlo un team di ricerca internazionale coordinato dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp) e dell’Università Ca’ Foscari Venezia che ha studiato per la prima volta le conseguenze della riduzione dell’ozono sullo iodio intrappolato nel ghiaccio antartico.
I risultati dello studio, al quale hanno preso parte anche ricercatori del Paul Scherrer Institut (PSI, Svizzera), Istitute for Interdisciplinary Science (Icb-Conicet, Argentina), Institute of Physical Chemistry Rocasolano (Csic, Spagna), Korea Polar Research Institut (Corea del Sud), National Center for Atmospheric Research (Stati Uniti) e Università di Roma 3, sono pubblicati sulla rivista Nature Communications.
In Antartide, dove il ghiaccio racchiude preziose informazioni sul passato dell’atmosfera del nostro pianeta, i ricercatori hanno estratto una carota di ghiaccio di circa 12 metri di lunghezza nei pressi della stazione di ricerca internazionale Concordia con l’obiettivo di analizzare chimicamente l’evoluzione temporale dello iodio in un periodo di circa 200 anni (dal 1800 al 2012).
Le caratteristiche metaboliche di ogni individuo dipendono dalla comunità in cui è inserito

Uno studio dell’Università di Pisa, in collaborazione con Università di Padova e EPFL (Svizzera), riscrive una delle leggi fondamentali della biologia, la legge di Kleiber.
Uno studio pubblicato di recente sulla rivista PNAS consente un avanzamento deciso negli studi sul metabolismo degli esseri viventi, con ricadute importantissime in campi che vanno dalla medicina personalizzata fino alla gestione delle risorse di un dato ambiente per il sostegno alimentare dei suoi abitanti, un tema che da anni sta occupando istituzioni nazionali e internazionali per l’obiettivo “fame zero” dell’Agenda 2030.
Il team di ricerca della professoressa Arti Ahluwalia, docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e direttrice del Centro di Ricerca “E. Piaggio” dell’Ateneo pisano, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Padova e di EPFL (la Scuola politecnica federale di Losanna), ha dimostrato che la legge di Kleiber, una delle leggi fondamentali più note delle biologia, non è assoluta, ma varia a seconda di come è composta la popolazione di individui che prendiamo in considerazione.
Individuata una specifica forma di autismo caratterizzata da “neuroni con troppe sinapsi”

Lo studio dei ricercatori dell’Ateneo e dell’IIT di Rovereto su Nature Communications
Lo spettro autistico è caratterizzato da una forte eterogeneità, con sintomi e disfunzioni a livello neurologico di diversa gravità e impatto. Ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dell’Università di Pisa, hanno individuato una forma di autismo causata da una specifica alterazione neuronale: la presenza di un eccessivo numero di sinapsi nella corteccia cerebrale. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Communications, potrà guidare lo sviluppo di futuri trattamenti farmacologici mirati a ripristinare queste alterazioni.
Il gruppo di ricerca vede coinvolti Alessandro Gozzi, Coordinatore del Centro di Neuroscienze e Sistemi Cognitivi (CNCS) di IIT a Rovereto, Michael Lombardo, ricercatore senior di IIT, e il Prof. Massimo Pasqualetti dell’Università di Pisa. Gozzi e Lombardo conducono le proprie ricerche sul cervello anche grazie a finanziamenti da parte dell’European Research Council (ERC). Nello specifico i ricercatori hanno individuato una disfunzione che riguarda i neuroni di un’area cerebrale deputata alla comunicazione, i quali presentano un eccessivo numero di sinapsi, ovvero quelle microscopiche protuberanze che servono per inviare e ricevere segnali tra neuroni.
La Grande macchia rossa di Giove: una tempesta anticiclonica dalla profondità “contenuta”

I nuovi risultati delle misurazioni di gravità del pianeta ottenute dalla sonda Juno rivelano, in uno studio pubblicato su Science, che la grande macchia rossa, pur molto estesa, non è profonda come si immaginava. Questa scoperta potrebbe spiegare i motivi della sua evoluzione e forse della possibile scomparsa Giove è il più grande pianeta del sistema solare, con un raggio equatoriale di 71.492 km, ed è composto principalmente da idrogeno ed elio e per questo viene definito “gigante gassoso”.
La caratteristica forse più iconica del pianeta è la Grande macchia rossa, una tempesta anticiclonica scoperta probabilmente da Giandomenico Cassini nel 1665. Oggi questa assomiglia a un ovale di dimensioni approssimativamente pari a 16000 x 12000 km, che ne fanno la più grande tempesta del sistema solare, seppur negli ultimi 100 anni, per cause ancora ignote, si sia ridotta considerevolmente. La Grande macchia rossa porta con sé ancora molti interrogativi: uno di questi riguarda la profondità con cui questa tempesta si inabissa dentro Giove.
A questo come ad altri quesiti sulla dimensione del nucleo ha risposto la sonda Juno, realizzata dalla NASA con un importante contributo italiano.
Intolleranza al lattosio: vera, falsa o immaginata?

L’intolleranza al lattosio è meno diffusa di quanto si creda. Tuttavia, la frequente incidenza di questo disturbo nella popolazione deriva spesso da test non validati scientificamente, eseguiti anche in ambienti sanitari, dalla moda vegana e da varie leggende metropolitane. Purtroppo, questo comporta spesso un’inutile esclusione di latte e derivati dalla dieta. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, questa intolleranza interessa circa il 40% degli italiani, ma ci sono milioni di persone che si ritengono intolleranti e per questo eliminano latte e latticini dalla dieta ingiustificatamente.
L’Osservatorio nutrizionale Grana Padano ha realizzato un nuovo studio su un campione di 6.000 persone da cui emerge che il consumo di latte e derivati è calato del 5% in due anni, nonostante l’industria alimentare abbia aumentato l’offerta di alimenti delattosati. Il 31% non consuma nessun tipo di latte, il 77% non utilizza il latte intero, il 41% non utilizza latte parzialmente scremato. A ciò si aggiunge che lo yogurt non è consumato dal 30% degli intervistati e che il 48% assume meno di 100 g di formaggio fresco o 50 g di stagionato alla settimana (come consigliato invece dalla dieta mediterranea).
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