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“The demonstrated effect in normal-weight women in relation to risk for obesity-related cancers is novel and contrary to our hypothesis,” remarked Dr. Thomson. “This finding suggests that weight management alone may not protect against obesity-related cancers if women favor a diet pattern indicative of high energy density. Higher DED in normal-weight women may promote metabolic dysregulation independent of body weight, an exposure known to increase cancer risk.

Obesity is associated with increased risk of developing and dying from the following cancers: breast (in postmenopausal women), ovarian, liver, gallbladder, kidney (renal cell), colon, pancreatic, gastric, esophageal (adenocarcinoma), endometrial, thyroid, multiple myeloma, and meningioma. Obesity is also associated with progression (but not incidence) of prostate cancer. Dietary and lifestyle changes guided by registered dietitian nutritionists and other professionals can help reduce the incidence and progression of obesity-related cancers and support the recovery of cancer survivors

About one third of cancer cases are estimated to be linked toers. In this special theme issue of the Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, food and nutrition practitioners and other health professionals take an in-depth look at the relationship between nutrition, obesity, and cancer prevention, treatment, and survival and identify research gaps for future prevention research efforts.

The United States has a high burden of cancer. The American Cancer Society estimates there will be more than 1.7 million new cases diagnosed in 2018 and around 610,000 cancer deaths. Studies strongly suggest that diet is associated with cancer and that obesity increases the risk of many types of cancer as well as several chronic diseases, including type 2 diabetes, cardiovascular disease, hypertension, and chronic inflammation.

Key issue highlights:

Obesity prevalence in the US has tripled over the last 50 years. In 2016, a report by the International Agency for Research on Cancer highlighted that excess body fatness increases the risk for 13 types of cancer. Lead investigator Stephen D. Hursting, PhD, MPH, professor, Department of Nutrition, University of North Carolina at Chapel Hill, and colleagues review the multiple mechanisms underlying the obesity-cancer link. Their  detailed review also assesses the dietary interventions that are being implemented in preclinical and clinical trials.

Pubblicato in Scienceonline

Il metodo innovativo, messo a punto da un team di ricercatori dell’Ifac-Cnr, permette di rilevare piccole tracce di precursori di malattie tumorali e neurodegenerative in singole gocce di fluido biologico, aprendo la strada a diagnosi precoci, non invasive e poco costose. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature

 

Grazie a un metodo innovativo, rapido e che non richiede l’uso di attrezzature complesse è possibile individuare piccolissime tracce di molecole precursori di malattie in singole gocce di campione. A metterlo a punto, un team di ricercatori dell’Istituto di fisica applicata ‘Nello Carrara’ del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifac-Cnr). Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature.

“La metodologia si basa sulla misura effettuata al bordo di una goccia di fluido biologico, mentre evapora intorno ai 5°C. A questa temperatura, poco superiore alla soglia di congelamento, le molecole contenute nella goccia si accumulano in modo organizzato ai suoi bordi senza perdere le loro proprietà biologiche e funzionali”, spiega Paolo Matteini dell’Ifac-Cnr, coordinatore della ricerca e del team. “Questi accumuli temporanei di molecole diventano ultradensi, rendendo così possibile evidenziarli con sistemi spettroscopici usati comunemente nelle analisi di laboratorio. Gli aspetti interessanti e innovativi del metodo riguardano la possibilità di rilevare e studiare in modo rapido e senza nessuna particolare preparazione, in campioni di pochi microlitri di liquido biologico, alcune specie molecolari presenti in tracce nei fluidi corporei, come i precursori di malattie tumorali o di patologie neurodegenerative quali l’Alzheimer e il Parkinson”.

Gli esperimenti condotti finora hanno dimostrato la validità di questo approccio. “Questo metodo consentirà di sviluppare test a basso costo per la diagnosi precoce, affiancando gli esami clinici attualmente impiegati, più invasivi per il paziente e onerosi per il sistema sanitario nazionale”, conclude Roberto Pini, direttore dell’Ifac-Cnr.

 

 

Pubblicato in Medicina

L’applicazione, che sfrutta il brevetto Sapienza GonioProbe, ha ottenuto il riconoscimento dell’Italian Patent Competition, il concorso che premia i migliori progetti nel campo Life Science e Digital

Ottimizzare la metodica e ridurre i tempi della diagnosi è l’obiettivo della ricerca biomedica che fa ricorso sempre più spesso a strumenti e conoscenze mutuate dalle nuove tecnologie digitali, proponendo sul mercato prodotti dalle caratteristiche uniche e innovative. È quello che ha fatto la NG Detectors. La startup ha concentrato la propria attività nella industrializzazione di GonioProbe, una applicazione di nuova generazione per la chirurgia radio guidata, che sfrutta l’idea della “Sonda scintigrafica goniometrica”, brevettata dalla Sapienza e ideata da Roberto Pani, professore ordinario di Fisica medica e direttore scientifico della startup. Si tratta di un dispositivo di rilevazione per impiego chirurgico in grado di identificare rapidamente e con assoluta precisione i “linfonodi sentinella” nella stadiazione del carcinoma mammario.  

Pubblicato in Medicina

 Il 20% delle nuove diagnosi di melanoma riguarda i giovani under 40. Questo tumore della pelle particolarmente aggressivo e' in costante crescita, negli ultimi 5 anni infatti si e' registrato un aumento del 34% dei nuovi casi nel nostro Paese: nel 2017 ne sono stati stimati circa 14mila, erano 10.400 nel 2013. È dimostrato che l'eccessiva esposizione ai raggi Uv svolge un ruolo decisivo, raddoppia infatti il rischio di sviluppare la malattia.

Per sensibilizzare tutti i cittadini sull'importanza della prevenzione, la Fondazione Melanoma ha realizzato uno spot disponibile sul sito fondazionemelanoma.org, che avra' ampia diffusione nei social network e nelle emittenti televisive. Nel video, che e' stato realizzato con il contributo di Bristol-Myers Squibb, viene mostrata una ragazza di spalle, i nei sulla sua schiena sono il "ricordo" dei momenti trascorsi al sole, troppo spesso senza protezione, che la pelle non dimentica.

Pubblicato in Medicina

 

Tiangong-1 è stata la prima stazione spaziale cinese, lanciata il 29 settembre 2011 su un’orbita approssimativamente circolare, a circa 350 km di altezza e inclinata di poco meno di 43 gradi rispetto all’equatore terrestre. Nel novembre dello stesso anno è stata raggiunta e agganciata dalla navicella Shenzhou-8 senza equipaggio, mentre i primi tre astronauti vi sono saliti a bordo, trasportati da Shenzhou-9, nel giugno 2012, trascorrendovi 9 giorni e mezzo. Il secondo e ultimo equipaggio di tre astronauti si è agganciato alla stazione, con Shenzhou-10, nel giugno 2013, trascorrendovi 11 giorni e mezzo.

Da allora Tiangong-1 ha continuato a essere utilizzata, disabitata, per condurre una serie di test tecnologici, con l’obiettivo di de-orbitarla, a fine missione, con un rientro guidato nella cosiddetta South Pacific Ocean Unpopulated Area (SPOUA), una specie di cimitero dei satelliti in una zona pressoché deserta dell’Oceano Pacifico meridionale. Purtroppo, però, il 16 marzo 2016, il centro di controllo a terra ha perso la capacità, pare in maniera irreversibile, di comunicare e impartire comandi al veicolo spaziale.

Nei due anni trascorsi da allora, Tiangong-1 ha perciò perduto progressivamente quota, perché il continuo impatto con le molecole di atmosfera residua presenti anche a quelle altezze le ha sottratto incessantemente energia. Ed è questo processo completamente naturale che farà alla fine precipitare la stazione spaziale sulla terra senza controllo, non potendo essere più programmata un’accensione dei motori per un rientro guidato.

Come è fatta e quanto è grande?

Tiangong-1 consiste approssimativamente di due moduli cilindrici montati uno sull’altro: quello di servizio, con un diametro di 2,5 m, e quello abitabile, con un diametro di 3,4 m. La lunghezza complessiva è di 10,5 m. Su lati opposti del modulo di servizio sono anche attaccati, perpendicolarmente all’asse di simmetria dei cilindri, due pannelli solari rettangolari, larghi 3 m e lunghi 7 m.

Che massa ha?

Quando è stata lanciata, Tiangong-1 aveva una massa di 8506 kg, di cui circa una tonnellata di propellente per le manovre. Nel corso della missione la massa è però diminuita, principalmente per due motivi: 1) una parte significativa del propellente è stata consumata per le manovre orbitali e per contrastare la progressiva sottrazione di energia meccanica da parte dell’atmosfera residua; 2) i due equipaggi, durante le loro permanenze sulla stazione, hanno consumato buona parte delle scorte di cibo, acqua e ossigeno stivate a bordo. Cercando di calcolare questi consumi, abbiamo stimato che la massa attuale di Tiangong-1 dovrebbe aggirarsi sui 7500-7550 kg. Non sarebbe quindi molto diversa da quella della nave cargo russa Progress-M 27M, di cui abbiamo seguito il rientro incontrollato nel 2015.

Si tratta di un evento eccezionale?

Assolutamente no. Di rientri senza controllo di stadi o satelliti con una massa superiore alle 5 tonnellate ne avvengono, in media, 1 o 2 all’anno, quindi sono relativamente frequenti. Per esempio, il 27 gennaio scorso, uno stadio russo-ucraino di circa 8500 kg, quindi con una massa superiore a quella di Tiangong-1, è rientrato sul Perù e dei componenti sono precipitati nell’estremità meridionale del paese, nella regione del lago Titicaca. Il 10 marzo, uno stadio del lanciatore cinese Lunga Marcia 3B è invece rientrato sul Paraguay e un serbatoio è stato recuperato nei pressi della città di Canindeyú, vicino al confine con il Brasile.

Pubblicato in Astrofisica

 

Per la prima volta affrontato lo scavo di un porto sumerico risalente al 3° millennio a.C., grazie alla campagna archeologica condotta nell’Iraq meridionale, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino

Gli archeologi del team di Abu Tbeirah hanno individuato e stanno scavando un porto risalente al 3° millennio a.C.: uno scavo che consentirà di scrivere un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia e della sua civiltà, nata dalle acque del Tigri e dell'Eufrate, superando l'immaginario comune che identifica le antiche città mesopotamiche attorniate da distese di campi di cerali, irrigati da canali artificiali.
La Missione Archeologica italo-irachena ad Abu Tbeirah, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino, presenterà l’importante risultato della campagna condotta nell’Iraq meridionale, mercoledì 21 marzo presso il Rettorato, con una iniziativa promossa dalla Fondazione Sapienza.

Pubblicato in Paleontologia
Sabato, 24 Marzo 2018 12:07

Un video d'autore per l'Ora della Terra

 

La clip mostra il dramma di mamma orsa e dei suoi cuccioli alla prese con la fusione dei ghiacci


Il  WWF lancia uno spot d’autore sugli effetti dei cambiamenti climatici, con al centro il difficile percorso di mamma orsa con i suoi cuccioli, prodotto e realizzato da EDI Effetti Digitali Italiani per la regia di Gabriele Muccino, con la voce fuori campo di Stefano Accorsi e le musiche di Paolo Buonvino.
L’orso polare è stato creato digitalmente da EDI per raccontare la condizione precaria della specie e della sua “casa” che si sta letteralmente sciogliendo a causa del riscaldamento globale. Secondo le stime gli orsi sono complessivamente tra i 22.000 e i 31.000 ma gli ultimi dati forniti dal gruppo degli specialisti dell'orso polare dell’IUCN mostrano che tre sottopopolazioni sono in declino e che esiste un alto rischio di futuro declino vista la velocità di riduzione del ghiaccio marino.

Pubblicato in Ambiente

 

Un elettrone (rosso) lungo un nanotubo di carbonio è 'legato' alla buca (blu) che si lascia dietro e forma un eccitone.

Uno studio Cnr rivela che in questi cilindri ottenuti arrotolando il grafene, con raggio di pochi nanometri e lunghi quanto il diametro di un capello, si realizza l’isolante eccitonico, predetto mezzo secolo fa dal premio Nobel Walter Kohn e finora mai confermato in modo convincente. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, aiuta a far luce sulla natura isolante o conduttiva dei nanotubi di carbonio

 

Ricercatori dell’Istituto nanoscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Nano-Cnr) hanno mostrato che nei nanotubi di carbonio si realizza spontaneamente un nuovo stato quantistico della materia, detto isolante eccitonico, predetto mezzo secolo fa dal premio Nobel Walter Kohn e finora mai confermato in modo definitivo. Lo studio, condotto in collaborazione con Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa), Istituto officina dei materiali (Iom-Cnr) e Istituto struttura della materia (Ism-Cnr) del Consiglio nazionale delle ricerche, è stato pubblicato su Nature Communications.

I nanotubi di carbonio sono cilindri ottenuti dal grafene, materiale bidimensionale composto da un foglio di carbonio dello spessore di un solo atomo che, una volta arrotolato, forma tubi con raggio di pochi nanometri (un nanometro è pari a un miliardesimo di metro) e lunghi quanto il diametro di un capello. Finora il comportamento di una classe importante di nanotubi, in grado di condurre corrente elettrica, si spiegava supponendo che gli elettroni degli atomi di carbonio si muovessero facilmente e indipendentemente uno dall’altro per tutta la lunghezza, cioè che il materiale si comportasse come un metallo. I ricercatori di Nano-Cnr hanno invece dimostrato che quando un elettrone abbandona un atomo di carbonio non si muove liberamente ma si lega con la buca che lascia dietro di sé, formando una particella composita fatta dall’elettrone e dalla buca, detta eccitone.

Pubblicato in Tecnologia

Un team di ricercatori della Sapienza e del Babraham Institute di Cambridge, ha identificato oltre 250 geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello. Tra questi il gene Dbx2 responsabile del rallentamento della crescita delle staminali neurali. Lo studio è pubblicato sulla rivista Aging Cell

Un gruppo di geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello correlato all’età è stato identificato dal team di ricerca del Dipartimento di Biologia e biotecnologie "C. Darwin" della Sapienza, in collaborazione con il Babraham Institute di Cambridge. I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista Aging Cell, mostrano che uno di questi geni, denominato Dbx2, può determinare un invecchiamento precoce delle cellule staminali neurali, riducendone la capacità di crescita. Le cellule staminali neurali sono responsabili della produzione di nuovi neuroni nel cervello adulto. Con l'età, le cellule staminali producono sempre meno cellule nervose e ciò può causare un deterioramento delle capacità cognitive del cervello. Il team di ricerca internazionale ha confrontato l’attività genica delle staminali neurali di topi vecchi e giovani, identificando 254 geni la cui attività si altera nelle cellule vecchie. E’ stato osservato che, mentre per molti di questi geni l’attività si riduce, per il gene Dbx2 aumenta.

Pubblicato in Medicina
Martedì, 20 Marzo 2018 10:39

Dimmi come giochi e ti dirò chi sei

 

 

Sulla rivista PlosOne un studio sulle modalità ludiche di gorilla e scimpanzé realizzato da un team di etologi delle Università di Pisa e Torino

 

 

Dimmi come giochi e ti dirò chi sei e, soprattutto, come stai con gli altri. Il gioco è infatti una cartina di tornasole fondamentale per comprendere la qualità delle relazioni che legano gli individui fra loro. A svelare i risvolti sociali dei comportamenti ludici arriva una nuova ricerca di un team di etologi delle Università di Pisa e Torino appena pubblicata sulla rivista PlosOne. Giada Cordoni, Ivan Norscia, Maria Bobbio ed Elisabetta Palagi hanno studiato come giocano scimpanzé e gorilla, due specie che condividono con noi il 98-99% del DNA e che rappresentano un ottimo modello per capire qualcosa di più anche sull’evoluzione del nostro comportamento. La fase sperimentale del lavoro si è svolta in Francia, nello ZooParc de Beauval a St. Aignan sur Cher, dove i ricercatori per tre mesi hanno osservato le colonie di 15 scimpanzé e 11 gorilla e stilando dei report giornalieri.
“Abbiamo messo in relazione il gioco con la propensione a costruire rapporti attraverso comportamenti di affiliazione e supporto – racconta Elisabetta Palagi del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa - quello che è emerso è che gorilla e scimpanzé sono profondamente diversi per l’organizzazione sociale e il modo di creare amicizie e alleanze”.

Pubblicato in Neuroscienze

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